Il DMS – il Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali – è uno strumento fondamentale – consultato dai professionisti del campo medico/psicologico e non solo – che va a individuare e classificare i principali disturbi psicologici e psichiatrici diagnosticati. Tra questi, compaiono anche i disturbi del comportamento alimentare, i DCA.

Tra quelli più conosciuti e affrontati ci sono sicuramente l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e l’obesità. Ma nella realtà se ne possono individuare molti altri, tra cui il disturbo da alimentazione incontrollata, picacismo, mericismo, BED e altri disturbi definibili “atipici” quali il dieting, l’ortoressia e la vigoressia. Rappresentano tutti comportamenti distorti e polarizzati, in un senso o nell’altro, che causano effetti collaterali su più fronti, non coglibili spesso nell’immediato e soprattutto con conseguenze a lunga durata.

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Oltre al terreno comune riguardante il cibo, sono disturbi che differiscono tra di loro. L’anoressia nervosa è strettamente legata a un’alterazione nella percezione del proprio peso corporeo, che spinge la persona a restringere drasticamente l’apporto calorico/alimentare giornaliero, a controllare in modo maniacale il peso sulla bilancia e a autoprovocarsi vomito anche per più volte al giorno, percependo così un calo di energie e capacità di concentrazione. Condizione che si riscontra anche nella bulimia, dove però il principale sintomo da sottolineare è la frequenza di abbuffate da parte del soggetto che, sentendosi poi in colpa e vergognandosi, ricorre all’autoinduzione del vomito o all’assunzione di diuretici o lassativi. Due disturbi accomunati dal controllo malato su calorie, peso corporeo e sull’immagine che gli altri hanno del corpo e della fisicità in questione.

Al polo opposto abbiamo invece l’obesità, sindrome caratterizzata dall’aumento esorbitante del grasso corporeo, causato dall’introduzione esagerata di cibo iper-calorico e spesso poco nutritivo, accompagnata da un’inesistente attività fisica. Le persone affette da obesità tendono ad ingerire cibo al di là degli orari dei pasti e soprattutto senza dare ascolto al reale senso di fame, ma andando avanti per inerzia e facendosi assuefare dalla sensazione di piacere, di tranquillità e di benessere apportata dal cibo. Soprattutto se parliamo del classico “cibo spazzatura”, quindi snack, merendine e bibite gassate e zuccherate.

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Tra le diverse insorgenze di problemi legati all’alimentazione possiamo trovare però anche il disturbo dell’alimentazione incontrollata, definito anche binge eating disorder (BED), che si manifesta con episodi di abbuffate, per almeno una volta a settimana per un minimo di tre mesi. La differenza sostanziale che lo distingue da casi di bulimia è che le persone in questione non ricorrono successivamente a comportamenti quali vomito autoindotto o restrizione di cibo, e per questo infatti si tratta spesso di persone sovrappeso o obese. Chi soffre di binge eating tende a assumere – spesso isolandosi per la vergogna provata – quantità di cibo e quindi di calorie molto più alte rispetto a quanto riuscirebbe a fare una persona nello stesso lasso temporale, finendo per perdere totalmente il controllo su ciò che viene ingerito, mangiando velocemente e fermandosi solo al punto in cui si comincia a stare male fisicamente.

Probabilmente molto meno noti con i loro nomi scientifici sono il picacismo e il mericismo. Il primo rappresenta la tendenza, riscontrabile soprattutto nei bambini, a ingoiare o mangiare materiali non alimentari come sabbia, carta, sapone e così via. Disturbo che può essere comunque presente anche negli adulti e nelle donne in gravidanza, a causa di scompensi ormonali. Il secondo invece si presenta quasi esclusivamente nei bambini e si presenta come la tendenza a una ruminazione, vale a dire a rigurgitare il cibo ingerito, a rimasticarlo e in parte a deglutirlo di nuovo.

Se da una parte è vero che, parlando di problemi alimentari, inquadriamo soggetti con uno scarso se non nullo controllo sulla propria alimentazione, dobbiamo allora considerare anche coloro che, focalizzatisi troppo sul regime alimentare e/o sull’attività fisica, finiscono per sviluppare altri tipi di disturbi. Parliamo in questo caso del disturbo dieting, espresso nella volontà ossessiva di voler di dimagrire e ottenere un fisico asciutto e snello, finendo per controllare ossessivamente ciò che si mangia, eliminando anche cibi fondamentali (come la pasta o il pane) e ricorrendo alle “diete fai da te”. Altri invece possono registrare i classici sintomi dell’ortoressia, vale a dire una preoccupazione eccessiva manifestata nell’alimentazione, soprattutto non nella quantità ma nella qualità degli ingredienti e nelle calorie. Questo solitamente porta a pianificare assiduamente ogni pasto a livello settimanale, stando attenti ai metodi di cottura, e cercando quindi di evitare ogni occasione sociale considerata “rischiosa”. A questo disturbo si lega poi anche quello della vigoressia, l’ossessione per la propria forma fisica e per gli allenamenti da fare, in modo tale da aumentare il più possibile il proprio tono muscolare e sentirsi bene con se stessi. Spesso, per poter raggiungere l’obiettivo, le sessioni di allenamento sono rispettate ogni giorno anche per più volte al giorno, vengono assunti diversi integratori e ogni altro aspetto della vita sociale viene meno.

