È innegabile che le nostre abitudini a tavola siano state massivamente sconvolte dagli effetti della globalizzazione.

La necessità di uno stile di vita caratterizzato dalla centralità della dieta mediterranea non si riflette solo sulla salute degli individui, ma anche sulla sostenibilità ambientale, territoriale e dell’economia locale. I consumi sono strettamente legati alle produzioni: se mangiamo per lo più prodotti importati, in quel preciso territorio si inizierà a coltivare e a produrre sempre meno. È così che si autoalimenta maggiormente questo pericoloso circolo vizioso.

Era del 2010 l’allarmante dato che vedeva i bambini italiani tra i più obesi d’Europa, mentre i nostri adulti sovvertivano la tendenza, grazie ad uno dei tassi di sovrappeso più bassi dell’intero continente. Questo era emerso dalla mappatura elaborata dal Joint Research Center della Commissione Europea: una cultura alimentare ancorata alla dieta mediterranea ben sedimentata tra gli adulti, che però, evidentemente, non si sforzano di farla rispettare né di trasmetterla ai propri figli.

Noi italiani, però, ci riveliamo sempre molto sensibili sul fronte cibo, ecco perché dopo aver toccato il fondo proviamo a rialzarci, specie se qualcuno prova a danneggiarci in qualche modo.

Il libero mercato è la più grande invenzione della storia, ma andrebbe considerata con la giusta misura. Libero mercato significa che ognuno può vendere qualsiasi cosa a chiunque, in ogni dove. Nel corso della storia ci ha regalato il progresso, la conoscenza, la diffusione culturale, oggi rischia di rovinarci. Dai trattati UE che autorizzano l’imitazione del made in Italy, all’importazione di olio tunisino che causa il collasso della produzione italiana. Quindi, se da un lato bisognerebbe elogiare la globalizzazione per mille motivi, dall’altro dovremmo limitarne gli effetti che hanno un impatto negativo a livello economico, sociale, ambientale. In poche parole, se potessimo scegliere tra un fast food qualsiasi a pranzo e una ricca insalata con pomodori ciliegini siciliani e olio evo pugliese…forse dovremmo optare per la seconda.

Ma, da alcuni dati e recenti ricerche, pare che qualcosa stia già cambiando.

È cresciuta, grazie all’informazione, la consapevolezza che si necessiti di un ritorno alle origini, in primis per il benessere di tutti, nessuna fascia di età esclusa.

Qualche mese fa, persino McDonald’s ha ceduto, promettendo l’utilizzo di sola carne Made in Italy.

Più che di un cambiamento di abitudini alimentari si potrebbe parlare di una maggiore costante e più intensa ricerca del sano, sinonimo di buono oltre che di bello, come ai tempi del famigerato boom economico. Oggi, come allora, è emerso, da un’analisi dell’ufficio studi COOP, che gli italiani detengono il primato per la spesa annua destinata ai generi alimentari.

Le interviste sono state condotte su un campione di 7000 italiani, nel quale è emerso che il 71% consuma giornalmente frutta, il 65% verdura e il 54% riso e pasta. E nei prossimi 5 anni, un consistente 25% è disposto a diminuire la quantità consumata di carni rosse, salumi e affettati, accanto ad un buon 12% che sarebbe disposto a diminuire la quantità di formaggi.

Torna quindi alla ribalta la dieta Mediterranea, ma leggermente “rivisitata”: verdure e legumi che vanno a sostituire parzialmente la carne rossa, maggior utilizzo di carboidrati alternativi che in parte sono una conseguenza dell’aumento di intolleranze o di allergie come la celiachia (alcuni ipotizzano che questo fenomeno sia dovuto ad un peggioramento della qualità del grano), diffusione di comportamenti alimentari in linea con uno stile di vita molto green ed ecosostenibile (vegani e vegetariani). Senza, però, mai perdere quel tocco di gusto che ci contraddistingue, e l’eleganza di piatti gourmet che ormai sui social vanno per la maggiore.

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