Il 16 aprile al cinema Apollo 11 è stato presentato il film 1945, diretto da Ferenc Török, che uscirà nelle nostre sale il 3 maggio, distribuito da Mariposa cinematografica e barz and hippo.

Il regista, traendo la sua sceneggiatura dal racconto Homecoming di Gábor T. Szántó, decide di trattare il tema dell’Olocausto, ma non mostrandocene le nefandezze che tutti conosciamo, bensì riverberandone le silenziose implicazioni tra i concittadini di un piccolo villaggio rurale ungherese, subito dopo la fine del conflitto bellico.

Il film si costruisce secondo ritmi distesi e posati, lentamente percossi da una tensione le cui motivazioni narrative vogliono farsi epicentro morale del racconto. Un bianco e nero contrastato ci trasporta nuovamente in un passato non solo storico, ma anche cinematografico. Lo sguardo filmico infatti, attraverso precise scelte registiche ed espressive, strizza l’occhio al cinema degli anni ’40 e ’50, tra cui al neorealismo italiano, ed accorpa in sé i codici di certi generi cinematografici, primo fra tutti il western.

Come in Mezzogiorno di fuoco (1952) di Fred Zinnemann, dove il bandito Frank Miller arriva a Hadleyville con il treno di mezzogiorno, anche qui due figure enigmatiche giungono in una cittadina apparentemente tranquilla con lo stesso mezzo di locomozione. Campi lunghi stringenti e minacciosi, carrellate misurate e sottilmente enfatiche, ci restituiscono tutta la estraneità dei nuovi arrivati rispetto al luogo raggiunto, punto dalle occhiate incerte, spaventate e derisorie degli addetti al lavoro del luogo, la cui paura e il cui disprezzo non fanno che anticipare i profondi sentimenti di terrore che pervaderanno i cittadini alla notizia dell’arrivo dei due uomini. Essi sono due ebrei, vestiti di nero, dal viso serio ed addolorato, che trasportano con sé due casse il cui contenuto sembra per loro importante e prioritario.

I due ebrei. Fonte: dailynewshungary.com

Come eroi solitari e flemmatici, percorrono a piedi l’intero paese, spirando dai loro occhi tutto l’orrore di un passato recente di cui sono state vittime, e ricordando agli abitanti del luogo tutti gli orrori che hanno perpetuato, e che invano hanno cercato di nascondere sotto le ceneri di una guerra ancora palpitante e bruciante. Durante il trambusto del conflitto infatti, i cittadini si sono accaparrati illegalmente delle proprietà ebree, sfruttando il periodo di deportazioni per arricchire le loro casse, così come le loro possidenze. Tra questi, il vicario Árpád, preoccupato che i due uomini siano giunti per reclamare i loro beni, si adopera più di tutti per nascondere i suoi atti illeciti, e tappare la bocca ai concittadini in subbuglio. Egli da solo emblematizza l’egoismo imperante di un intero popolo, nonché le storture di un paese, l’Ungheria, che in quegli anni si rese complice dei crimini nazisti.

Sfruttando ancora una volta i topos del western, Török ci presenta da una parte i ladri della refurtiva, ovvero gli abitanti del villaggio, e dall’altra gli appartenenti all’ordine e alla giustizia, coloro che hanno perduto tutto, gli ebrei. Ma a differenza di un film con John Wayne, questi ultimi non sono pistoleri che tentano di risolvere i loro problemi adoperando l’arma della vendetta, bensì essi fungono come da espediente narrativo per dipanare la matassa di una storia che, come in un thriller, tesse i fili dell’incertezza e della suspense, verso una lenta e sempre più decisa risoluzione. Basta il loro incedere sicuro e gravoso, la loro presenza muta e solenne, a rompere l’equilibrio di un villaggio, a farne fuoriuscire, come da un inconscio collettivo, gli sbagli ed i sensi di colpa.

Lo sguardo minaccioso degli abitanti nei confronti degli ebrei. Da notare, nella messa in scena, un certo rimando al western. Fonte: hollywoodreporter.com

Il regista dipinge un Ungheria divisa tra oscurantismo nazista e violenza comunista – alla fine della guerra il paese viene invaso dall’Armata Rossa -, mostrandoci come le logiche di potere si infiltrino nel tessuto sociale, condizionando la storia e l’esistenza di migliaia di persone. Non vi è dunque lieto fine in 1945, ma solo l’eco di una brutalità che si ripete negli anni, serpeggiando come un fumo nero dal passato, fino al presente, e al futuro.

La regia, proprio a dare il senso del turbinio di segreti ed ipocrisia che contraddistingue la popolazione, si compone di inquadrature mobili, frazionate da un montaggio talvolta scattante. Tuttavia, il film risulta più lento e stancante del dovuto, per via di una sceneggiatura che troppo si vuole occupare dei suoi numerosi personaggi, lasciandone la caratterizzazione di alcuni troppo aleatoria.

Ma ragionare sulla depravazione morale di una comunità, come già detto, serve a Török per stendere una riflessione sulla storia della propria terra, spandendone l’utilità anche ai giorni nostri. Recente è infatti la notizia delle manifestazioni nei confronti del primo ministro Viktor Orbán, reo, secondo le accuse, di aver costretto i sistemi di informazione ad appoggiare la sua candidatura.

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