Il 26 giugno del 1987  debutta nelle sale cinematografiche americane “Full Metal Jacket“, quello che sarà il penultimo film di Stanley Kubrick. Oggi, al suo 30esimo anniversario, ripercorriamo le vicende del soldato Joker (Matthew Modine), aspirante giornalista di guerra; ma sopratutto analizziamo la cruda fotografia di Kubrick sull’orrore e la malignità umana durante la guerra del Vietnam.

Il film viene distinto dal regista in due parti: nella prima assistiamo al durissimo addestramento di 17 giovani da parte del sergente Hartman (interpretato da Ronald Lee Ermey, un ex istruttore dei Marines), costretti ad abbassarsi al controllo psicologico dello spietato Hartman, il cui unico scopo è quello di trasformare i soldati in perfetti automi, insensibili macchine da guerra. Nella seconda parte osserviamo le vicende della guerra in Vietnam sotto gli occhi  del soldato, ora sergente, Joker, un personaggio che si contraddistingue sempre per la sua capacità di uscire da ogni situazione con ironia e sarcasmo; si troverà invece a guardare la morte in faccia, tanto da trasformarsi anche lui alla fine della vicenda in un assassino.

“Questo è il mio fucile. Ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Il mio fucile è il mio migliore amico, è la mia vita. Io debbo dominarlo come domino la mia vita. Senza di me il mio fucile non è niente; senza il mio fucile io sono niente. Debbo saper colpire il bersaglio, debbo sparare meglio del mio nemico che cerca di ammazzare me, debbo sparare io prima che lui spari a me e lo farò. Al cospetto di Dio giuro su questo credo: il mio fucile e me stesso siamo i difensori della patria, siamo i dominatori dei nostri nemici, siamo i salvatori della nostra vita e così sia, finché non ci sarà più nemico ma solo pace, amen”.

(Il credo del fuciliere, recitato dai soldati)

View post on imgur.com

Il film, basato sul romanzo “Nato per uccidere” (The Short-Timers) del veterano del Vietnam Gustav Hasford, è stato inserito dall’AFI al novantacinquesimo posto nella classifica “AFI’s 100 Years… 100 Thrills” nella quale Kubrick è presente con ben 5 film. L’espressione “Full Metal Jacket”, che non appare nel libro di Hasford, è stata scelta da Kubrick quando ha letto la frase, che descrive l’involucro di un proiettile, mentre sfogliava un catalogo di pistole.

La guerra, frutto dell’irrazionalità, non può che portare all’alienazione dell’uomo, all’odio e alla prevaricazione del più forte. l’intento di Kubrick non è quello di realizzare un film sulla guerra del Vietnam, ma di rappresentare la violenza, verbale e psicologica delle istituzioni sui soldati. Il Vietnam, se non per pochi momenti, appare infatti marginale alla vicenda, tanto che gli stessi esterni sono stati realizzati in un set vicino Londra, importando trecento palme dalla Spagna. Le riprese durarono circa un anno con un budget a disposizione di circa 17 milioni di dollari.

Stanley Kubrick sul set di “Full Metal Jacket” insieme a Matthew Modine (Joker)

Il tema della dualità dell’uomo torna spesso nel film. Quando il suo superiore chiede a Joker perché avesse sull’uniforme un simbolo della pace e allo stesso tempo la scritta “Born to kill” sull’elmetto, quest’ultimo risponde:

“io volevo soltanto fare riferimento alla dualità dell’essere umano, signore. L’ambiguità dell’uomo, una teoria junghiana, signore”.

Per mezzo dell’intelletto e della cultura, il soldato Joker vorrebbe estraniarsi dal contesto orripilante della guerra e sottrarsi a quella standardizzazione alla quale egli è invece sottoposto. Anche lui infatti, è integrato al sistema, e la scritta sul suo elmetto incarna perfettamente il dualismo di amore-odio. Quando alla fine si troverà di fronte allo sguardo pietoso di un cecchino, rivelatosi una giovane ragazza che aveva ucciso i suoi compagni, Joker, volente o nolente, farà di lei la sua prima vittima guadagnandosi il rispetto degli altri Marines. Questa progressiva disumanizzazione viene portata dal regista al suo apice nell’atto finale, come un iperbole. In nessun soldato può esserci spazio per le emozioni.

Stanley Kubrick non era a conoscenza dei Rolling Stones prima delle riprese. Quando iniziò a sfogliare la top 100 di Billboard tra 1962 e il 1968 la ascoltò per la prima volta e scelse “Paint It Black” per i titoli di coda.

I look inside myself and see my heart is black
I see my red door and must have it painted black
Maybe then I’ll fade away and not have to face the facts
It’s not easy facing up when your whole world is black

Guardo dentro me stesso e vedo che il mio cuore è nero

Vedo la mia porta rossa ed è stato dipinta di nero

Forse dopo svanisco cosi non devo affrontare la realtà  

Non è facile restare a testa alta quando il mondo intero è nero.

(The Rolling Stones – Paint It Black)

Colonna sonora:

Johnnie Wright – “Hello Vietnam”

The Dixie Cups – “Chapel of Love”

Sam the Sham & The Pharaohs – “Wooly Bully”

Chris Kenner – “I Like It Like That”

Nancy Sinatra – “These Boots Are Made for Walkin'”

The Trashmen – “Surfin’ Bird”

Goldman Band – “Marines’ Hymn”

The Rolling Stones – “Paint It Black”

il regista fin dall’inizio aveva preso in considerazione l’uccisione di Joker, e continuava a chiedere all’attore Matthew Modine se pensava fosse il destino giusto per il suo personaggio. Modine rispose che secondo lui doveva sopravvivere alla guerra, e ricordarne l’orrore per il resto dei suoi giorni. Così nella scena finale, assistiamo al soldato Joker, ormai assassino, prendere piede alla cosiddetta “marcia di Topolino“. La canzone di Topolino viene cantata dai Marines mentre tutto intorno brucia.

“Ognuno di noi, che lo voglia o meno, é in parte affascinato dalla violenza. L’uomo, dopo tutto, è il killer meno provvisto di rimorsi che abbia vissuto sulla terra. E quella fascinazione dimostra che siamo assai poco dissimili dai nostri antenati più remoti”.

(Stanley Kubrick)

© riproduzione riservata