La cucina è da secoli espressione della cultura e dell’arte. In cucina, più che in altre branche artistiche, si mescolano processi creativi dati da contaminazioni, esperienze e basi culturali.

L’importanza del queer food è da attribuire ai due fondatori del queer food journalJarry, Lukas Volger e Steve Viksjo, che ne hanno esaltato le peculiarità, senza necessariamente esprimere il bisogno di dare dei contorni definiti al concetto. Il queer food è, come suggerisce il termine, fluido, e perciò svincolato da ogni tipo di incasellamento, ma semplice espressione della creatività di chi sta dietro i fornelli.

La rivista, nel 2014 aveva come focus l’esaltazione del contributo dei Queer chef nella comunità culinaria mondiale. L’analisi del binomio queer-chef ha riscosso moltissimo successo sia tra i protagonisti, sia tra i lettori del magazine, in quanto moltissimi chef appartenenti alla comunità LGBT si sono aperti, parlando della propria sessualità anche in relazione alla loro professione.

Il queer food si propone come emblema di una scoperta di se stessi attraverso il cibo, alla quale si aggiunge una buona dose di attivismo politico, in quanto le due cose sembrano ormai inscindibili. Già, perché in un panorama culinario prevalentemente dominato da chef uomini, che spesso sentono la necessità di sottolineare la propria virilità sotto qualsiasi forma, e in modo quasi aggressivo, alzare la propria voce contro gli stereotipi culturali è ancora più importante.

Al di là delle torte e dei dolci arcobaleno, che spesso sono emblema della marketing montato ad hoc, il queer food vuole sorprendere attraverso l’esaltazione del diverso, non solo attraverso nuovi sapori, ma sfidando le tutte le convenzioni e oltrepassando tutti i confini, anche quelli della cucina.

L’incalzante presa di posizione del queer food negli Stati Uniti ha subito un’impennata sin dalla ormai non più recente elezione presidenziale di Donald Trump, e dalle sue affermazioni riguardo la comunità LGBT. Quasi come una contro-rivoluzione, in risposta ad un’America sempre più conservatrice, quella del divieto ai transgender nell’esercito e delle gender toilets, sono nati moltissimi queer restaurants, in cui la creazione di un ambiente fluido, ha messo un freno alle discriminazioni di genere. 

Tra i queer chef spuntano molte personalità di spicco, tra cui Art Smith, chef personale di Oprah Winfrey, Niki Nakayama, titolare di N/Naka a Los Angeles e Dominique Crenn, titolare di Atelier Crenn a San Francisco. Entrambe molto rinomate nel panorama internazionale, le due sono state protagoniste di due distinte puntate della celeberrima serie firmata Netflix, Chef’s Table.

Nodo centrale di questo movimento è il rifiuto di incasellare la cucina entro confini precisi: quindi bando ad aggettivi che definiscono qualcosa come prettamente maschile o femminile, perché la il queer food supera questi confini. Oltre la monetarizzazione del termine, oltre i cupcake con gli unicorni c’è molto di più, spesso un mondo inesplorato o peggio, messo in secondo piano.

In Italia, la queer culture, nonostante la sua immensa fama, deve ancora compiere dei passi da gigante in questo senso, anche se non possiamo mai escludere una svolta queer nella cucina italiana, in grado di far nascere un movimento analogo a quello statunitense anche oltreoceano.

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