Tutto cominciò nel tardo Rinascimento, ai tempi della magnificenza del ducato di Urbino, delle sue casate e dei suoi vasti possedimenti, che si estendevano non solo nelle Marche (a nord della provincia di Pesaro e Urbino), ma anche in Emilia-Romagna (a ovest della provincia di Rimini), nella Repubblica di San Marino, in Toscana (a est della provincia di Arezzo) e in parte dell’alta Umbria. Tra questi ve n’era uno, il “Castello” di Fermignano, che mal sopportava la lunga dominanza e mirava, piuttosto, a una pacifica indipendenza. Fu così che, il 28 settembre del 1607, la città ottenne finalmente il permesso di governarsi tramite un Consiglio Municipale per benevolenza del Duca di Urbino Francesco Maria II della Rovere, 15° Conte di Montefeltro. Per festeggiare la felice conquista, come allora soleva, gli abitanti del posto organizzarono nella domenica dopo Pasqua (definita “Domenica in Albis”) banchetti, canti e giochi storici quali la corsa coi sacchi, la rottura delle pignatte, l’albero della cuccagna e la corsa delle rane in carriola.

Fermignano, torre medioevale e ponte romano. Ph. Piera Feduzi

L’autonomia, però, durò alcuni anni, almeno fino alla morte del Duca. Dopodiché, tutto il vasto territorio tornò sotto il diretto controllo dello Stato Pontificio: iniziò così un lungo periodo di decadenza, che portò alla fine delle tradizioni goliardiche e dei caratteristici festeggiamenti. Solo nel 1966, più di tre secoli dalla dichiarata autonomia di Fermignano, l’Associazione Pro Loco decise di ripristinare la gara che fu considerata più originale tra tutte, dandole un nome ufficiale e stabilendo un vero e proprio regolamento: la corsa delle rane in carriola, oggi nota come “Palio della Rana”.

Quest’anno il torneo storico giunge alla sua 55° edizione e si svolgerà dal 25 al 28 aprile, conservando intatta l’anima della sfida e del gioco tra le sette Contrade rivali, distinte per le abilità dei singoli “scariolanti” e i loro distintivi colori: Ca’ L’Agostina (bianco e celeste), Calpino (giallo e rosso), La Pieve (blu e rosso), La Torre (bianco e blu), San Lazzaro (bianco e rosso), San Silvestro (bianco e giallo), Santa Barbara (giallo e nero). Questione di velocità, destrezza, preparazione e fortuna: serve un po’ tutto per raggiungere il traguardo prima degli altri, dopo una corsa libera con una rana a bordo della carriola. Ognuna delle sette Contrade cittadine può mettere in gara quattro concorrenti o “scariolanti”; il Magnifico Maestro di Campo, poi, alla presenza dei Giudici d’Arrivo e di un rappresentante per Contrada, stabilisce tramite sorteggio in quale batteria e in quale posizione di partenza viene destinato ogni partecipante; a quel punto le rane (di allevamento) sono pronte per essere visitate dal veterinario e posizionate dai Giudici sulle carriole, dove si spera che restino paciose per tutto il tragitto, decretando l’inizio ufficiale della gara. L’integrità e la sicurezza dell’animale sono fattori principali di riuscita e di vittoria, pena l’eliminazione. I vincitori delle sette batterie più un sorteggiato tra i secondi arrivati, giocano le due semifinali; tra questi, i primi e i secondi arrivati gareggiano nella finalissima: il vincitore assoluto ha il tanto ambito “Palio della Rana”.

Tale è rimasta la tradizione e la sua storia, anche gastronomica, quella del banchetto, indissolubilmente legata al divertimento e alla celebrazione, quando aprono le taverne per le vie del paese e le cucine cominciano a fumare gli odori tipici della festa: tagliolini al ragù di rana, rana in porchetta, rana fritta (tra le specialità), accompagnate volentieri da piatti a base di cinghiale o dal piccione ripieno e, ovviamente, dal vino.