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Le cause sono varie. Si tratta di disturbi che generalmente si riscontrano tra le fasce più giovani della popolazione (il minimo di età negli ultimi anni si è abbassato anche alla fascia pre-adolescenziale), e non è un caso. Oltre a considerare le comuni instabilità e incertezze del periodo di crescita compreso tra i 12 e i 19 anni, l’apparizione di un disturbo alimentare può essere innescata da un’incapacità percepita nel crescere e nel passare alla fase adulta.

Tra le diverse cause ci sono condizioni familiari instabili (anche la presenza di familiari con precedenti disturbi alimentari), bassa autostima, condizioni croniche di depressione e il perfezionismo indotto da eventuali eccessive attenzioni o critiche sul fisico esasperanti o mal interpretate. Inoltre anche stati di ansia e di angoscia provati solo pensando al cibo e ai pasti da fare nel corso della giornata possono essere campanelli di allarme dell’inizio di un certo disturbo. Tra i motivi più profondi può incorrere anche un ambiente contestuale dove la magrezza viene mitizzata e considerata un traguardo da raggiungere a tutti i costi (basta pensare alle pubblicità soprattutto degli anni passati con modelle magrissime come testimonial).

Ci sono poi da considerare anche i fattori di mantenimento di tali disturbi, sia ambientali che personali, che non permettono un ritorno alla normalità. Uno di questi è un’ipersensibilità maturata nei confronti del cibo (parlando dell’obesità ad esempio), che porta questi soggetti a provare una gratificazione nettamente maggiore rispetto al normale nel momento in cui assaggiano del cibo. I più comuni sono poi il circolo vizioso del vomito autoindotto, la costante e crescente irritabilità per lo scarso o ristretto apporto alimentare, il senso di colpa provato, il sentirsi gratificati nel riuscire ad evitare certi cibi o a consumare pasti durante la giornata.

È un cane che si morde la coda, portato a provare disgusto e ansia per un comportamento ritenuto sbagliato e dannoso, finendo così per rifugiarvisi anche la volta successiva.

Non dobbiamo inoltre tralasciare le conseguenze, sia psicologiche che fisiche, che questi i DCA comportano. Se infatti spesso l’attenzione ricade sui residui che il disturbo può lasciare a livello mentale, altrettanto allarmanti devono essere anche i problemi registrati a livello organico, non di comparsa immediata ma evidenti nel lungo andare. Oltre ai tipici segni sul corpo quali pelle secca, perdita di capelli e macchie sulla pelle, un’eccessiva frequenza di vomito può ad esempio corrodere il calcio dei denti per l’acido presente, così come può causare ulcere esofagee e problemi allo stomaco. L’alterazione anomala nell’assunzione di cibo provoca poi disfunzioni a livello ormonale, portando anche ad amenorrea, che a sua volta può portare alla riduzione degli estrogeni che a sua volta può causare riduzione della massa ossea. Tra le possibili conseguenze fisiche c’è soprattutto l’arresto cardiaco, provocato da una carenza eccessiva e protratta del potassio, a causa del vomito.

Ma lo scalino probabilmente più difficile da superare è il muro che la persona ha eretto nella sua mente e che le impedisce di ritornare obiettiva con il proprio corpo e nel rapporto con il cibo. L’aver anteposto a tutto e tutti l’ossessione per l’aspetto fisico, in un senso o nell’altro, ha come conseguenza spesso l’essersi autoesclusi a livello sociale, finendo così in un vortice di depressione e di autocritica senza fine. Effetti che possono avere anche risonanza negativa in ambiente lavorativo.

Fonte: foter.com

Se ritrovarsi nel pieno di un disturbo del comportamento alimentare implica sforzo e tanta pazienza, riuscire a coglierne i sintomi in tempo è altrettanto difficile. Per questo opere di prevenzione, di sensibilizzazione e di informazione, anche nelle scuole, possono risultare determinanti, soprattutto se si riescono a stabilire rapporti diretti con gli studenti più giovani. Riuscire a cogliere situazioni personali o familiari problematiche potrebbe significare riuscire a individuare e eventualmente a sradicare la radice di un problema possibile molto più grande, che può mettere in rischio la vita stessa.

Dobbiamo ricordarci che un corpo sano non è altro che lo specchio di una mente sana.

 

 

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