Su una rientranza creata dalla forza del Mare del Nord, su un terreno che ha ancora tracce di cenere lavica, dominato da quel che resta di un vulcano spento, c’è l’austera e misteriosa Edimburgo. Dal suo castello cinquecentesco – ispirazione per una delle dimore del Trono di Spade – la città sembra proteggere in un solo colpo d’occhio tutta la storia di Scozia. Si percepiscono in ogni angolo, l’orgoglio e la volontà di raccontare il popolo di Scota – la figlia del re d’Egitto che trovò Mosé, da cui gli scozzesi sostengono di discendere.

A oggi parlare di “amor di patria” suona sempre più negativo, dopo che le forze conservatrici ne hanno fatto un manifesto di bandiera è raro che una città torni a focalizzarsi sulle proprie radici per farsi conoscere all’esterno. Eppure Edimburgo, silenziosamente, prova ancora a trasmettere la propria identità senza filtri, a turisti e ricercatori con la stessa forza, per non dimenticarsi mai. Il piano messo in atto per farlo dall’amministrazione è contemporaneamente semplice e sorprendente: mettere tutto a disposizione di tutti, dall’arte alla natura, memoria storica e letteratura.

National Gallery of Edimburgh, foto di Gloria Frezza

Ogni museo presente in città è perciò gratuito – a eccezione del Castello e della dimora di Holyrood – e la scelta del visitatore è molto ampia. C’è il Museo di Edimburgo, per chi è curioso di conoscere le origini della città e la storia del giovane architetto James Craigh che costruì la New Town inaugurando lo stile georgiano. Per immergersi a tutto tondo nella Scozia di ieri e oggi c’è il Museo Nazionale Scozzese, quattro piani di scoperte, specialità e passioni di ogni genere, dove si può trovare un Tyrannosaurus Rex, uno dei più grandi carillon del mondo, i costumi dei primi abitanti di quelle terre e la ricetta più antica della famosa steak pie, torta di carne amatissima.

Nascosto in uno dei vicoletti della Old Town (detti “close”), proprio sul Royal Mile che va dal Castello a Holyrood, si trova invece il Museo degli Scrittori. Riadattato all’interno della splendida dimora seicentesca di Lady Stair, storica mecenate edimburghese, l’esposizione celebra la vita di tre scrittori d’eccezione: sir Walter Scott, Robert Burns e Robert Louis Stevenson, con manoscritti, fotografie e prime edizioni. Agli appassionati d’arte, infine, la città offre tre diverse attrazioni: la Galleria Nazionale, la Galleria d’Arte Moderna e la Portrait Gallery.

Nella prima, un edificio colonnato nel mezzo dei Princess Gardens, si procede con una linea del tempo ben definita attraverso tutti i principali generi pittorici fino all’Ottocento, per poi proseguire con l’arte moderna nel museo di West End. Il concetto di cultura gratuita è stato talmente dibattuto che vederlo realizzato con tanta semplicità sembra quasi assurdo. Tra le sale del museo non mancano artisti italiani: Tiziano, Tintoretto, Filippo Lippi e una splendida Madonna con bambino sui toni del rosa, firmata Botticelli. Una sala è dedicata all’arte scozzese, su cui dominano Il reverendo Robert Walker mentre pattina a Duddingston Loch di sir Henry Daeburn e il simbolico Cervo reale di Edwin Landseer. La sala si armonizza perfettamente con gli stili pittorici che la circondano, volendo sottolineare la propria impronta senza togliere spazio alla storia dell’arte.

Essendo gratuiti i musei non ricevono un supporto sistematico dai visitatori, è stato quindi interessante scoprire come i quadri siano stati acquistati e, in generale, la via che Edimburgo ha trovato per sostenersi. La risposta è stata donazioni e contributo di vari fondi privati e statali. Nelle informazioni disponibili su ogni opera d’arte, il turista curioso può scoprire come è arrivata alla Galleria e tramite quali aiuti. C’è, a esempio, il Cowan Smith Bequest Fund, da un ingegnere e filantropo inglese che lasciò al museo una sostanziosa parte della propria eredità per acquistare oltre 40 opere d’arte di valore. Il testamento aveva una sola condizione: che la Galleria esponesse un quadro del suo cane morto qualche anno prima, Callum, che ritratto da John Emms tuttora sorride da una delle sale.

Non solo, anche il National Lottery Fund ha contribuito agli acquisti, come anche l’Art Fund, il Turtleton Trust nato nel 2007 per supportare l’arte scozzese e il Tam O’Shanter Trust, che prende il nome da un poemetto in dialetto di Robert Burns. Alcune opere, inoltre, arrivano in dono dalle Royal Institutions, altre sono supportate dal National Heritage Memorial Fund per le vittime di guerra, tra cui la meravigliosa Allegoria del Vecchio e Nuovo Testamento di Hans Holbein il Giovane, uno dei tesori della Galleria. C’è persino un dipinto accettato come pagamento di tasse arretrate nel 1970, Il Contento di Adam Elsheimer. I musei sono in continua espansione e accettano ovviamente anche donazioni da parte di chi arriva, ma solo alla fine della visita, come premio per il lavoro di allestimento e non come tassa per poter accedere alle opere.

Edimburgo è un esempio perfetto di ciò che si può ottenere con creatività e propositi più alti. Lo scopo dell’arte, prima di ogni cosa, è farsi ammirare, diffondere luce laddove prima c’era buio. La città prova a regalare, senza precludere, sentendo su di sé il dovere di preservare e mostrare e dando ai visitatori quello di recepire e apprezzare. Quel che è certo è che partendo da un luogo che ha voluto mostrarsi in toto, si ha una sensazione di completezza e accoglienza che dovrebbe forse essere il vero obbiettivo dell’Europa unita. E non è forse un caso che, dopo una visita, J. K. Rowling e G. R. R. Martin abbiano prodotto due dei più grandi capolavori della storia della lettura mondiale. Non è mai troppo tardi per ringraziare un bel modello autentico di città aperta.

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