Il Tevere, una delle icone più comuni e amate sullo sfondo della Città Eterna, ha da sempre incantato milioni di visitatori che hanno avuto modo di ammirarlo sostando sui suoi numerosi ponti oppure, come in una cornice,  attraverso le finestre aggettanti dei palazzi che lo cingono. Ebbe un ruolo fondamentale nella nascita ed evoluzione dell’Urbe, determinando lo sviluppo del primitivo nucleo attorno all’area dell’isola Tiberina, a poca distanza dall’antica presenza del ponte Sublicio ( il  primo ad essere stato edificato dai Romani, i cui resti vennero definitivamente demoliti attorno al 1890 nell’ambito delle misure di risistemazione del corso urbano del fiume ). Grande fonte di sostentamento e prezioso veicolo per lo sviluppo del commercio, il Tevere era tenuto in grande considerazione dai Romani tanto da essere esso stesso considerato una divinità: il Pater Tiberinus celebrato l’8 dicembre attraverso riti propiziatori e di purificazione, in occasione della fondazione del tempio ubicato sull’isola Tiberina.

Statua colossale del Tevere, presumibilmente dal tempio di Iside al Campo Marzio, oggi al Louvre. Photo Credits: Valerio Caporilli

Prezioso fu il suo intervento in materia di salvaguardia.  Infatti la maggior parte delle opere d’arte antiche che oggi possiamo ammirare lungo le strade o raccolte gelosamente all’interno di musei, sono giunte fino a noi grazie alle costanti esondazioni verificatesi nel corso dei secoli. Queste hanno ricoperto di fango e detriti vasti quartieri della Roma antica, proteggendo le opere dagli agenti atmosferici e dalle ripetute devastazioni perpetuate con l’avvicendarsi dei vari domini. Ogni rione di Roma fu soggetto nei secoli a modifiche, atte a soddisfare le varie esigenze che vennero via via a crearsi. Basti pensare al Rione Celio, caratterizzato dalla presenza del monumento-simbolo della città: il Colosseo. Da area di rilevante importanza in età repubblicana ed imperiale, nel Medioevo perse parte della sua monumentalità per ridursi in terreni adibiti a vigne ed orti, nei quali sorsero diversi complessi ecclesiastici, per poi arricchirsi di nuovi edifici tramite le convenzioni edilizie stipulate tra il 1872-3 ( con Roma capitale del Regno d’Italia ). Tramite questo esempio possiamo perciò renderci conto dei grandi mutamenti del volto della città, la quale non solo fu capitale dell’Impero Romano, ma anche centro di elaborazione culturale a livello europeo sotto lo Stato Pontificio e, centro prolifico nell’arte contemporanea della Repubblica Italiana. Ogni secolo lasciò le sue preziose testimonianze, le quali ci aiutano a sviluppare una coscienza e conoscenza della nostra identità storica, ma anche a ricollegarci con un passato che possiamo sentire più o meno vicino data la condizione attuale dei resti che ci sono pervenuti.

Ponte Sant’Angelo, Roma. Photo Credits: Valerio Caporilli

Ma esiste una parte di Roma che è riuscita a sottrarre le opere dal tempo, conservandole gelosamente in condizioni ottimali considerato l’intervallo che si frappone fra l’originale utilizzo e la sua riscoperta. Parliamo di Albula, Thybris o Tevere, da sempre presente come padre attento allo sviluppo della società, fulcro della vita e dei traffici fluviali, rimasto pressocchè estraneo ai mutamenti interni della città. Grazie al suo fondo limaccioso, trattiene e protegge dall’erosione ogni oggetto che sia stato deliberatamente gettato o sia caduto nel grande corso d’acqua. In esso possiamo quindi ritrovare, tra limo e argilla, le testimonianze della vita quotidiana romana di ogni epoca: da opere di basso valore come lucerne o monete, a veri tesori dell’arte come sezioni architettoniche, statue e gioielli. Molti sono i racconti che ci lasciano sognare, come per esempio la notizia riguardante i barbari capeggiati da Alarico che una volta espugnata la città nel 410 d.C. caricarono all’inverosimile le navi di tesori, tanto da causarne il ribaltamento nei pressi della Marmorata; o ancora la leggenda che nel Tevere fosse finita addirittura la Menorah, il famoso candelabro a settebracci in oro massiccio, portata a Roma da Tito dopo la conquista di Gerusalemme nel 70 d.C. e ricordata in una raffigurazione scultorea all’interno del suo Arco trionfale situato sulla Via Sacra, citata dal Belli in un sonetto:

“Mò nun c’è più sto Cannelabbro ar monno. Per èsse, c’è; ma nu lo gode un cane, perché sta giù ner fiume a fonno a fonno. Lo vòi sapé lo vòi dov’arimane? Vicino a Ponte rotto; e si lo vonno, se tira su per un tozzo de pane.”

Menorah nel Sacco di Gerusalemme, Arco di Tito, entro il 90 d.C. – Roma

Riguardo notizie più concrete, abbiamo per esempio il ritrovamento di un’ ingente quantità di materiale archeologico durante la costruzione dei muraglioni, progetto avanzato dall’architetto Raffaele Canevari dopo la disastrosa alluvione del 28 dicembre del 1870. In quell’occasione il Tevere  superò  di 17 metri il livello medio. I lavori, protratti per ben 50 anni, furono segnati da costanti scoperte di opere d’arte, documentate dagli scritti di Rodolfo Lanciani e che comprendono punte di frecce preistoriche, una grande quantità di monete antiche, fino a oggetti di una storia a noi più vicina come le armi da fuoco usate dai Romani per scacciare i Francesi da Roma nel 1849.

A. Ravaglioli, Le Rive del Tevere prima della costruzione dei muraglioni, tra Farnesina e San Giacomo in Settimiano, foto d’epoca – 1882

Nel 1880 presso i bagni di Donna Olimpia si raccolsero decine di monete d’oro, sotto l’Aventino migliaia di monete di epoche diversissime. Solo del settore numismatico si parla di oltre 50.000 monete antiche, tanto da indurre la Conservatrice del Museo Nazionale Romano a raccogliere ben 274 Kg di monete in cattivo stato di conservazione, alla richiesta ricevuta nel 1936 dal Ministro delle Finanze di materiale metallico da rifondere per necessità di ordine bellico. Si potrebbe parlare delle statue bronzee e marmoree che ora arricchiscono i nostri musei, come la statua bonzea di Dioniso conservata a Palazzo Massimo o l’Apollo in marmo pario rinvenuto nei pressi del Ponte Palatino. La cosa sbalorditiva è che si tratta di rinvenimenti del tutto fortuiti, non connessi a mirati scavi archeologici ma atti a porre le basi per la costruzione dei possenti argini contenitivi. Parliamo quindi di un vero tesoro unico nel suo genere, così vicino quanto difficile da riscoprire. Sono molte le idee succedutesi negli anni per la brama di conoscenza, come il tentativo di scandagliare il letto del fiume, con la fondazione nel 1819 della Società per la escavazione del Tevere, oppure la proposta di Garibaldi del 1875 di deviare il corso per far fronte alle costanti alluvioni, progetto sviluppato anche in epoca romana dallo stesso Giulio Cesare. A fronte quindi di progetti accantonati e di ritrovamenti fortuiti e irripetibili, non ci resta che sognare.
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