Trastevere, mentre il sole va giù è certamente uno dei migliori dipinti che Roma regala d’estate. Sfumature di rosso, arancio, rosa e giallo che si mescolano con l’azzurro del cielo, colorando i tetti dei palazzi, le viuzze strette e il nero dei sampietrini. Passeggiare per Trastevere al tramonto è un privilegio di romana concessione che richiama la meraviglia e trasmette, nella purezza più totale, la sua veracità.

Camminando per questo quadro a cielo aperto (osiamo semi-citare sua maestà Alberto Sordi), sulla sponda meno nota di Viale Trastevere, dove i turisti ancora non arrivano in orde massicce, si nasconde silenzioso e indisturbato l’Hotel San Francesco. Una terrazza, 24 camere e Jacopa, nuovo tassello di un quartiere che sta cambiando (in meglio) la sua identità culinaria.

Il ristorante. Credit – Official Jacopa / Ph. Max Littera

Dire che sia un nome strano ci sembra un eufemismo.

Andatelo a capire il percorso mentale che porta a scegliere il nome dei propri figli, provate a mettervi nella testa di due genitori (o delle volte uno solo) che argomentano quale sia il nome migliore per la vita futura dei propri pargoli. Corti o doppi, comuni o singolari, copiati dai nonni o scelti per i propri idoli, le lettere che compongono i nostri nomi indirizzano inevitabilmente la vita di ognuno di noi. Leonardo non sarebbe stato Da Vinci se si fosse chiamato Lorenzo e Jeff Bezos non ci permetterebbe di spendere tutti i risparmi su Amazon se si fosse chiamato Nick.

In realtà il percorso che porta a Jacopa è molto più semplice, visto che la via del suo portone è, per l’appunto, Via Jacopa de’ Settesoli. Tuttavia chiamarsi così in Italia significa essere destinati ad una vita dove la singolarità del proprio nome la vedi riflessa nella diffidenza della gente. Per Jacopa sarebbe più facile abbandonare stranezze e mimetizzarsi tra la folla, eppure avere uno strano appellativo può essere un’arma da utilizzare.

Chiamarsi Jacopa è un incitamento ad essere coraggiosi, a rimanere se stessi, con le proprie diversità e la propria originalità.

Figlio dei due chef Jacopo Ricci e Piero Drago, Jacopa è caffetteria, cocktail bar, ma sopratutto ristorante. Dentro la piccola cucina i due cuochi, cresciuti artisticamente nella scuola di Anthony Genovese, propongono la loro visione di cibo: diretta, senza fronzoli, sorprendente.

La materia prima rispetta la stagionalità ed è il centro del piatto, in ogni portata. La selezione coinvolge piccoli produttori e il prodotto è utilizzato in tutte (ma proprio tutte) le sue parti, per ridurre al minimo gli sprechi.

Jacopo Ricci e Piero Drago. Credit – Official Jacopa

Si inizia con gli amuse-bouche offerti dagli chef e subito si entra nel loro mondo: pan brioche con fegato di maiale nespole e albicocche, ferratelle ceci e hummus e coscia di rana fritta.

A seguire una pagnotta di pane di segale appena sfornato da inzuppare in un assaggio di Olio EVO.

Gli antipasti in carta sono un ponte di quattro pietanze con a destra la terra e a sinistra il mare, un richiamo a quello che le nonne (o gli amici rimasti agli anni 90) chiamerebbero mari e monti. Uova e gamberi è in realtà un ricordo del Giappone, dove una piccola omelette avvolge, rotolando, i gamberi. Il tutto è accompagnato dal brodo del crostaceo, che arriva fresco nel bicchiere, da bere in accompagno più per prolungare l’esplosione di sapori che per pulire il palato . Pulito e bello nella sua semplicità.

La prima copertina, però, se la prende quello che in carta è chiamato Trippa e Calamari. Sorprendente al palato tanto quanto alla lettura. La consistenza dei due elementi è un divertente gioco di rincorse e rimbalzi, dove la cottura eccezionale della trippa trova nel calamaro appena scottato un nuovo amico. Il fungo nero giapponese colora il tutto e gli da quella spinta minerale che conclude il piatto. A tratti geniale per la sua sfrontatezza.

I primi abbandonano la dicotomia acqua e terra, ma continuano a rappresentare la voglia di osare degli chef. La Fregola (o fregula che sia), burro, anguilla e finocchio selvatico è equilibrata, con il pesce che dona picchi di sapore, la pasta che è cotta al punto giusto e l’erba che rinfresca il palato. I Tortelli, maiale e peperoni hanno invece un unico protagonista: il maialino. Usato in tutte le sue parti, sia croccanti che grasse, dimostra la coerenza rispetto al credo “non si butta niente”. Il peperone accompagna e ringrazia. I Ravioli lumache, lattuga e parmigiano, invece, vedono la pasta, riempita di molluschi, immersa su un letto di vellutata di lattuga con il parmigiano a piovere. Il giardino nel piatto.

La filosofia del ristorante, però, si mostra fiera con l’entrata del secondo. Il titolo è Anatra arrosto, piatto con cui Jacopa impone la sua diversità in modo chiaro, esprimendo nella sua completezza l’essere fuori dagli schemi. Un’anatra presa intera arriva al tavolo in tutte le sue parti: testa, zampe, interiora, filetto e tutto quello che manca. Da mangiare con le mani, in modo verace, perchè se non ci sono artefici nel piatto non ci devono essere nemmeno nel modo di mangiarlo.
Sapori forti, voluti, sinceri, di quelli che qualcuno direbbe “è meglio non proporli in un ristorante del genere”. Qui non è così, perchè qui non si ha paura di essere diversi.

Anatra arrosto. Credit – Official Jacopa / Ph. Max Littera

Una piccola sfilata di erborinati di vacca anticipa i dolci. Anche questi autentici, decisi, dire di carattere è quasi dire poco.

Si chiude in “simpatia”, visto che Rapa rossa, rabarbaro e latte di pecora arriva con la pannacotta a forma di animale. La verità è che i dolci “in stile Jacopa” ad oggi ancora non ci sono. Li troverete a breve perchè solo da poco è stato trovato il pastry chef adatto, in grado di trasmettere alla parte dolce la stessa personalità di quella salata.

Rapa rossa, rabarbaro e latte di pecora. Credit – Official Jacopa / Ph. Max Littera

La carta dei vini presenta etichette naturali, una proposta attenta e corretta con bottiglie italiane e
straniere, che spaziano dai rossi alle bollicine. Il servizio è cordiale e leggero, come richiede la proposta gastronomica del locale. Coerenza, sempre.

I cocktail sono ben fatti e diventano ancora più buoni gustati sulla terrazza, al tramonto, dove il sole che cade su Roma dipinge i tetti dei palazzi con quei colori di cui vi parlavamo prima.

La terrazza. Credit – Official Jacopa / Ph. Max Littera

Jacopa è questo, un nome poco convenzionale per un’anima libera. Forse non è un ristorante per tutti, ma è meglio così.

 

Jacopa, Via Jacopa de’ Settesoli 7, Roma

Aperto dal lunedì al sabato dalle 19.00 alle 22.30

Sito Internet: www.jacopa.it

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