L’arte ha subito molti mutamenti nel corso dei secoli e molti tendono a catalogare i vari periodi secondo giudizi troppe volte stereotipati: l’arte classica è vista come la perfezione assoluta, il Medioevo come un periodo buio di decadenza, il Rinascimento come un ritorno all’antico splendore, il Barocco e il Rococò come il trionfo dell’eccesso. Data questa premessa c’è bisogno di sottolineare che l’arte non si esprime attraverso un processo evoluzionistico (apice e decandenza), ma un’opera va analizzata e contestualizzata secondo i gusti, gli ideali e le richieste del dato periodo. Arriviamo così all’Arte contemporanea che, nei suoi nuovi modi, materiali e metodi espressivi, molto spesso non è apprezzata adeguatamente dalle masse: ci limitiamo a pensare che chiunque avrebbe potuto rovesciare una latrina o tagliare una tela, ma non ci soffermiamo mai a pensare quale sia stato il vero intento dell’artista. Cercheremo in questo articolo di illustrare e spiegare alcune delle più famose (ed incomprese) opere dell’arte contemporanea.

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“Fontana” di Marchel Duchamp, fonte: Wikipedia Commons

Considerato il padre dell’Arte contemporanea, Marcel Duchamp ha rivoluzionato il modo di vedere, di concepire e di pensare gli oggetti, decontestualizzandoli e privandoli della propria funzione primaria, “trasformandoli” in altro. Qui sopra troviamo Fontana, una normalissima latrina rovesciata di 90°, firmata con lo pseudonimo di Richard Mutt (Richard era il nome più diffuso in America in quegli anni e Mutt era la marca del sanitario). Questi pochi dettagli sono già di per sé una provocazione: tutto può essere arte, basta solo scegliere e privare l’oggetto del suo contesto originale. Ecco che un semplice orinatoio diventa una fontana. Il pezzo originale è andato perduto nei vari trasferimenti perché erroneamente scambiato per un comune sanitario, tutte le riproduzioni che vediamo non sono altro che copie autorizzate firmate dallo stesso Duchamp.

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“Concetto spaziale-Attese” di Lucio Fontana, fonte: Wikipedia Commons

“Anch’io saprei tagliare una gamba ad un uomo, ma se non fossi un dottore, lo ucciderei!”, così rispondeva Lucio Fontana a chi criticava i suoi famosissimi tagli. Con precisione chirurgica, l’artista incide la tela, creando un nuovo spazio pensato, un concetto spaziale appunto. Dietro questo semplice gesto c’è però una lunghissima riflessione: nei vari secoli l’arte non ha fatto altro che imitare la realtà, dipingendo paesaggi, eventi storici, persone ed “illudendo” in un primo momento lo spettatore. Costui ha infatti l’illusione di aver davanti a sé un vero paesaggio, un vero volto e così via. A questo momento illusorio sussegue immediatamente la disillusione: ciò che abbiamo davanti è solo un qualcosa di dipinto e di bidimensionale. Fontana con i suoi tagli annulla entrambi questi due momenti: i tagli non sono sono dipinti, sono reali, tangibili, tridimensionali e sfondano ciò che per secoli è stato l’intermezzo tra l’illusione dello spettatore e la realtà dell’opera.

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“Cretto” di Alberto Burri, fonte: Wikipedia Commons

Quello che a prima vista sembrerebbe una veduta aerea di un terreno arido e desertico, è, in realtà, un’opera di Alberto Burri, intitolata Cretto. Qui il concetto di rovina è espresso all’ennesima potenza: l’opera d’arte comune è intaccata dal tempo e dagli agenti atmosferici, qui invece è già nata corrosa, riarsa e spaccata. Il concetto di tempo viene così annullato, non c’è un prima né un dopo. Secondo altre interpretazioni, le crepe non sono altro che una testimonianza di vita dell’autore, che fu prigioniero in un campo di concentramento in Texas: la vita, percorsa da mille scosse e spaccature, è resa imprevedibile da quest’ultime.

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“Marilyn” di Andy Warhol, fonte: Wikipedia Commons

Può un personaggio reale diventare un simbolo, un’icona, un marchio riproducibile all’infinito? Sì, secondo Andy Warhol. In questo modo anche un politico, un musicista o una diva cinematografica può essere consumato, comprato e riprodotto più e più volte. Questo è il caso della sua famosissima opera serigrafica Marilyn del 1967, dove la personalità del soggetto e le sue qualità scompaiono e resta solamente la sua immagine. Sta all’artista modificarne i colori nelle più infinite combinazioni. La ripetitività finisce poi per rendere l’immagine banale, quasi “consumata”: ecco che, un attimo dopo, il personaggio passa di moda, viene sostituito con qualcun’altro più bello e appetibile per la società consumista del Boom economico.

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