Netflix continua ed esplorare le sue possibilità e quale modo migliore per farlo se non attraverso una serie come Black Mirror il cui scopo è sempre stato quello di affrontare i possibili effetti dell’innovazione tecnologia sull’uomo?

A tal proposito, Bandersnatch si presenta come una vera e propria sperimentazione, tecnologica quanto visuale, in grado di fondere insieme videogioco, film e librogame. Discostandosi ampiamente dal what if che caratterizza gli episodi, questo film-evento affronta il tema del racconto e della predeterminazione. Come ci poniamo davanti alla struttura di una storia? Come distinguiamo le nostre scelte da quelle condizionate?

Foto della prima scelta all’interno del film

La serie tv ha già affrontato la tematica del controllo, tuttavia adesso viene ulteriormente estremizzato al punto che è lo spettatore a poter decidere delle sorti del personaggio, così come accade nei videogiochi di ultima generazione, dove è l’utente a scegliere le azioni e le risposte del proprio avatar, modificando di conseguenza l’andamento della storia.

Siamo noi stessi gli artefici dell’abisso, o quello che nel film viene chiamato “il buco”, in cui cadrà il personaggio. Una considerevole dose di perversione permea la visione di quello che si potrebbe definire a tutti gli effetti un gioco. Un gioco che parla di universi paralleli e possibili realtà.

La storia di partenza è quella di Stefan, un giovane ragazzo inglese orfano di madre fin da bambino. A causa del trauma subito, è costretto ad andare in analisi dalla dottoressa R. Haynes e a fare uso di psicofarmaci.

Siamo nell’84 e Stefan partecipa ad un colloquio con la Tuckersoft, famosa azienda produttrice di videogiochi a cui vorrebbe presentare la sua demo di Bandersnatch, un gioco ispirato dal libro di Jerome F. Davies, uno scrittore fittizio che dopo un crollo psicologico uccide brutalmente la moglie, dopo essersi convinto che lei fosse un agente di un programma per il controllo mentale.

Inquadratura del gioco “Bandersnatch”

Da qui si dipanerà la storia, il cui fine ultimo sarà far completare il gioco a Stefan per consegnarlo alla Tuckersoft entro Natale. L’impresa non sarà facile, in alcuni casi le scelte compiute potrebbero rivelarsi “sbagliate” e in tal caso si dovrebbe ricominciare da capo. Il fatto curioso è che non esiste un unico finale ma ben cinque. La durata del film dipende dal tipo di scelte attuate, l’episodio infatti, può variare dai quaranta minuti fino alle due ore e mezzo.

Ciò che si riscontra, è che non esiste un vero lieto fine, come Black Mirror ci ha abituati, e il protagonista rimane imprigionato in un gioco perverso in cui diventa sia vittima che carnefice, così come lo è lo spettatore: è un aguzzino di Stefan ma si ritrova a subire inerme le immagini che gli scorrono davanti.

Si arriverà inevitabilmente al punto in cui il ragazzo, in preda allo stesso crollo emotivo che colpì lo scrittore, comincia a chiedersi se le sue scelte siano veramente sue o se qualcuno stia cospirando alle sue spalle.

Tale delirio lo porterà a rivolgersi direttamente allo spettatore, il quale dovrà rispondere alle domande che Stefan gli porrà, provocando il punto di rottura che aprirà svariate e possibili conseguenze.

Un scane del film con Will Pourter che interpreta Colin Ritman

La trama, se presa come solo prodotto di visione e quindi separata dal gioco delle scelte, si presenta semplice come lo è anche la caratterizzazione dei personaggi, per quanto grotteschi e stravaganti, a partire dal Colin Ritman interpretato da Will Poulter.

Ma non è questo che interessa a Charlie Brooker, l’ideatore della serie, il cui scopo in realtà è invece quello sì di sperimentare, fondendo due delle sue passioni, serie tv e videogiochi, ma anche porre lo spettatore davanti un nuovo tipo di struttura narrativa. Infatti, si discute molto sul futuro del cinema e delle serie televisive e se questi andranno a intrecciarsi con il videogioco e i dispositivi per la realtà aumentata.

Bandersnatch è anche questo, un prodotto metalinguistico che si interroga su tali quesiti, sul modo in cui lo spettatore si approccia alle storie e su come queste possano essere influenzate a loro volta dallo stesso. Non solo, al suo interno si ritrova la consueta paura di Brooker per il futuro e la sua sfiducia politica, che qui prende forma nel possibile complotto da parte di un’agenzia atta al controllo della mente delle persone.

Una forte critica questa, che si potrebbe ricondurre all’utilizzo di internet e dei social network, armi a doppio taglio in grado di condizionare il pensiero e le azioni delle persone. L’intento di Black Mirror però, non è mai stato quello di criticare o rieducare lo spettatore e i suoi comportamenti, come neanche farlo sembrare stupido; piuttosto, il suo scopo è sempre stato quello di far apparire le persone così come sono, imperfette, rotte e prive degli strumenti per affrontare le minacce ma anche le opportunità dell’era digitale.

Una scena del film “Bandersnatch”

Fragile e imperfetto lo è anche Stefan, non per via del digitale, ma per il mondo e le storie che ha costruito intorno a sé. Imperfetti lo siamo anche noi nelle nostre scelte, dettate a momenti da una leggera vena sadica nei confronti nel protagonista. Il film a questo punto può anche esser definito come un laboratorio comportamentale in cui veniamo a contatto con le parti nascoste del nostro essere. Bandersnatch si è rivelato un piccolo gioiellino, un esperimento disturbante e attraente di cui di sicuro si parlerà per un bel po’ di tempo.