Non ci si arriva per caso, in Giappone. Non si arriva per caso nemmeno all’Infernetto. Tante cose su questo mondo, invece, sono frutto di casualità, figlie di quell’eterno girotondo caotico che porta ad esplorare luoghi sconosciuti e ad affrontare situazioni inaspettate. Se si vive a Roma, poi, tutto questo si amplia, considerando che neanche l’orario di arrivo dell’autobus rispetta un ordine stabilito. Nel marasma di questo tempo, allora, il fatto che un po’ di Giappone (vero ed autentico) si nasconda in un angolo della periferia romana (diversa e un po’ abusiva), può sembrare privo di logica. Eppure non è così.

Tor di Valle. Torrino. I ponti del Raccordo Anulare. Vitinia. Inizia Acilia. Poi via con Casal Palocco, Dragona e Infernetto, rettangoli di terra paralleli. Nomi di questa strana propaggine della Capitale che protende verso il mare. Chi è nato qui, ha la salsedine addosso, buche giganti sulla via di casa e il sole lo vede tramontare per davvero. Ancora Roma ma non ancora Ostia e quindi un’altra cosa. Diversa, meno nota a chi è cresciuto con ultimi piani con viste su cupoloni, Castelli Romani e Terminillo. Vite vissute sulla Roma-Lido o nel traffico della Via del Mare, di Via Ostiense o della Cristoforo Colombo. Arterie diverse, attaccate allo stesso cuore, Roma e destinate allo stesso tuffo, il mare.

Mikachan è un ristorante giapponese, o meglio una izakaya giapponese, ovvero uno di quei “locali dove i giapponesi vanno a rilassarsi dopo il lavoro e gli amici si incontrano per trascorrere una serata divertente bevendo, mangiando e chiacchierando“. Una ventina di coperti volutamente nascosti in una via interna dell’Infernetto dove non ci si arriva per caso, perchè per ricreare un angolo di Giappone serviva un luogo tranquillo, senza necessariamente grandi spazi o insegne luminose.

Mikachan è il “nome giapponese” di Micaela Giambanco, mamma del locale e considerata tra i 20 migliori Sushi Chef del mondo nel 2018. Una passione per il Sol Levante diventata un vero e proprio stile di vita, fatto di anni vissuti in Giappone, continui corsi di aggiornamento e uno studio maniacale di tutte le tecniche di preparazione per offrire una proposta autentica e difficilmente replicabile.

Troverete Micaela dietro il bancone di legno in esposizione diretta al pubblico, mentre con movimenti minuziosi e gesti delicati conclude i piatti che vi arriveranno al tavolo. Alle sue spalle (nel locale così come nella vita) suo marito Paolo, che ha intrapreso insieme a lei quest’avventura e che si occupa delle cotture di tutte le preparazioni.

Oggi piace chiamarle “cucine a vista“, in Giappone è la normalità.

La proposta enogastronomica è interamente nipponica. Pietanze calde e fredde, a base di carne, pesce e verdura, con un occhio speciale a piatti autentici e lontani da qualsiasi influenza occidentale. Non è difficile capire allora perchè una sezione del menù sia interamente dedicata al tofu, alla piastra e fritto, oppure perchè le commercialissime “nuvole di drago” siano sostituite dalle aonori senbei, delle chips di frumento con alghe aonori.

Must del locale è il ramen, proposto in quattro versioni e servito con delle bacchette speciali per aiutare nella pesca all’interno della ciotola. I noodles sono elastici e gustosissimi, il brodo ricco di sapori, l’uovo è cotto da orgasmo gustativo e l’umami rimbalza da un lato a l’altro del palato. Da provare a occhi chiusi, nel senso: chiudere gli occhi e lasciarsi andare.

Solo nel weekend il sushi, con Micaela che dal venerdì alla domenica si districa dietro al bancone e compone nigiri, affetta sashimi, arrotola hosomaki e farcisce l’inarizushi, stroardinari fagottini di tofu fritto ripieni di riso e condimenti vari.

Qui il vero consiglio che ci sentiamo di darvi è di abbandonarvi all’omakase ovvero all’arte del “fai tu, affidando alla chef e ai suoi suggerimenti, il percorso da provare. Lei farà la spola tra il bancone e il vostro tavolo, spiegandovi ogni pietanza e distruggendo alcuni preconcetti che vi sarete costruiti frequentando classici ristoranti giapponesi in Italia. Esempio? Non unire wasabi e shoyu, mai.

Speciali a nostro avviso i donburi, ovvero delle ciotole di riso su cui viene adagiato il condimento da scegliere tra: katsucurry, cotoletta con crema al curry; sakedon, salmone cotto in salsa teriyaki; chashudon, carne da ramen, maionese e zenzero. Arrivano in bellissime ciotole disegnate e ogni cucchiaiata è un’esplosione di sapori.

Più particolare l’okonomiyaki, una frittella di verza e pastella con salsa speciale e maionese giapponese da scegliere con gamberi, pancetta o polpo. Qui il consiglio è di condividerlo in tanti o sceglierlo come piatto principale.

Oltre alle preparazioni di Micaela e Paolo, inoltre, troverete birre, sakè e digestivi, tutti di importazione giapponese, che definiscono una proposta beverage piacevolmente poco comune su Roma.

Oltre a cibi e bevande da consumare seduti al tavolo, ci sono libri, stoviglie, campanelli, maneki neko (italianamente noti come “i gatti che salutano“) e vari prodotti già confezionati, che si possono acquistare direttamente dal grande scaffale che vi accoglie all’entrata o dal banchetto vicino alla cassa.

Non ci si arriva per caso da Mikachan, ed è proprio questo che lo rende speciale. Un angolo nascosto dell’Infernetto, dove compare il Giappone all’improvviso.

 

Mikachan, Via Torcegno 39, Infernetto, Roma

Aperto tutti i giorni a cena, la domenica anche a pranzo

Sito Internet: www.mikachan.it

Pagina Facebook: Mikachan

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