“Senza la rivoluzione non sarebbe esistita la pittura messicana”.

Con questa netta e perentoria dichiarazione il pittore e muralista messicano Siqueiros evidenzia l’impegno sociale e politico dell’arte pittorica che nacque in seguito alla rivoluzione messicana del 1910, iniziata con l’azione del movimento armato che pose fine alla dittatura del presidente-generale Porfirio Díaz. Con l’avvento del nuovo secolo l’arte messicana subisce infatti un nuovo slancio, e una delle maggiori correnti che si sviluppano è il grande filone della pittura murale, quella di José Clemente Orozco, David Alfaro Siqueiros e Rufino Tamayo, ma soprattutto quella di Diego Rivera. Portavoce degli oppressi, degli indigeni e grande illustratore della storia del suo paese, Diego Rivera è considerato il massimo rappresentante della scuola murale messicana.

“Il portatore di fiori” (1935)
Diego Rivera

Nato a Guanajuato l’8 dicembre del 1886, oggi Rivera avrebbe compiuto 133 anni. Il suo interesse per l’arte lo spinge fin da giovanissimo a frequentare le lezioni serali dell’Accademia di San Carlos di Città del Messico, presso la quale, all’età di dodici anni, diventa allievo del celebre paesaggista José Maria Velasco. Mirata a mantenere saldo il rapporto con la tradizione popolare del paese, l’arte di Rivera si ispira alle opere dell’incisore José Guadalupe Posada, il precursore della fioritura artistica messicana del XX secolo. “È lui – afferma il pittore – che mi ha insegnato la lezione suprema di ogni arte: che nulla può esprimersi senza la potenza del sentimento, e che l’anima di un capolavoro sta in questa potenza dell’emozione.”

“La Creazione”, (1922)
Diego Rivera

Recatosi in Spagna nel 1907 con una borsa di studio finanziata dal governo messicano, il pittore messicano lavora per qualche tempo nello studio di madrileno del paesaggista Eduardo Chicharro. In seguito si trasferisce prima a Parigi – dove entra in contatto con molti artisti internazionali dell’epoca, come Amedeo Modigliani, Pablo Picasso o lo scrittore e giornalista Ilya Ehrenburg – e poi in Italia, dove scopre l’arte di Tintoretto e di Giotto. Nonostante la lontananza fisica dal suo paese di origine, Rivera non rimane indifferente agli eventi della Rivoluzione e, profondamente ispirato dagli ideali del movimento armato, decide di tornare in Messico per dipingere la storia del suo popolo. Giunto nella capitale un anno dopo la ribellione di Agua Prieta, la campagna conclusiva della Rivoluzione, nel 1922 realizza varie opere murali all’interno degli edifici pubblici della città, prima fra queste La Creazione, eseguita nell’Anfiteatro Bolivar della Scuola Nazionale Preparatoria. L’esigenza di recuperare le tradizioni e la volontà di riallacciare il dialogo con le origini fanno di Rivera un pittore rivoluzionario poiché, come scrive Octavio Paz, “La Rivoluzione del Messico non fu che la riscoperta del Messico da parte dei Messicani”.

Il popolo, colto in tutte le sue molteplici realtà è il protagonista assoluto della produzione del muralista, che in ogni opera si impegna, e riesce, a rappresentare al meglio questo mondo contraddittorio e stupendo. Ne sono un esempio gli affreschi della Segreteria dell’Educazione Pubblica a Città del Messico e della Scuola Nazionale di Agricoltura di Chapingo realizzati tra il 1923 e il 1928, in cui il temperamento della popolazione messicana è riassunto nelle scene di “festa” che si alternano a quelle di “lavoro”.  Il 1929 è un anno importante per Diego, che oltre a sposare la giovane artista Frida Kahlo, si cimenta in un progetto rischioso, quello di dipingere nel Palazzo Nazionale l’Epopea del popolo messicano. Questo affresco di grandi dimensioni – completato intorno al 1935 – è suddiviso in tre sezioni, delimitate dalle tre pareti che si estendono lungo la scalinata principale dell’edificio, e ripercorre la storia del Messico: a partire dalla nostalgica epoca precolombiana (sulla parete destra), si ricapitolano le vicende che dalla conquista spagnola del 1519 portarono alla rivoluzione del 1910 (sulla parete centrale), per poi giungere (nel pannello di sinistra) all’epoca moderna, raccontata dall’artista come un periodo prospero.

Il matrimonio con la Kahlo è un continuo di tradimenti e infedeltà, di odio e amore, ma nonostante tutto la relazione tra i due non cesserà mai, poiché suggellata dal vincolo creativo, un legame troppo forte per poter essere spezzato. La coppia, trasferitasi nel 1930 negli Stati Uniti, inizia a farsi conoscere dal pubblico americano e nel 1933 Diego viene chiamato a New York per realizzare un grande murale nella RCA (Radio Corporation of America), nel Rockefeller Center di New York, ancora in fase di costruzione: il murale viene realizzato con l’edificio che, poco a poco, gli si sviluppa attorno. La scelta di inserire un ritratto di Lenin all’interno dell’opera suscita talmente tante critiche che l’artista viene indotto a distruggere il murale e a tornare a Città del Messico nel 1934. Qui realizza L’uomo controllore dell’universo, una copia esatta del murale andato perduto (originariamente chiamato L’uomo all’incrocio). L’affresco, situato nel Palazzo de Bellas Artes, raffigura un uomo posto sul crocevia di due ideologie contrapposte: il comunismo e il capitalismo. Si tratta di uno dei murales più famosi del pittore, non solo per la sua peculiare storia, ma anche per il suo contenuto apertamente politico.

Dettaglio del murale “L’uomo controllore dell’universo” (1934),
Diego Rivera

L’arte di Diego è alle volte provocatoria e scomoda, come del resto lo è la realtà che essa riflette. L’interesse primario e costante che si riscontra nella produzione del muralista è quello di testimoniare le abitudini e le usanze della cultura messicana. Sogno di una domenica pomeriggio all’Alameda centrale ne è l’esempio perfetto. Nell’immagine Diego inserisce circa 400 personaggi appartenenti alla storia del Messico e alle diverse classi sociali, con l’intenzione di restituire una visione generale, e al contempo, fedele e completa del popolo messicano. Sulla parete oggi esposta al Museo Mural Diego Rivera si scorgono varie figure, come quelle dello stesso Diego, e quelle di Hernan Cortes, Porfirio Díaz, Frida e di “La Catrina”, l’appellativo usato per definire la donna messicana del XX secolo che veste all’europea, rappresentata in maniera surrealista sotto forma di scheletro. La varietà dei personaggi rispecchia la complessità di una società dagli aspetti contraddittori, sempre a metà tra il bene e il male. 

L’arte di Diego Rivera è sempre stata di proprietà del popolo e continua ad esserlo anche oggi. Prima della sua morte, avvenuta nel 1957, il pittore del popolo si adoperò affinché le sue opere rimanessero a disposizione di tutti, nella speranza che la memoria e il legame con la tradizione avrebbero aiutato il paese a costruire una società più equa e giusta. Grazie alla fondazione della Casa Museo Anahuacalli – finanziata dallo stesso Rivera – e all’apertura del Museo Studio Diego Rivera, la casa donata alla Città del Messico, oggi il popolo messicano può ammirare le collezioni private e le opere che hanno fatto la storia, diventando il simbolo di una nazione.

© riproduzione riservata