E ogni piccolo pezzo di queste tradizioni secolari viene riproposto e rivissuto partendo dagli avvenimenti del passato, che la memoria collettiva conserva fino ai nostri giorni e che i Fermignanesi amano custodire e raccontare. Ad esempio, la contrada di Ca’ L’Agostina è ricordata per la famosa sconfitta di Asdrubale da parte dei Romani durante la Seconda Guerra Punica. Anche lo storico Tito Livio riportava che la battaglia tra i Romani e i Cartaginesi avvenne nel 207 a.C. in prossimità del fiume Metauro, poco distante dalla via Flaminia. Lo stesso Torquato Tasso celebra questi territori nella sua rinomata Canzone al Metauro (Rime d’occasione o d’encomio, 1578) quando, dopo essere fuggito dal convento di S. Francesco e aver lasciato Ferrara, chiese ospitalità e protezione al suo vecchio amico il Duca Francesco Maria della Rovere e soggiornò in una sua villa a Fermignano (patria di Donato “Donnino” di Angelo di Pascuccio, detto il Bramante, architetto e pittore italiano tra i maggiori artisti del Rinascimento): «O del grand’Apennino figlio picciolo sì ma glorioso, e di nome più chiaro assai che d’onde; fugace peregrino a queste tue cortesi amiche sponde per sicurezza vengo e per riposo. L’alta Quercia che tu bagni e feconde con dolcissimi umori, ond’ella spiega i rami sì ch’i monti e i mari ingombra, mi ricopra con l’ombra […]».

Da “Canzone al Metauro” di Torquato Tasso – ponte romano di Fermignano. Ph. Piera Feduzi

La biografia del Montefeltro si accosta e si unisce a quella della Val Metauro, si integrano senza però confondersi, in un continuum di luoghi, di storie, di identità ricchissime di eventi e di sapori, di usanze e di espressioni artistiche (si ricorda, inoltre, che dal 1998 Urbino con il suo centro storico e il Palazzo Ducale è patrimonio dell’umanità UNESCO, nonché città natale di Raffaello Sanzio; mentre Pesaro, patria di Gioacchino Rossini e del festival a lui dedicato, dal 2017 è parte dell’UNESCO Creative Cities Network per la musica).

Dalla montagna al mare, attraversando dolci colline scoscese bagnate dal fiume, si incontrano i prodotti di una società profondamente segnata dalla terra e dalla natura, ma anche da guerre e da fame, laddove non sempre regnava l’abbondanza, di una civiltà contadina e peschereccia, ma anche pastorale che continua a operare, di una cucina di recupero povera ma ricca di gusto che non butta davvero via niente. Vediamo le mani delle mamme, delle zie e delle nonne sempre attive e impegnate che preparano qualcosa: i cappelletti in brodo di gallina e cappone a Natale; i tacconi di biada con farina di fave; i passatelli ricavati dalla mollica del pane grattugiato (perfetto è quello senza sale di Chiaserna, prodotto artigianalmente con l’acqua di sorgente dei monti vicino a Cantiano, famosa anche per le omonime visciole utilizzate nel vino aromatizzato) da preparare in brodo o asciutti con quel loro sentore agrumato e di noce moscata; la crescia o pizza di Pasqua (crescia brusca) col valore simbolico dell’odierna colomba, servita come spuntino con salumi, formaggi, uova sode, frittata, lagnello alla cacciatora stufato del Montefeltro, o consumata per colazione con uova sode benedette e vino rosso il giorno di Pasqua; il coniglio in porchetta o quello in potacchio, cioè in umido con erbe aromatiche; la pasticciata pesarese (stracotto al vino rosso); le baldinacce di Carnevale e la torta bostrengo di riso, cioccolato, pinoli e aromi; la crescia sfogliata o crostolo (cugina della piadina romagnola ma con uova e strutto, nella variante di Urbania in passato la polenta poteva sostituire la farina di grano) posta a cuocere sulla graticola calda e farcita a piacimento con le erbe di campo, il Salame di Montefeltro ricavato dalle parti più pregiate del tipico maialino nero marchigiano, il Prosciutto di Carpegna DOP, il Pecorino di grotta, lo Slattato molle, nonché con la popolare Casciotta di Urbino DOP, formaggio di breve stagionatura da latte misto vaccino e ovino di cui anche Michelangelo Buonarroti sembrava essere grande estimatore (si narra che per assicurarsi il suo amato cacio di guaime – così era chiamata all’epoca la Casciotta – fosse proprietario di tre terreni, dove veniva prodotto, nell’antica Casteldurante, oggi Urbania, e se lo facesse spedire a Roma negli anni in cui progettava Piazza del Campidoglio e la Cupola di San Pietro).

