Il ritrovamento

È l’8 aprile 1820 e il contadino Yorgos Kentrotas, vangando il terreno vicino all’antico teatro di Melo, si imbatte in un torso marmoreo femminile. Poco lontano riaffiora anche la parte mancante di quella che sembra una statua antica, alta più di due metri. Sebbene manchino diverse parti, fra cui le braccia e un piede, l’opera è di una bellezza formidabile, unanimemente riconducibile  all’effige di Venere. In breve tempo  così la voce dello straordinario ritrovamento si sparge su tutta l’isola. Da qui in poi  le testimonianze si dividono: nessuno sa la verità di come l’inestimabile reperto greco sia arrivato a Parigi.

Tuttavia uno dei resoconti più attendibili, o così si preferisce credere, racconta che un ufficiale della marina francese riconosce subito l’eccezionale valore dell’opera. Con l’aiuto dell’ambasciata francese, allora, iniziano subito le trattative per l’acquisto, che vedono un forte antagonismo dell’Impero Ottomano. Un mese dopo, però, la statua viene portata in trionfo alla corte di re Luigi XVIII, simbolo di una nuova rinascita per il regno. Dopo un anno di restauro, l’opera prende posto nelle sale del Louvre, sostituendo la Venere Italica canoviana che era stata restituita al legittimo proprietario depredato.

“Venere di Milo”, Alessandro di Antiochia

L’opera

La scultura risale al 130 a.C. circa ed è una dei pochi capolavori ellenici originali giunti fino a noi, non sotto forma di copia romana. Grazie all’iscrizione ritrovata sul piedistallo, andato perduto dopo il ritrovamento, attribuiamo la paternità ad Alessandro di Antiochia, riconducibile a un gruppo omogeneo di scultori denominato Eclettismo ellenistico.  Tale movimento si discosta dai canoni patetici tipici del tempo, che caratterizzano la Nike di Samotracia. La corrente si ispira infatti direttamente ai modelli classici di Fidia e Prassitele, con una predilezione per i soggetti femminili, tra cui è dominante la figura di Afrodite. La morbidezza del corpo femminile  diventa infatti per gli scultori un pretesto per cimentarsi in effetti virtuosistici che mostrano la perizia dell’artista. La ricerca di emotività viene così subordinata a quella di un realismo formale, comportando una scarsa espressività compensata dalla perfezione fisionomica.

Eva Green impersona la “Venere di Milo” nel film “The dreamers” di Bernardo Bertolucci (fonte: dilei.it)

Troviamo difatti un completo ritorno all’ideale classico di bellezza, basato sul canone di Policleto. L’arte deve infatti rappresentare il più alto esempio universale di figura umana cui aspirare. Tale modello si fonda sull’armonia perfetta della forma, dotata allo stesso tempo di compostezza e dinamismo. Per raggiungere l’equilibrio ottimale è inoltre necessaria una proporzione fra le diverse parti del corpo, secondo il principio della ponderatezza. La “Venere di Milo” rappresenta l’apice dell’infinita ricerca di tale modello di perfezione, iniziata dagli artisti dell’età classica. Le forme morbide del busto vengono compensate da quelle frastagliate del drappeggio e la composizione chiastica di viso, busto e gambe dona insieme staticità e dinamismo alla scultura. È proprio la ponderazione degli opposti che rende la Venere uno dei più alti modelli di bellezza di tutti i tempi.

Fabio Viale, Venus, © Fabio Viale

Modello di Bellezza

Dobbiamo tuttavia ricordare che, nella cultura greca, la bellezza estetica deve essere corrisposta da un equilibrio morale per raggiungere la completa felicità. Per questo motivo la prestanza fisica è sempre associata a valori più elevati della pura apparenza, come la lealtà, la generosità, la saggezza e il coraggio. Come abbiamo visto nell’espressione artistica, rimane fondamentale la ponderazione di tali virtù. Senza un equilibrio stabile, infatti, l’eccesso porta solo alla degenerazione della forma e dell’anima. Ogni scelta deve quindi trovare il giusto mezzo tra due opposti. Dall’armonia fra bello estetico e bello etico nasce l’ideale greco della καλοκαγαθία (kalokagathìa): perfetta espressione della compenetrazione fra mondo dell’avvenenza e della bontà. Bisogna quindi immaginare che la “Venere di Milo”, per i suoi contemporanei, non impersonasse solo il fascino ma anche l’eticità.

La cultura di oggi

La Venere di Milo tuttavia non rappresenta un modello solo per l’antichità, essendo divenuta la musa ispiratrice di molti artisti contemporanei. Primo fra tutti ricordiamo il grande Salvador Dalì, che immagina la dea crivellata di cassetti, simbolo delle infinite porte dell’Io. Il dadaista Man Ray ci offre invece una visione molto più sensuale della dea dell’amore, con la sua “Venere restaurata”. Ricordiamo anche l’asettica “Venere blu” di Yves Klein, totalmente immersa nei toni che hanno reso l’artista famoso nel mondo.

Una delle citazioni più recenti la ritroviamo nell’opera di Fabio Viale. L’immacolato corpo della dea è marchiato da tatuaggi che ricoprono la figura, spiazzando totalmente lo spettatore. Annoveriamo tuttavia un elenco lunghissimo di rimandi all’opera, che vanno dalla pittura, alla letteratura, alla musica, fino alla cinematografia. Due citazioni d’onore vanno così al celebre film “The dreamers” di Bertolucci e al brano “Venus de Milo” di Miles Davis.

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