Cattive Acque è un film magnetico. Un legal drama che si allontana da qualsiasi ascendente di finzione per presentarsi nudo e crudo allo spettatore. Forte di una fotografia grigia, materica e colorata di quei “blue corporate” che siamo ormai abituati ad associare a storie pericolose. Storie intricate e, nondimeno, terrificanti.

Uscendo dalle sue solite corde, il regista Todd Haynes (Safe, Io non sono qui, Carol), riesce a smembrare con la sola forza del colore e del pace qualsiasi aurea eroico-patetica, creando un film serio e onesto ma non per questo meno avvincente. E lo fa insieme ai suoi collaboratori di fiducia Edward Lachman (fotografia) e Affonso Gonçalves (editing).

La storia è incentrata su Rob Bilott (Mark Ruffalo), un avvocato di Cincinnati. Già difensore di grandi industrie chimiche per la Taft Stettinius & Hollister, egli ha difficoltà nello smascherare una delle più grandi minacce alla salute umana che si sia mai vista dagli anni ’90 ad oggi. Lo scandalo della DuPont. Il colosso industriale americano che smaltì in modo criminoso i propri rifiuti chimici, inquinando le acque della cittadina di Parkersburg (West Virginia). Non solo. Sviluppò e mise in commercio dei prodotti pericolosissimi per l’essere umano compromettendo la salute di milioni di persone.

Questa è una storia vera, torbida come le acque del lago che apre la narrazione e che, forse, proprio qui in Italia batte esattamente dove il dente ancora duole. Tra l’inquinamento dell’Ilva di Taranto da un lato e la Terra dei Fuochi dall’altro, il Bel Paese potrà rispecchiarsi in questo film. Dal canto suo, Mark Ruffalo è un attore che già abbiamo visto protagonista di lotte ambientaliste sull’argomento. Fa di tutto per dare spessore e complessità ad un personaggio che a poco a poco vediamo incupirsi, demoralizzarsi sotto la pressione del proprio lavoro, ma che nonostante tutto non getta mai la spugna.

La gravità delle sue scoperte ci destabilizzano e i suoi tentativi di riportare a galla l’autentico orrore dietro i bei sorrisi e le tante promesse ci fanno aprire gli occhi. Ci fanno comprendere quali siano effettivamente le difficoltà di un David tutto umano, credente, con una famiglia alle spalle. Egli è continuamente ostacolato e, agli occhi della propria comunità, tutto è meno che un eroe.

Eppure è nel giusto e non smetterà mai di lavorare al caso. Un caso ventennale e ancora in corso, oggetto di un importante articolo sul New York Times (il vero punto di partenza per la scrittura di questo film) dove risuona un’unico, importantissimo, motto:

“Sembrava la cosa giusta da fare” 

Lo era, lo è tutt’ora, e dovrà esserlo sempre. 

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