Diverso è una parola che spesso evoca i fantasmi del pregiudizio e della discriminazione. La cultura è lo specchio della nostra società e del momento storico che essa vive. Testimonianza che anche nell’antichità si vivesse l’inquietudine della pluralità di popoli, culture e religioni diverse è magnificamente rappresentata dalle opere di Vittore Carpaccio e dal maestoso telero di Gentile (1429-1507) e Giovanni Bellini (1433-1516), Predica di San Marco in Alessandria d’Egitto. San Marco parla a una folla composita, ricca di diversità culturali e religiose: donne coperte da un velo integrale bianco, turchi, dignitari veneziani e animali esotici; di sfondo unarchitettura mamelucca anziché ottomana.

Gentile e Giovanni Bellini, Predica di San Marco in Alessandria d’Egitto. Fonte: Wikipedia

Nei secoli l’esigenza di testimoniare realtà differenti si trasforma nel bisogno di indagarne l’interno, di attraversare quel velo di Maya per arrivare alla verità. Oltrepassando la cortina di preconcetti e studiando ciò che non conosceva, Paul Gauguin (1848-1903) è stato tra quegli artisti che si è posto l’obiettivo di non fermarsi alla propria percezione ma di comprendere, termine inteso nel suo significato più profondo: prendere insieme, abbracciare. I paesaggi di Tahiti sono fatti di forme e di colori puri; le figure che lo popolano propongono un mondo lontano dalla tradizione europea: arcaico e legato alla terra. La fuga di Gauguin verso i mari del sud segna non soltanto la sua vita, ma una rottura dell’arte moderna che d’improvviso si proietta in avanti nel fascino per il selvaggio e in una “mitologia” di avventure esotiche. Le donne dipinte dall’artista sono il semplice, nudo tentativo di suggerire un presente ancestrale, di rivivere un’era passata che il vecchio mondo ha perso.

Ciò che resta della ricerca e dell’amore di Gauguin verso questi popoli, soprattutto per le donne di altri mondi e culture condurrà artisti come Emil Nolde (1867-1956) e Max Pechstein (1881-1955) a ripercorrere quegli stessi itinerari, ma soprattutto, a guardare con rispetto e stupore popoli e tradizioni sconosciuti invece di incorrere nei preconcetti e negli stereotipi largamente diffusi.

Emblema di questa continua, tormentata indagine è stata Frida Kahlo (1907-1954). Più che di una ricerca, per l’artista messicana si è trattato di una riaffermazione continua della propria tradizione, diventando essa stessa figura iconica e caratterizzante della sua cultura. Frida dunque diventa portavoce di ciò che è diverso, anticonformista, divergente. Le sue opere trasudano tutta la tradizione del “meticciato messicano” combinando insieme il retaggio del substrato precolombiano con la cultura spagnola. La Kahlo è stata tra i pittori del suo tempo – affermati sul piano internazionale ed entrata di diritto nell’arte mondiale – l’unica a collegarsi direttamente a una produzione pura, popolare, radicata nella tradizione. Surrealista, aprospettico, simbolico e didascalico, il Mexicanismo di Frida ha gettato un ponte tra il mondo occidentale e industrializzato dei gringo e quello antico e cosmico latino-americano. Legata a filo doppio con gli elementi fantastici e folkloristici che rafforzano la caratterizzazione di sé e l’origine della sua cultura; nelle sue opere viene eviscerato il costante e complicato rapporto con il proprio corpo malato e martoriato dalle ferite causate dall’incidente subito nel 1925.

Dalla stessa sofferenza psichica, ma soprattutto fisica, è stata segnata la vita e le opere dell’artista Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901) uomo complesso, affetto da una malattia ossea che lo ha reso deforme bloccandone la crescita. Toulouse-Lautrec è stato sempre attratto dagli ambienti considerati più abietti; le sue opere sono il racconto della vita dei personaggi bistrattati che abitano quei luoghi: ballerine, prostitute, ubriaconi. Pochi artisti sono riusciti a rappresentare con tanta umanità ed empatia il “deviante”: diverso dai suoi simili perché disobbediente alle convenzioni sociali dell’epoca. Toulouse-Lautrec ha rappresentato il diverso con sensibilità e pathos.

Henri de Toulouse-Lautrec, Yhe woman in front of the mirror. Fonte: www.theredlist.com

Queste dimensioni, definibili borderline, non sono che una parziale visione delle molteplici realtà dei cosiddetti “emarginati”, degli ultimi. La descrizione onesta, delicata ma in ogni caso cruda realizzata da Théodore Géricault (1791-1824) nel ciclo degli Alienati, descrive con ruvida schiettezza attraverso cinque ritratti o monomanie individui affetti da problemi psichiatrici, ossessioni che riguardano un solo aspetto del comportamento (la cleptomania, l’invidia, la dipendenza dal gioco d’azzardo, la mania del comando militare e la pedofilia). Sul finire del ‘700, queste persone erano trattate senza rispetto e diritti. Géricault, invece, ne fa trapelare un’immagine diversa, piena di dignità allontanandosi così, dall’opinione del tempo che gravitava intorno al malato, in una società cristallizzata sulla dicotomia follia/ragione. Il pittore descrive compartecipazione, solidarietà attraverso i volti tirati o assenti. Mostra verità e soprattutto comprensione.

Gericault, Gli alienati. Fonte: www.artspecialday.com

Mark Bradford (1961) artista americano di fama mondiale, ci mette costantemente davanti ai problemi del nostro tempo; Le sue opere raccontano la violenza, il bullismo, l’omofobia, storie che per primo ha vissuto sulla sua pelle. La diversità oggi è più che mai tema di attualità, diviene sfida culturale e politica, sfociando nel dramma dei migranti e delle grandi migrazioni del XXI secolo. L’artista dissidente Ai Weiwei (1957) abbraccia questa tragedia e la rivolge al pubblico in modo provocatorio, sia con The Law of the Journey, opera esposta alla Biennale di Sidney attualmente in corso, in cui ammassa trecento migranti in un gommone nero lungo settanta metri, sia con una delle sue ultime monumentali installazioni nella quale s’impadronisce dei due lati di palazzo Strozzi a Firenze, occupandoli con ventidue gommoni di salvataggio. Weiwei diviene, non a caso, il simbolo della lotta per la libertà di espressione. “Si conosce per differenza”, dunque. Conoscere per molti artisti ha significato e continua a significare studiare, utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per mostrare, per accorciare le distanze attraverso l’arte. A rendere non uguale, ma leggibile ciò che di diverso c’è.

La meraviglia di ognuno di noi, di ogni realtà, cultura, popolo, tradizione, religione sta nella singolarità, in ogni sofferta diversità.
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