Davide Salvadei, in arte Eron (Rimini, 1973), è considerato uno dei maggiori esponenti italiani della street art.

Durante i primi anni ’90 ha iniziato a taggare la Riviera e la Romagna intera, riuscendo poi ad allargare il proprio raggio d’azione al resto d’Italia. I temi affrontati nelle opere facevano riferimento ad aspetti sociali e ad ambiti etici, rappresentati mediante alte espressioni grafiche e virtuosismi artistici. Divenuto uno degli interpreti più apprezzati a livello mondiale dell’arte urbana, ha operato ed esposto in numerose località, dal Chelsea Art Museum di New York alla Biennale di Venezia, dal MACRO al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

CityLife di Milano è la sede della sua ultima creazione: l’area, di nuova edificazione, consta di circa 366.000 mq – suddivisi fra zone pubbliche e private, spazi verdi e negozi – e ha come fulcro le tre torri del business centre progettate da tre archistar di fama internazionale, quali Arata Isozaki, Zaha Hadid e Daniel Libeskind.

 

W.A.L.L.

Walls Are Love’s Limits” è tra i murales più grandi del mondo, eseguito da Eron in occasione della fiera d’arte contemporanea MiArt; su circa centoventi metri per otto il writer ha deciso di trasformare il muro, oggetto che fisicamente separa e delimita due zone del parco, in soggetto stesso dell’opera d’arte.

W.A.L.L., Milano. Credits@artribune.com

L’elemento fisico, scandito dalla geometrica trama del filo spinato che attraversa i tralicci metallici, è uno sfondato prospettico su un paesaggio desertico, nebbioso, grigio, puntinato dalle silhouette di alberi e arbusti bassi presenti solo in alcune zone; nella composizione risalta un freddo sole invernale, unica zona densa di cromie dell’intera installazione.

Un altro muro contro l’innalzamento dei muri

Eron

Potrebbe trattarsi di un’alba quanto di un tramonto, ma ai fini della quinta scenica è indifferente; W.A.L.L. è “il muro dei muri“, uno dei tanti innalzati dall’essere umano nella storia e simbolo di quelli che potrebbero essere costruiti nel futuro.

Lo schermo fisico di una struttura materiale diventa l’espediente per immortalare un mondo riflesso, dato che il muro è verosimilmente una barriera, un filo spinato invalicabile, ma è anche un’evanescente e quieta alba – o tramonto – che appaga i sensi umani.

In corrispondenza del caldo disco solare la recinzione lascia spazio alla pura luce, unico mezzo che riesce a dissolvere la fitta trama; se ci si avvicina all’opera ecco che si scorgono delle scritte presenti al posto di alcune punte della struttura metallica, lettere che compongo i nomi dei cinque continenti.

Traspare il forte intento etico e vocativo dell’opera, un messaggio lanciato da Eron contro tutte le barriere e i conflitti del mondo, fisiche e psicologiche; bisogna iniziare a immaginare e a lavorare alla creazione di un mondo diverso, dedito a occuparsi di strategie di accoglienza e di inclusione nei riguardi di tutti.

L’idea dell’effimero supera la dimensione propagandistica dell’opera ed entra nella concretezza immanente: per volere dell’ideatore, fra due anni il muro verrà demolito, messaggio incisivo che nasconde la speranza che queste barriere sparse per il mondo vengano presto abbattute.

L’arte può ancora essere avanguardia pura, precorritrice culturale prima – e più – che materiale.

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