Ormai si vocifera da giorni e sembra ormai certa la data in cui finalmente, dopo mesi di blocco totale o quasi (per chi ha avuto la possibilità di attuare il servizio di consegne a domicilio) anche i ristoranti di molte regioni italiane potranno rialzare le loro saracinesche e, lentamente, ripartire.

Ripartenza che avrà quasi certamente le sembianze di una vera e propria nuova era, che ne riscriverà caratteristiche e destini.

La bozza del Decreto che sta circolando in questi giorni mette all’interno del calderone tutta una serie di provvedimenti e regole di cui attendiamo conferma ufficiale.

Per il momento si rincorrono termini come “distanziamento”, “barriere”, “autocertificazione”, “ventilazione”, “sanificazione”, “condimenti monouso”, “pagamenti elettronici”.

I ristoranti italiani sono chiusi da marzo. Credits: www.wikipedia.org

A prescindere da quali e quante di queste soluzioni saranno confermate, una cosa è certa: i ristoranti – almeno per un po’ di tempo – non saranno più quelli di una volta.

Mentre l’Italia è in attesa del Decreto ufficiale, che dovrebbe uscire nelle prossime ore, che cosa sta accadendo negli altri paesi europei e mondiali?

Molti di loro, per ottimismo, bassi contagi o per necessità, hanno già consentito la riapertura di ristoranti e locali pubblici, attraverso soluzioni e regole che potrebbero fare da apripista per il nostro Paese.

Corea del Sud, dove niente si è mai fermato

La prima nazione che può insegnarci qualcosa e suggerirci come procedere è, guarda caso, la Corea del Sud, anch’essa fortemente colpita dall’emergenza coronavirus, ma mostratasi sin da subito un modello virtuoso per il modo in cui ha saputo gestirla e ripartire.

Qui i contagi sono stati molto contenuti, se si tiene conto del fatto che la Corea è popolata da circa 50 milioni di abitanti, e negozi, bar e ristoranti non hanno mai chiuso, se non volontariamente quando il calo della clientela si è rivelato consistente.

La Corea del Sud non ha mai chiuso i suoi ristoranti. Credits: www.wikipedia.org

In che modo?

Il Governo ha fornito saponi igienizzanti a tutti i ristoranti ed ha obbligato clienti e camerieri a disinfettarsi le mani e ad indossare la mascherina.

In più, è stato messo a punto un sistema di tracciamento utilizzabile da smartphone che, attraverso messaggi inviati dal Governo a tutti i cellulari della nazione, informano su quali siano le zone in cui si trovano individui positivi al Covid-19. Tutti i positivi hanno l’obbligo di tracciamento, pena la detenzione.

Le soluzioni adottate e il proseguimento delle attività ha fatto sì che la popolazione continuasse a svolgere una vita quasi normale e la maggior parte dei ristoranti non hanno modificato il loro business, subendo un calo medio del 30-40%, che gli ha consentito di convivere con la crisi ma di non abbassare mai le saracinesche.

E se molti clienti nella fase iniziale hanno evitato di pranzare fuori, essi hanno a poco a poco ripreso a farlo con prudenza, tanto che oggi i ristoranti sono già nuovamente a quasi l’80% del fatturato del periodo pre-emergenza.

Le regole svizzere per la ripartenza

È di pochi giorni fa, invece, la riapertura dei ristoranti in territorio svizzero, che dall’11 maggio hanno ripreso la loro attività, con l’obbligo di disporre i tavoli ad una distanza minima di due metri tra loro, a meno che non siano dotati di una barriera protettiva in plexiglass; ad ogni tavolo può accomodarsi fino a un massimo di quattro persone, ad eccezione delle famiglie con più di due figli.

Relativamente ai divieti imposti, essi riguardano la possibilità di condividere condimenti e pane, di consumare in piedi al bancone e di usare il touch screen per il menu, a meno che non venga igienizzato dopo ogni utilizzo.

Infine, il Paese d’oltralpe ha modificato la posizione iniziale riguardo il provvedimento più discusso, quello che riguarda la registrazione dei dati di ciascun cliente.

Dopo tanti dubbi, polemiche e discussioni, il tracciamento dei clienti attraverso la comunicazione di nome, cognome, numero di telefono, dara e ora di fruizione, numero del tavolo e nome del cameriere che l’ha servito, è diventato facoltativo e il soggetto può rifiutarsi di comunicare tali dati.

Un dietro-front condivisibile o un errore?

La Svizzera ha fatto dietro-front sull’obbligo di registrazione dei dati dei clienti. Credits: www.pxhere.com

Vilnius e gli spazi aperti

Arriviamo, infine, al caso Vilnius.

La capitale della Lituania ha goduto di un numero relativamente contenuto di contagi (circa 1500, con una cinquantina di vittime) e, nella fase di riapertura, sta puntando molto sugli spazi all’aperto.

I caffè e i ristoranti che dispongono di posti a sedere, infatti, hanno già potuto riaprire, a patto di garantire il distanziamento di almeno due metri tra un tavolo e l’altro. Non solo, ma per aiutare gli esercenti a ripartire meglio, è stata concessa loro la possibilità di occupare uno spazio maggiore all’interno di piazze e strade limitrofe, allestendo senza alcun costo aggiuntivo tavoli all’aperto in 18 aree individuate dall’amministrazione per essere trasformate in vere e proprie isole di ristorazione.

Qual è il futuro dei ristoranti italiani?

Al di là delle soluzioni adottate da ciascuna nazione, una cosa è certa: tutto il mondo è Paese, e in questo momento di grave crisi mondiale, ci sentiamo tutti sulla stessa barca, in balia di un’emergenza che ha travolto e stravolto le nostre vite e l’economia.

Non a caso, a ben vedere, le soluzioni che gli altri Paesi stanno adottando sembrano essere molto simili a quelle che metteremo in pratica anche noi italiani (è notizia di ieri sera la possibilità per i ristoranti di occupare il suolo pubblico senza costi aggiuntivi).

Molti sono e saranno ancora i dubbi e le preoccupazioni da parte dei ristoratori, che si dividono in concreti e cautamente ottimisti e in catastrofici (proprio poche ore fa, Arrigo Cipriani ha detto addio alla possibilità di riaprire l’Harry’s Bar di Venezia).

Così come molte sono le incertezze e le paure dei clienti, fortemente divisi tra chi ha voglia di ritornare ad una vita normale, fatta anche di pause pranzo al ristorante e di cene fuori, e chi ha ancora molta paura di ammalarsi o preferisce evitare di seguire le norme imposte e di godere ancora di cene tranquille in casa propria.

Di una cosa, però, siamo sicuri: per la ripartenza e per la rinascita dei ristoranti serviranno flessibilità, spirito di adattamento, una buona dose di ottimismo e, soprattutto, di voglia di normalità. Perché le persone che sono state colpite dalla crisi e dalla malattia sono le stesse che avranno la responsabilità e il dovere di contribuire alla rinascita di un settore trainante come quello ristorativo.

La normalità la stiamo invocando, sognando, desiderando: è il momento di fare la nostra parte.

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