Se da piccoli eravamo convinti che grazie al progresso e alla scienza, in futuro avremmo potuto assaporare un pasto masticando una chewing-gum, stile Violetta ne ”La Fabbrica di Cioccolato”, oggi l’evoluzione (fortunatamente) non ci ha condotti proprio lì. Tuttavia, non si può dire che coloro che vanno nello spazio possano mangiare esattamente ciò che mangiamo sulla Terra, o per lo meno non nello stesso stato fisico. Lo sviluppo tecnologico che ci ha portati all’esplorazione dello spazio ha posto la necessità di un’accurata indagine anche su cosa sia più giusto (e sano) mangiare nello spazio, e soprattutto in quali condizioni fisiche lo si debba fare. 

Il processo di adattamento del corpo al cambiamento di gravità, della durata di circa 72 ore, è spiacevole e provoca nella maggior parte dei casi mal di testa, nausea e vertigini. Il corpo richiede una certa preparazione per resistere alle condizioni imposte dallo spazio, che per quanto affascinante possa sembrare, comporta notevoli problemi dal punto di vista fisico per gli astronauti. Fin dagli albori dell’esplorazione spaziale, vari tecnici e scienziati si sono posti il problema di quali cibi e pietanze fossero più adatti da consumare nello spazio. Dettaglio non di poco conto è il fatto che, una volta nello spazio, grazie all’assenza di gravità, gli astronauti perdono gran parte del gusto e dell’olfatto. I cibi mandati ”oltreorbita” devono sempre rispettare i precisi parametri dettati dallo Space Food Lab della NASA.  Questi devono:

• poter essere agevolmente consumati in assenza di gravità

• poter resistere a temperatura ambiente per moltissimo tempo

• avere un packaging adatto a conservare cibi sublimati, multistrato, in alluminio o materiale plastico

I pasti degli astronauti devono essere sani, equilibrati ma anche gustosi. Durante le prime esplorazioni nello spazio agli inizi degli anni ’60, il cibo a disposizione degli astronauti si presentava sotto forma di un gel contenuto in un tubetto, stile dentifricio. Nelle successive missioni della metà degli anni ’60 si passò a piccoli cubetti di cibo disidratato, ricoperti da una pellicola edibile, in modo da non disperdere briciole. Con l’avvento degli anni ’70 e la possibilità di disporre dell’acqua calda nello spazio, si aprì anche la possibilità di una completa reidratazione dei cibi, cosa che li rese sicuramente più simili a quelli consumati sulla terra. Oggi la ricerca nel campo ha fatto passi da gigante, permettendo a chi deve trascorrere lunghi periodi nello spazio, un pasto per quanto diverso, appetitoso.

Credit: nasa.gov

Ad oggi, i cibi disidratati sono i più comuni nello spazio, in quanto l’assenza di acqua rende le sostanze inattaccabili dai batteri. Zuppe, vellutate e borsc, contenute in appositi sacchetti di plastica morbida, precedentemente crioessiccate, vengono reidratate grazie ad un adattatore che permette l’inserimento del corretto quantitativo d’acqua, per venire poi consumate grazie all’apposita cannuccia. Ci sono poi gli alimenti termostabilizzati, cioè quei cibi che vengono esposti a radiazioni ionizzanti in modo da eliminare tutti i possibili microbi o batteri, ma che non possono essere sottoposti a disidratazione. Effettivamente, una bistecca da bere non sarebbe poi così appetitosa.

Vengono usate moltissime spezie nella preparazione di questi cibi, proprio in virtù dell’alterazione della percezione del gusto, anche se non possono essere spedite nello spazio sotto forma di polvere, ma solamente in forma liquida, in quanto rischierebbero, per via della gravità, di essere inalate dagli astronauti.

Credit: nasa.gov

La preparazione dei pasti degli astronauti può essere osservata solo attraverso un vetro, in quanto tutto l’ambiente, gli utensili, i ricercatori stessi, sono sterilizzati. Ad esempio, gli scienziati russi seguono, per la preparazione di una minestra, un processo lungo circa 48h, in cui la stessa viene prima congelata per 16 ore a -30 gradi, successivamente riscaldata per 20-24 ore a circa 60 gradi. Questo svolgimento permette la conservazione dei nutrienti degli alimenti nonostante il processo di sublimazione.

Ad oggi, la ricerca continua, con la speranza di fornire a chi ha dedicato la sua vita alla ricerca nello spazio, pasti sempre più simili a quelli consumati sulla terra, gravità permettendo.

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