Nell’immaginario comune, l’artista è dotato di una sensibilità superiore. Come se possedesse un superpotere, viene sovrastato dalle emozioni in maniera più violenta delle perone “normali”, traslandole su tela o in versi, o in musica. Il mondo circostante è certamente di grande ispirazione, ma è soprattutto dalle vicende personali che l’artista estrapola il pathos che in seguito scaturisce dalla sua opera. Una vita complicata e tormentata è spesso la base su cui si erge la produzione artistica. Infatti, dallo studio approfondito di celebri artisti, apprendiamo che questi hanno superato numerosi travagli proprio grazie all’implacabile flusso di arte che fuoriusciva dalle loro mani.

Artwave vi parla di alcuni tra i personaggi che hanno fatto la storia dell’arte e di come abbiano tratto beneficio dal proprio lavoro, superando dolori e difficili prove che la vita ha loro riservato.

Michelangelo Buonarroti, pilastro dell’arte italiana e creatore di opere che i turisti accorrono ad ammirare da ogni parte del mondo, visse fino all’età di 89 anni, morendo nel 1564 e superando di gran lunga gli standard di vita dell’epoca. Tramite l’analisi delle sue opere e di alcuni suoi documenti, scritti da lui stesso, è emerso che soffrisse di artrosi da quando aveva circa 70  anni. Erano soprattutto le mani a dolere, scrivere era diventato un esercizio così faticoso che le sue ultime lettere portavano esclusivamente la firma autografa e, cosa peggiore, non vi era alcun antidoto che potesse portargli sollievo. L’unico rimedio per continuare ad usare le mani era effettivamente continuare ad usarle! Michelangelo portò avanti i suoi lavori fino a poche ore prima di morire. Forza di volontà, passione ed impegno sono state le armi per combattere i limiti che il proprio corpo poneva, alleviando un dolore cronico che avrebbe condannato lui a rinunciare alla propria identità di artista, e il mondo intero a non poter più ammirare i capolavori prodotti da quelle mani sofferenti.

Ritratto di Michelangelo, jacopino del Conte, fonte: Museo dell'arte

Il malessere di Vincent Van Gogh, invece, non si limitava al solo corpo, ma gli divorava soprattutto la mente, privandolo spesso di razionalità e della possibilità di vivere in maniera serena. La psichiatra americana Kay Redfield Jamison, nel suo libro “TOCCATO DAL FUOCO” afferma che il pittore soffrisse di tutte le possibili patologie che potessero colpire un uomo. Tra epilessia, schizofrenia, assuefazione da assenzio, porfiria e depressione, la vita di Van Gogh era un’altalena che passava velocemente da un apice di violenza e frequenti ricoveri, ad un altro di strana quiete, mai completamente goduta per il timore di un ritorno dei “mostri” della sua mente. Questo bipolarismo cullava l’artista tra giorni di luce e di buio, e così ne parlava egli stesso:

«Se queste emozioni sono talvolta così forti che si lavora senza accorgerci del lavoro e che, talvolta, le pennellate vengono giù una dopo l’altra e i rapporti di colori come le parole di  un discorso o in una lettera, bisogna però ricordarsi che non è stato sempre così e che in futuro ci saranno pure dei giorni cupi senza ispirazione.»

Campo di grano con volo di corvi, fonte: Intemporel Bdm

Proprio in questi giorni di lucidità prendevano forma i quadri che ancora oggi amiamo. Da questi riusciamo a percepire la realtà attraverso gli occhi di Van Gogh: sebbene la natura riveli una ed una sola verità nel suo aspetto, il velo di persecuzione che aleggia negli occhi di chi la ritrae, rende i campi di grano o gli alberi minacciosi. I rami e gli steli scanditi da pennellate spesse e materiche, sembrano danzare al vento, pronti a travolgere chi ci passa vicino, come fossero tentacoli. Allo stesso tempo fanno emergere l’anima di un uomo e la sua fervida immaginazione, che per la maggior parte del tempo erano rinchiusi in una cella della sua mente.

Un’ artista che invece ha fatto delle sue debolezze un punto di forza è Frida Kahlo. Fin da bambina, il destino si è accanito su di lei: la poliomelite fu il primo nemico contro cui dovette combattere, rendendole difficile camminare, nel 1925 poi, a seguito di un terribile incidente stradale, oltre a numerose fratture, perse la possibilità di avere figli. Fu dopo questo tragico evento e molti mesi passati in ospedale, che cominciò a dipingere, raffigurando soprattutto se stessa.  Sceglieva di autoritrarsi perché era il soggetto che conosceva meglio e che poteva quindi raffigurare in maniera più precisa, senza nascondere le ferite che le erano rimaste sul corpo e nel cuore, scegliendo di non reagire alla tragedia piangendosi addosso, ma ringraziando di  essere ancora lì a potersi guardare raffigurata su una tela, e rinascendo dalle sue stesse ceneri.

Frida Kahlo, fonte: Rome Frattina 27

Riconosciamo questa positività di Frida nei colori dei suoi dipinti accesi e allegri, nei fiori che abbondano sul capo e sulle vesti, nella natura florida, e così a noi oggi sembra che, nonostante tutto, la donna sia grata della vita che le è stata riservata. In seguito, la scoperta dell’amore (con Diego Rivera) le ha portato una forza nuova, più potente della semplice volontà di vivere, rendendola orgogliosa di esistere e piena di linfa per la produzione artistica. Nonostante il fato crudele e l’evidente disabilità, F. Kahlo ha saputo cogliere la parte migliore della sua esistenza, donandosi non solo all’arte ma anche a nobili cause politiche, come la liberazione della sua patria, il Messico, dimostrando che il corpo  è solo uno strumento per lasciare il proprio segno nel mondo, ma non l’unico.

Infine parliamo di Yayoi Kusama ( già incontrata nell’articolo sulla mostra LOVE al Chiostro del Bramante), 87 anni, di cui 77 passati raccontando il mondo a pois, attraverso disegni e sculture. I pallini che la differenziano da tutti gli altri artisti, sono frutto delle numerose allucinazioni da cui è affetta, oltre ad un grave disturbo ossessivo-complusivo.

Yayoi Kusama, fonte: Hell Bellz

«La mia arte nasce dalle allucinazioni che solo io posso vedere. Traduco le allucinazioni e le immagini ossessive che mi affliggono in sculture e dipinti. Tutte le mie opere a pastello sono il prodotto di nevrosi ossessive e sono quindi inestricabilmente connessi alla mia malattia. Però creo pezzi anche quando non ho allucinazioni.»

Anche il rapporto con la famiglia ha contribuito a rendere la vita dell’artista giapponese più difficile, portandola a chiudersi in se stessa e ad esplorarsi introspettivamente. Questo auto-alienarsi è divenuto alla fine il suo modo per comunicare con le persone, affascinando il mondo con la sua arte e curando la sua malattia.

Sì, l’arte salverà il mondo.

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