La redazione di Artwave ha avuto il piacere di intervistare Cristiano Gabrielli, artista, curatore e fondatore dell’associazione MADEIl suo attento lavoro e il suo contatto con diversi artisti all’interno del panorama artistico italiano e internazionale ci ha incuriositi e ci ha messo di fronte a diverse domande. Come si diventa curatore? Che tipo di evoluzione si sta mettendo in moto all’interno del mondo artistico contemporaneo?

Gentile Cristiano è davvero un piacere conoscerti. Ho avuto modo di leggere i tuoi articoli sulla mostra da te curata, Resistencia, e sono rimasta davvero affascinata dal tuo lavoro. So che oltre ad essere un curatore sei, prima di tutto, un artista. Su cosa si concentra la tua arte?

Grazie Vanessa è una gioia per me. Grazie anche per l’articolo su Resistencia, molto bello ed efficace. Nasco e resto uno scultore. Sento molta affinità tra il lavoro della scultura sulla materia in relazione allo spazio e quello che si effettua su sé stessi. Mi interessano i bordi, i punti di passaggio, la possibilità di elaborare situazioni specifiche guardando da prospettive inusuali o scomode, sia artistiche che esistenziali ed antropologiche. Avverto uno stimolo particolare nel creare una relazione tra il genius loci di alcuni spazi che sento fatidici ed il mio lavoro attraverso l’opera: è per me l’occasione per concentrare la somma di ciò che sono, in un momento preciso ed unico, non ripetibile, in un luogo determinato e non casuale. Una forma di arte totale. Normalmente affronto un ciclo di elaborazione o di storyboarding e processo molto amplio ed articolato. Mi piace confrontare e risolvere piccoli e grandi problemi tecnici e di relazione tra i media ed i materiali che utilizzo: accompagna fasi e processi personali più densi o profondi. Mi soffermo molto ad ampliare e godere della fase del disegno che per me è lo strumento originario di analisi: la selce del pensiero e della sensibilità. Provo un piacere intenso nell’incontrare e risolvere attraverso il disegno i nodi che si presentano. È un poco come essere ancora nella caverna neolitica o chissà magari fuori da quella platonica. In ogni caso sei a contatto con elementi sacri e potenti che si legano a piccole ma fondamentali scoperte liberanti, che restano.

 

Quali sono gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato?

Quando ero studente mi affascinava il lavoro di Boccioni, la sua capacità unica di sintetizzare il pathos emozionale e la dialettica barocca, di impostare con originalità il dialogo volumetrico e le relazioni-emozioni rispetto allo spazio. Mi interessava il lavoro di Andrea Pazienza rispetto all’innovazione della linea narrativa e alla decostruzione ed invenzione sullo spazio della tavola. Il comic è sempre restato per me un mondo molto stimolante ed evocativo. Ho incontrato al momento della tesi, ed anche in quello giusto per vederne la relazione con la mia ricerca, il lavoro di Maurits Cornelis Escher. Rispetto a quelli che potevano essere dei modelli per me come scultore gli unici che mi sembravano credibili e potenti erano gli artisti dell’arte povera: Penone, Kounellis, Merz, Fabro. Più tardi, non casualmente, il lavoro di Luciano Fabro e le straordinarie lezioni del suo Arte torna Arte mi hanno accompagnato nell’elaborare la sintesi personale, formale e stilistica attraverso la quale mi esprimo adesso.

Mostra Darkaleidoskope, 2013 Galeria Libertad, Queretaro Messico
Credits: Cristiano Gabrielli

Come è nato il progetto MADE? E Resistencia?

MADE è uno dei frutti della decisione di trasferirmi dall’Italia a Città del Messico nel 2013. Lì ho lavorato a “Darkaleidoskope” la mia prima esposizione in Messico e vissuto fino al 2016. È una città piena di temi e di occasioni, ma desideravo altro. In quell’anno ho realizzato un workshop come artista residente con gli alunni del Centro Municipal de las Artes di Mazatlán, nello stato di Sinaloa. Mi ha chiarito le idee. Mi sono fermato qui. Mi è sembrato un luogo interessante dove materializzare una possibilità. Era già da tempo che sentivo farmi, sia in Italia che in Messico, delle domande molto simili a quelle che io avevo a suo tempo posto ad interlocutori assenti o a volte troppo scaltri e pragmatici nel rispondere. Altre volte, e questo è assolutamente più preoccupante, quelle domande non si era stati resi in grado di poterle formulare. Esistono contesti nei quali è importante che quelle domande trovino la possibilità di poter essere almeno poste, di risuonare o chissà di essere amplificate. Se poi si sa o si cerca di rispondere come artisti è anche meglio. È necessario rispetto alla possibilità di trasmissione di significato ed è una responsabilità rispetto a ciò che si fa. Serve anche alla riqualificazione di un tessuto sociale che ovunque è straziato da contraddizioni volutamente insanabili. La creazione di MADE insieme ai miei soci è un piccolo esempio di questa possibilità tanto a livello personale come spazio di lavoro proprio, come studio, che aperto rispetto al dialogo con altre persone e discipline. La finalità e la forma associativa inoltre qui permettono di agire efficacemente nella proposta didattica, nel sociale e nell’offerta culturale indipendente, oltre che di creare anche una squadra di lavoro competente utile a supportare e valorizzare il lavoro artistico sia proprio che altrui.

