Roma si anima di colori, di musica, d’arte e cultura grazie alla Fondazione Romaeuropa.  Il REF, nato nel 1986, è giunto alla sua XXXIV edizione, dimostrandosi ancora una volta uno dei festival culturali più importanti d’Italia. Tra gli obiettivi della prestigiosa kermesse, c’è quello di abbattere le barriere che separano la cultura “alta” da quella “di massa” e di offrire ai suoi fruitori imperdibili appuntamenti che riuniscono artisti da tutto il mondo all’interno della Capitale.

Nel quartiere Testaccio di Roma, uno dei rioni più dinamici della città, dove tradizione ed innovazione si incontrano, presso l’ex Mattatoio sede del museo MACRO si rende omaggio ad una vera e propria rivoluzione culturale grazie all’artista Pascale Marthine Tayou. L’artista camerunese, classe 1967, inizia la sua carriera artistica durante gli anni ’90 e fin da subito diversi centri d’arte e curatori lo sostengono, primo tra tutti Okwui Enwezor, il quale lo presenta durante la seconda Biennale di Johannesburg nel 1997. La sua partecipazione a biennali d’arte internazionali si intensifica sempre di più come anche l’uso di diversi materiali e tematiche all’interno del suo percorso artistico. Il suo lavoro, estremamente versatile, si concentra sull’individuo e sulla sua costante esplorazione del mondo. Una delle particolarità di questo artista è evidente fin da subito, basti analizzare il suo nome: Tayou aggiunge la “e” al suo primo e secondo nome, così da declinarli al femminile, e in questo modo si allontana dalla paternità artistica, dimostrando quanto sia poco importante l’identificazione del genere dell’artista. Ugualmente cerca di contrastare l’identificazione della provenienza geografica e culturale.

In collaborazione con Galleria continua, Pascale Marthine Tayou realizza un vero e proprio percorso all’interno della sede dell’ex Mattatoio, composto da tre tappe obbligatorie.

Big Jumps: questa prima installazione si presenta al visitatore come un enorme pannello all’esterno del museo, su Piazza Orazio Giustiniani. L’opera è ricca di colori accesi e vivaci che formano grandi campiture cromatiche all’interno dello spazio, il quale risulta in costante movimento grazie alle tribali figure nere che animano la scena, dando vita ad una vera e propria danza che cattura lo sguardo del fruitore che tende ad indagare ogni singolo centimetro. Chiaro è il richiamo alla sua terra e alle sue origini, un vero e proprio manifesto alla sua estetica. Tra le tante figure presenti all’interno dell’installazione, una in particolare si differenzia dalle altre, ovvero un elefante nel registro più alto della struttura: si tratta dello stesso elefante presente nel Piccolo Principe, il racconto di Antoine de Saint-Exupéry. Questo elemento sembra rammentare a chi guarda di non lasciarsi influenzare dalle apparenze o dalle prime impressioni: l’artista regala al visitatore un primo spunto di riflessione che verrà poi sviluppato avanzando in questo percorso all’interno dell’ex Mattatoio. L’opera è stata realizzata su un tessuto molto resistente, risparmiando il supporto murario sottostante, non sono state utilizzate vernici tossiche e questo sguardo alla sostenibilità ambientale dimostra un una pratica artistica estremamente funzionale e attuale.

“Open Wall”, installazione all’ingresso degli spazi de La Pelanda, ex Mattatoio. Credits: Roma Europa Festival.

Open Wall: la seconda tappa di questo percorso porta lo spettatore ad addentrarsi all’interno delle installazioni di Tayou. Ci troviamo, stavolta, di fronte ad una grande installazione posta proprio all’ingresso de La Pelanda, una sorta di benvenuto all’entrata dello spazio espositivo. Le insegne luminose, in tipico stile Las Vegas, sono state accumulate dall’artista nei suoi tanti viaggi in giro per il mondo. Tayou le inserisce in un contesto specifico creando un’installazione che permetta di riflettere sulla globalizzazione e su i suoi aspetti negativi, trasformando il luogo del Mattatoio in un luogo di comunicazione e denuncia, nel quale ogni cosa possa essere messa in discussione. L’artista regala al visitatore una vetrina che mira a creare uno scambio culturale tra tutti coloro che osservano l’opera.

Arbre de vie: infine, il visitatore può entrare ad ammirare lo spazio espositivo de La Pelanda. Dopo essere stati accolti dallo staff, le opere di Pascale Marthine Tayou prendono vita, conquistando lo spazio in un dialogo continuo che si articola non solo attraverso i colori, ma anche e soprattutto attraverso i materiali utilizzati. Il richiamo all’arte africana è chiaro ed evidente, l’utilizzo di maschere tribali e materiali poveri viene esaltato attraverso l’accostamento di tinte accese e forme originali. Al centro della sala si alterano diversi alberi, primo tra tutti l‘Arbre de vie, e in ognuno sono presenti feticci di diverso genere; chiaro è il rimando alla questione ambientale e alla situazione esistenziale con la quale l’umanità convive: ogni ramo è una riflessione sulla sostenibilità ambientale, sulla globalizzazione e sull’immigrazione. L’albero simboleggia, di per sé, la natura e la vita, questa deve purtroppo fare i conti con prodotti della globalizzazione, oltre che con i miti dell’uomo. La denuncia alle nuove e vecchie schiavitù è il focus imprescindibile di tutte le installazioni. Accanto agli alberi, pale d’altare costeggiano le pareti divisorie, predisposte all’interno de La Pelanda; si tratta di pale d’altare senza credo, nessuna immagine votiva. Questo rimando ai temi religiosi crea un perfetto sincretismo artistico dato dalla commistione di elementi religiosi africani, suggeriti soprattutto dai materiali e dai colori, ed elementi dell’arte sacra cristiana. Aldilà dei pannelli lo spettatore si trova di fronte a barconi di legno, abitati da figure quasi votive: qui l’artista si riallaccia ad un tema di estrema attualità, quello dei fenomeni migratori. Lo spazio è stato gestito in maniera magistrale, perfettamente diviso ed equilibrato, suddiviso in due diversi ambienti: le barche realizzate con materiali di riciclo sembrano approdare e dirigersi in quella che è la terra degli alberi, ricchi di feticci e miti. Il movimento unisce le due opere creando un’unica grande installazione, nella quale il fruitore vive, respira e ha la possibilità di riflettere su tematiche che spesso non sentiamo vicine a noi, anche se dovremmo. 

 

Il percorso espositivo è visitabile ogni giorno dalle 16 alle 20 fino al 27 ottobre 2019. L’ingresso è gratuito.

L’articolo è stato realizzato in collaborazione con Cristina Cassese.

Dettagli evento

Date:
26/09/2019 - 27/10/2019
Orario:
Dalle 16:00 alle 20:00
Costo:
ingresso gratuito
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