Dobbiamo ammetterlo, molti di noi sono affascinati dal mestiere dello chef, con i loro firmamenti di stelle Michelin, la vita patinata e il portafogli pieno di soldi.

Questo soprattutto per la notorietà che negli ultimi anni la professione del cuoco ha raggiunto grazie a format televisivi che ormai facciamo fatica anche a conteggiare, in cui gli chef più noti d’Italia e del mondo diventano severissimi giudici di concorrenti impauriti e competitivi.

Secondo studi di settore e statiche, questa professione è divenuta una delle più ambite degli ultimi anni.

I cuochi stellati vengono ormai considerati al pari dei vip più ammirati e imitati, con un fascino dovuto certamente al mix tra l’uomo che si destreggia ai fornelli e l’imprenditore, che colleziona un successo dopo l’altro e soldi, tanti soldi.

Eppure, scostando questa patina dorata di cui molti si sono ricoperti, esaltando solo la bellezza e la redditività di questo mestiere, si apre uno scenario del tutto diverso da ciò che viene mostrato.

Uno scenario in cui stellato fa rima con stressato.

Professione chef. Credits: Pagina Facebook “Massimo Bottura – Osteria Francescana”

Uno studio per migliorare la situazione

È già di qualche tempo fa il risultato di uno studio condotto dalle università di Harvard e Stanford, che ha decretato il mestiere dello chef come uno dei dieci più stressanti al mondo, dopo quello di chirurghi e poliziotti.

Risale, invece, a pochi giorni fa la notizia che, per migliorare la situazione, l’Associazione italiana “Ambasciatori del Gusto” ha siglato un accordo con l’Ordine degli Psicologi del Lazio, che ha l’obiettivo di iniziare un percorso di ricerca sui livelli di stress da lavoro nell’ambito della ristorazione.

Questo studio, che analizzerà l’insieme dei fattori che contribuiscono ad innalzare i livelli di stress all’interno delle cucine stellate e non, dovrebbe concludersi con la stesura di un documento d’informazione e di prevenzione destinato alla categoria dei cuochi.

I suicidi degli chef stellati

Sembra, dunque, che si sia giunti ad un momento in cui non si riesca più a fingere che quella dello chef sia una professione facile, rilassante e gratificante in termini di qualità della vita, di ritmi di lavoro e di soddisfazione personale e che si vogliano attuare iniziative ed aiuti concreti per un settore che rischia di diventare il più disastroso, anche in termini di gesti estremi.

Basti pensare che solo negli ultimi due anni sono stati diversi i casi di suicidi di chef apparentemente soddisfatti dal proprio lavoro, a capo di ristoranti stellati e di brigate numerose e collaudate.

Luciano Zazzeri, Anthony Bourdain, Benoit Violer sono solo alcuni dei nomi che hanno colorato di nero questo mondo apparentemente dorato, togliendosi la vita probabilmente perché schiacciati da ritmi di lavoro estenuanti, performance da mantenere sempre altissime, brigate da comandare e giudizi spesso implacabili da sopportare.

Lo chef Anthony Bourdain, morto suicida nel 2018. Credits: Pagina Facebook “Anthony Bourdain”

Lo psicologo degli chef

Cristina Bowerman, presidente dell’Associazione che condurrà lo studio, ha affermato che “Lo stress da lavoro è una patologia riconosciuta e un segnale d’allarme quanto mai attuale”; a confermarlo, dati statistici che rivelano un dato pari al 95% di chef stressati e una ricerca tutta italiana, condotta qualche anno fa in occasione del 29esimo Congresso Nazionale della Federazione Italiana Cuochi, che mise in evidenza come questa condizione si riversasse sulla vita familiare e di coppia, aumentando anche il rischio di malattie croniche.

Cristina Bowerman, chef e presidente dell’Associazione “Ambasciatori del Gusto”. Credits: Pagina Facebook “Ambasciatori del Gusto”

È soprattutto per tutelare, preparare e migliorare gradualmente le condizioni lavorative dei giovani chef che negli anni a venire si affacceranno a questa professione, che diventa cruciale e probabilmente indispensabile la figura di uno psicologo dello chef, che possa seguirli e prestare loro consulenza in caso di ritmi insostenibili.

Inversione di tendenza?

La notizia di questa iniziativa rappresenta, pertanto, una vera e propria svolta nel settore ristorativo, quasi una doccia fredda per tutti coloro che seguono con ammirazione ed invidia programmi televisivi e chef divenuti vere e proprie icone per tanti giovani e non, che rivela senza troppi giri di parole una realtà invece del tutto differente da quella mostrata da tv e social.

Se, dunque, sembra che non sia tutto oro quel che luccica, dobbiamo aspettarci un’inversione di rotta nelle ambizioni e nei sogni delle nuove generazioni?

Dopo l’annuncio dell’accordo tra “Ambasciatori del Gusto” e Ordine degli Psicologi del Lazio si riuscirà a mostrare un’immagine meno idealizzata e più realistica degli chef?

Ma soprattutto, si riusciranno a migliorare le condizioni e i ritmi di lavoro di una professione tanto bella quanto massacrante?

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

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