Resistencia va nella stessa direzione. In nome della resilienza e di un malinteso darwinismo dell’adattabilità si è fatta un po’ ovunque della pessima scultura sociale e si sono modellate strumentalmente varie fratture all’interno della società e quindi tra gli artisti stessi. Quando abbiamo deciso la programmazione per il 2018/2019 ho pensato ad artisti più o meno della mia generazione, che stimavo e conoscevo, persone assolutamente differenti da me tanto per poetica che per prassi artistica, ma affini per attitudine all’alterità ed alla posizione divergente. Li ho relazionati e coinvolti attraverso una proposta che non li costringesse a nessuna compressione del lavoro e che potesse entrare in dialogo tanto con la loro poetica che con lo spazio e soprattutto con il territorio, le sue problematiche ed esigenze. Questo ci porta a non effettuare una operazione di “consegna culturale” o vettoriale e paternalistica. Mi fa molto piacere aver creato con i miei soci, di spalla a tutto il percorso, una serie di occasioni dialogiche e di strumenti resistenti di vario genere. L’idea è anche di indicare una alternativa agli adeguamenti e di attuarla più che solo auspicarla, come vaccino e a certi modelli “inevitabili e necessari” già troppo attivi e nefasti.

 

Tra le mostre che hai curato, qual è l’esposizione alla quale sei più legato?

Quella in corso a Mazatlán ha la carica ancora innescata. In questo momento sicuramente Resistencia.

 

Durante il tuo percorso artistico e lavorativo hai sicuramente avuto a che fare con l’evoluzione dell’arte contemporanea in tutte le sue forme. Come hai percepito questi cambiamenti all’interno del panorama artistico?

Mi faccio guidare dall’istinto. Ci sono state evoluzioni ricche che ho accolto e mediato e con le quali mi sono relazionato, penso ai media digitali, alla possibilità di ampliamento attraverso l’approccio multidisciplinario, all’apertura del processo. Ma erano possibilità e germi attivi già nelle espressioni dei migliori artisti e intellettuali degli anni ’70.  Rispetto ad altri che pure vengono definiti cambiamenti percepisco maggiore diffidenza o provo addirittura idiosincrasia e mi comporto di conseguenza. Un esempio in questo senso è il ricorso alle trovate, all’ontologia del corpo ed all’oggetto come escamotage, alle semplificazioni e compressioni grossolane. Disistimo il link visivo o culturale ovvio e “giusto”, la logo art come le scorciatoie invocate in nome dell’urgenza espressiva, certo pragmatismo concettuale e la prassi spiccia che ammicca, piace e compiace formalmente o aderisce all’etichetta e al genere in voga con assoluta spettacolarità: per me queste sono percezioni sempre deludenti e anche pedisseque, irritanti.

Puñetthero, 2017 Credits: Cristiano Gabrielli

La tua esperienza come curatore è iniziata da zero come autodidatta? Oppure il tuo percorso formativo precedente ti ha permesso di poter usufruire di solide basi? Questo mestiere è ricco di sfaccettature e per molti è un terreno inesplorato.

 

Come artista ho iniziato dal 2003 ad inserire nei miei cataloghi-making of dei testi miei. Affrontavano il nocciolo duro del lavoro da un’altra parte o si concedevano digressioni ed approfondimenti che ne dettagliavano la struttura o la genesi. Le incursioni che faccio come curatore mi divertono ed appassionano per lo stesso motivo. Credo che sia un lavoro che dovremmo fare tutti più spesso. Non esattamente quello del curatore, per lo meno quello dell’artista “curato” rispetto a certe malattie, dispercezioni ed invidie anche professionali: imparare a guardare da un’altra angolazione al lavoro degli altri artisti, con più focus alla sostanza ed al coraggio del lavoro ed alla sua carica di alterità, di possibilità “didattica alta”. È utile sia all’artista che all’essere umano in generale. Bisogna essere disposti a guardare con profondità e a costruirsi un background solido ed articolato: il terreno è ampio. Ma magari sono anche strumenti e saperi che hai già sviluppato ed affrontato come artista. Dipende dai percorsi, che sono sempre personali. Quello che è certo è che è necessario lavorare sulla capacità di cogliere nuclei di significato più che soltanto affinare ed affilare gli strumenti di copy writing e di relazionalità sociale. Che si sia autodidatti o che si venga da un ambito di formazione più specifico è meno interessante ed utile secondo me rispetto alla capacità di pensiero critico e di solidità professionale ed onestà intellettuale.

Hai qualche consiglio da dare alle nuove generazioni? Soprattutto a tutti quei ragazzi che si stanno addentrando nel mondo dell’arte?

 

Ho dei possibili suggerimenti. Educarsi sempre allo sguardo di profondità, mai a quello di comodità o di insipienza. Non accontentarsi mai delle formule, delle ricette, dei giochi del linguaggio e dei meri effetti. Non cedere all’illusionismo: saper porsi metaforicamente e magari praticamente sul bordo della carta da gioco è sempre qualcosa in più rispetto al semplice lavoro sulla capacità di indovinarla o di farla sparire o comparire.  Bisogna essere appassionati, autentici, ma anche realisti e sinceri rispetto a quello che si fa e a quello che si persegue. Bisogna avere senso di responsabilità. Penso ancora a Fabro, quando dice che la differenza importante è tra quelli che lavorano con l’arte e quelli che lavorano sull’arte. Può sembrare una distinzione capziosa ma disegna tanto il campo di gioco che la natura ed il tipo di giocatore che siamo oltre che la possibilità di esistenza e di trasmissione, la significanza del gioco in sé.

Ringraziamo moltissimo Cristiano Gabrielli per la sua gentilezza e disponibilità e speriamo che il suo percorso lavorativo, ma soprattutto artistico, continui ad arricchirsi di successi.

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