Ancora oggi sono molti i pastori e altrettanti di origine sarda, che vivono in queste zone e producono i formaggi con metodi tradizionali e artigiani, ormai propri delle Marche. La terra da queste parti è sempre stata una risorsa principale di sussistenza, che porta ancora i segni delle comunità rurali che l’hanno lavorata, le generazioni che non l’hanno abbandonata, l’hanno caratterizzata e ancora la mantengono. Di questo lavoro se ne trovano i frutti nelle piante, come la Pera Angelica di Serrungarina e la Pesca di Montelabbate; nei campi, come testimonia il Triticum dicoccum, farro medio o “vero farro”, antesignano del grano duro, detto anche “farro delle Marche”, la qualità più pura dell’antico cereale; nell’olio, come quello Extravergine di Oliva DOP “Cartoceto”, primo e unico marchigiano con il marchio di origine protetta; nei vini e nei vitigni riscoperti: il Bianchello del Metauro, il Sangiovese dei Colli Pesaresi, il Pergola DOC Aleatico, l’Incrocio Bruni 54 di Sauvignon Blanc e Verdicchio, lAlbanella, il Pinot Noir introdotto dai francesi nel corso della dominazione napoleonica, i vini da dessert come il Santo e la Visciolata (inserita nella lista dei “Presidi Arca del Gusto” di Slow Food e dei prodotti agroalimentari tradizionali della Regione Marche).

Dal sottosuolo spuntano tesori, diventati sempre più preziosi e pregiati, soprattutto dove si svolgono le storiche fiere internazionali di Acqualagna e Sant’Angelo in Vado: tra questi il Tartufo bianco pregiato o Tuber Magnatum Pico e il Tartufo nero pregiato o Tuber Melanosporum Vittadini.

Tartufo Bianco pregiato di Acqualagna. Ph. Fiera del Tartufo di Acqualagna

Dalla terraferma si passa all’acqua, il mare, abitato da piccoli molluschi saporiti, i garagoi, e dalle innumerevoli varietà che servono a comporre il rinomato Brodetto fanese, protagonista dell’omonimo festival e per il quale è stata istituita un’apposita Accademia su iniziativa di un gruppo di ristoratori e di gastronomi locali: impossibile ormai tradirne la ricetta originale, che prevede solo pesce fresco pescato in Adriatico (tra cui scampi, granchi, seppie, calamari, scorfani, rana pescatrice, palombo, san pietro, sogliola) con varianti legate unicamente alla stagionalità di alcune specie o alle aree di pesca battute nella giornata. In chiusura di pasto, ma non la fine di questo viaggio gastronomico affatto esaustivo: la Muréta (Moretta di Fano) miscela di liquori, caffè e una sottile scorza di limone, riconosciuta nel 2006 come cocktail ufficiale AIBES (Associazione Italiana Barman e Sostenitori) e nel 2011 inserita nell’elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali delle Marche.

«Per la strada, verso gli Appennini, ci assalì il profumo della porchetta cotta e mangiata all’aperto. Provo nostalgia di quel profumo appetitoso e penso che ho perduto una prova delle mie riflessioni sui marchigiani a tavola: chissà forse anche i montanari per le strade infilano gli occhi verso il cielo intanto che masticano» (Giorgio Saviane, Marche, in Lo stivale allo spiedo. Viaggio attraverso la cucina italiana, a cura di P. Accolti e G.A. Cibotto, 1960).

Il torneo storico del Palio della Rana si festeggerà a Fermignano, in provincia di Pesaro-Urbino dal 25 al 28 aprile 2019. Per gli aggiornamenti e le info consultare il sito dell’Associazione Pro Loco www.proloco-fermignano.it, la pagina Facebook www.facebook.com/FermignanoProLoco o scrivere a

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