C’era un film, Toys di Barry Levinson (1992), in cui un giovanissimo Robin Williams assisteva al funerale di suo padre, proprietario di una fabbrica di giocattoli colorati e surreali, la Zevo. Durante la cerimonia dalla bara chiusa si attivava un piccolo gioco meccanico, che continuava a ridere e a ridere, cancellando la tristezza dagli occhi degli invitati. Dentro il signor Zevo sorrideva, con una giacca rosso fuoco, circondato da luci intermittenti. “Turbosafary will never die but it did”, la mostra che Galleria Ex Dogana ospiterà fino al 31 dicembre, curata da Studio Volante, trasmette esattamente la stessa sensazione.

La locandina di Toys, con Robin Williams

Cos’è Turbosafary, o meglio, chi è? Turbosafary sono cinque artisti: Acca, Cripsta,Est her, Dilen Tigreblu e Tybet. “Cinque teste, dieci mani” scrivono loro, presentandosi al pubblico. Si tratta di un collettivo nato nel 2013 in nome di una sinergia artistica, di una necessità di parlare la stessa lingua, al punto da inventarsi un nuovo alfabeto. Ma si tratta anche di un collettivo morto, nel senso che non esiste più e i suoi membri hanno sviluppato singolarmente i propri lavori. Quella dell’Ex Dogana è un’allegra veglia funebre, in cui i cinque si ritrovano più vivi che mai.

Nelle tre sale espositive, Turbosafary ripercorre unione e separazione del gruppo, mettendo in mostra il lavoro comune e poi i punti di vista singoli. A metà tra astrattismo e surrealismo, i loro murales sono graffiti primitivi di libertà e colore. Pittogrammi che si ripropongono in uno schema preciso e “parlano” come sanno fare solo i bambini. C’è un ano, una molla, una rete, una vagina, un gabbiano. Simboli stilizzati che diventano parole, che gridano dai muri delle città una storia di movimento e liberazione. Le foto di questi urli dialogano, da parete a parete, con le opere vere e proprie. Così “Una veloce passeggiata del signor Nasone”, affresco contemporaneo dell’uomo nuovo, diventa altre mille scene. Un po’ fumetto, un po’ codice segreto.

Poi, la separazione. Le cinque identità si concretizzano in nuovi spazi. Tybet reinterpreta la modernità con tutta la potenza degli elementi naturali. Est her riempie una parete con “Densità liquida”, colori che con il loro schema eterno escono fuori dalla tela. Dilen, invece, scolpisce. La sua serie si chiama “False awakening”, statue di polistirolo dipinte di colori fluo che raccontano di un risveglio ipnotico, sempre nuovo eppure uguale a sé stesso.

Nell’ultima stanza si stringono Acca e Cripsta. Il primo ancora fortemente influenzato dalla street-art delle neo-incisioni rupestri (“Echi”), mentre il secondo reinterpreta la pop-art con colori caldi e volti noti (“Studio per i Fiori del Mare”). Il Turbosafary separandosi si ritrova, e celebra con accenti diversi il proprio legame. Il sottosuolo comune è la dimensione giocosa della loro arte e la genuina gioia della sua espressione. Con il messaggio che scorre di fondo: “L’arte non deve essere una cosa seria”.

Si consiglia di seguire la mostra nelle due direzioni: prima dall’uno ai tanti, per studiare come ogni elemento sia evoluto dalla collettività nel proprio autore; poi riunendo i continenti, riportando in vita l’intero, per ammirare la fiamma che era all’origine del progetto. Il senso è proprio che non ce n’è uno e che l’arte può essere un’esplosione violenta di piacere, colore o identità. Da questa esposizione Turbosafary grida ancora forte e chiaro: contro la noia della realtà, contro la disperazione della precisione. Perché, almeno nelle loro opere, l’arte sia semplicemente quel che è, mai quel che serve.

INFO

Luogo

Galleria Ex Dogana, viale dello Scalo San Lorenzo 10

Durata

8 dicembre – 31 dicembre 2018

Biglietto

Ingresso gratuito

Sito web

www.exdogana.com

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