Milano, Castello Sforzesco. Non tutti sanno che nell’edificio dell’antico Ospedale Spagnolo, nel Cortile delle Armi del Castello, è conservata la Pietà Rondanini, l’ultima opera di Michelangelo, l’incompiuta. Rappresenta la più fragile e imperfetta tra tutte le opere dell’artista rinascimentale e, probabilmente per lo stesso motivo, anche la più poetica.

Era il 18 Febbraio 1564. Michelangelo ormai quasi novantenne stava lavorando nel suo studio di Roma, alle spalle di piazza Venezia, quando improvvisamente lo sorprese la morte. L’opera a cui stava lavorando era una Pietà, come si è sempre appreso dai suoi scritti e dalle numerose lettere che l’artista ha lasciato ai posteri. Eppure, per moltissimi anni successivi al suo decesso, la misteriosa Pietà in questione rimase nel dimenticatoio. Bisognerà aspettare il 1952, anno in cui la scultura venne venduta dai proprietari di uno storico palazzo di via del Corso a Roma, Palazzo Rondanini (da cui la statua prese il nome) per essere nuovamente riportata in auge. Venne così acquistata dal comune di Milano che decise di esporla all’interno del Castello Sforzesco e, a partire dal 2015, con un allestimento totalmente indipendente.

Questo complesso marmoreo costituisce per molti studiosi un vero e proprio testamento spirituale di Michelangelo stesso. La Pietà, come soggetto scultoreo, non è di certo un tema sconosciuto all’artista, né tanto meno poco vendibile al pubblico del tempo, però per qualche ragione rimane sin dal concepimento ad esclusivo utilizzo di Michelangelo, che tornerà a lavorarci in diversi momenti della sua vita, modificandola e talvolta stravolgendone l’aspetto e la composizione.

Dopo moltissimi anni il Maestro tornò a lavorare allo stesso blocchetto di marmo, più o meno all’età di ottant’anni. La parte inferiore, le gambe del Cristo, era stata già perfettamente finita, come anche il braccio destro, ma Michelangelo distrusse la parte superiore, e scavò nell’originario corpo della Madre il corpo del Figlio, quasi fosse un tentativo di farlo rinascere, nell’attimo stesso della sua morte. Poi, a causa dei numerosi pentimenti, lo scultore si trovò con non abbastanza materiale per scolpire completamente la mano sinistra della Madre e così decise di scolpire la piccola mano della Vergine nel corpo di Lui: difatti la mano della Madre sembra entrare dentro il corpo del Figlio. I due volti e la mano sarebbero “sbozzati e non finiti“, secondo la descrizione dell’inventario redatto dopo la morte del Maestro, e questo giudizio di incompiutezza è sopravvissuto fino a noi. Il pensiero comune è che Michelangelo non abbia avuto il tempo di finire l’opera, né di mettersi al lavoro su un nuovo blocco di marmo, e che il compimento dell’opera gli sia sfuggito per via dell’età, e della forza che gli mancava.

Ma questa non è l’unica interpretazione possibile. Un’altra linea di pensiero riconosce come molto significativi, i turbamenti che colpirono la psiche dell’artista ormai maturo, segnandolo profondamente. Michelangelo dunque, avendo modificato da anziano la sua idea dell’esistenza, avrebbe modificato in parallelo l’idea della pietà, della Madonna e del Cristo morto.

Henry Moore, scultore britannico, ha rilasciato una meravigliosa intervista in merito alla scultura michelangiolesca in cui afferma:
«Forse la prima scultura era perfetta, a giudicare dalle gambe del Cristo, ma per me questa è la scultura più commovente che sia mai stata creata da un artista. Mi sento profondamente toccato dalla tenerezza e dalla straordinaria drammaticità e spiritualità della Madonna, dai volti, dalle mani. Qui, in questo suo nuovo stile espressionistico-gotico, Michelangelo ha davvero toccato il culmine della sua arte. Ecco un esempio di come gli esperti e i teorici dell’arte possono a volte sbagliare,intendo quei critici che sostengono che nell’opera d’arte debba esserci unità, che non ci possano essere disparità tra le parti della composizione. Ora di fronte a me c’è la Pietà Rondanini, una scultura che è completamente disunita, ma il fatto che possiamo vedere e immaginare la statua primitiva e insieme questa improvvisazione sentimentale nella parte superiore, rielaborata dopo tanti anni, e quindi in contrasto con la parte realistica della prima, ciò rende la scultura più dolce e piena di sentimento. Ed emozionante. La parte più tarda della composizione, la testa, le spalle del Cristo e quelle della Madonna, sono impressionanti. Direi che il Cristo non è una figura morta, ma agonizzante. Sono certo che Michelangelo in quei giorni stesse pensando alla vita e alla morte, alla propria morte, al dolore umano. E tutto questo ha realizzato nell’ultima statua prima di morire. Non importa quanto perfetta e unitaria sia l’opera. Ciò che più conta è la qualità del pensiero che l’ha ispirata. Si sente in questa scultura una più profonda comprensione dell’umanità. È questo per me il vero metro di giudizio di un’opera d’arte. Il senso di umanità che l’ha ispirata».

Fonte: tgcom24.mediaset.it

L’interpretazione di Moore sembra in effetti convincente. Per quanto sia umano e comprensibile che in un momento di debolezza fisica il Maestro possa aver lasciato al caso il compimento di un’opera, allo stesso tempo non è possibile giustificare la gigantesca carica emotiva che riesce ad emanare un’opera che dovrebbe essere insignificante, secondaria. Per questo motivo non posso non pensare che dietro a quei segni così volutamente abbozzati, in quelle forme non del tutto percettibili, ci debba essere molto di più. Dai pochi solchi lasciati a scalpello sul marmo, quest’opera rivela una forte fragilità compositiva, a tratti destabilizzanti. Un Michelangelo che probabilmente non siamo abituati a vedere, molto lontano dagli innumerevoli virtuosismi che hanno sempre accompagnato la sua carriera artistica.

Il maestro qui si spoglia, abbandona per sempre quell’alone di perfezione data dalla tecnica per abbracciare un’armonia tutta spirituale, più raccolta, più intima. Le forme sembrano ad un tratto fondersi nuovamente in un unico blocco, come in una sintesi finale tra il Cristo e la Vergine, La Pietà e il blocco in marmo, la vita e la morte, l’opera e l’artista. Il maestro si spegne proprio rielaborando quest’opera, in un momento di apice della sua fragilità interiore, immortalando per sempre sulla pietra i turbamenti dell’animo umano ad un passo dalla morte.

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