di Francesca Accurso

Se si pensa ai college americani non si può non pensare alle cheerleader. Complice il mondo del cinema, ormai le bellissime atlete che supportano le squadre di football fanno parte dell’immaginario collettivo, che lo vogliamo o no.
Nella realtà ogni team sportivo che si rispetti dispone di un gruppo ben nutrito di cheerleader, pronto a sfoggiare in campo le proprie doti ginniche, acrobatiche e danzanti. Ma dietro ai pon-pon, al trucco e alle divise luccicanti, si nasconde un mondo fatto di tensione, adrenalina, sacrificio e sofferenza.
È su questo che si concentra Cheer, docuserie di Greg Whiteley prodotta da One Potato Productions, Boardwalk Pictures e Caviar disponibile su Netflix dall’8 gennaio.

Texas. Corsicana, antica cittadina tranquilla e romantica, immune dai ritmi frenetici a circa 80 km da Dallas. A dare un tocco di entusiamo è il competitivo team di cheerleader del Navarro College, che si allena duramente tra infortuni, battute d’arresto personali e trionfi in vista del Campionato Nazionale.

Cheer

“Cheer”: il team del Navarro College

Cheer racconta, in sei episodi, i giorni che precedono la preparazione del team di cheerleader del Navarro College per il Daytona Beach in Florida Qui ha luogo l’unica competizione di cheerleading universitario più attesa dell’anno, sul palco più famoso del cheerleading americano. Un solo numero, 2 minuti e 15 secondi per racchiudere tutto il proprio lavoro. Al Daytona, non possono accedere tutti i componenti del team. Dei circa 40, solo 20 potranno gareggiare e le selezioni metteranno a dura prova i protagonisti.

A capeggiare la squadra è Monica Aldama, soprannominata “La regina”, colei che sa realizzare numeri di successo. Nell’impresa è affiancata dai due aiuto coach della Navarro Cheer, Andy Cosfert e Kapena Kea. Caratterizzata da una forte personalità unita a passione, precisione e determinazione, l’allenatrice possiede tutti i tratti necessari per raggiungere, in questo sport, livelli senza precedenti. Il suo è un compito impegnativo. Nonostante le difficoltà, Monica sa come tenere unita la squadra: sostiene moltissimo ognuno dei suoi atleti ed è sempre lì, pronta a difenderli con tutta sé stessa, incoraggiandoli a realizzarsi, al fine di renderli persone migliori.

La scelta del team avviene solitamente sulla base di determinate qualità, ma non sempre ricade sui più bravi. L’idea è quella di un puzzle. Decisivi sono, pertanto, il lavoro di squadra e la fiducia totale nei confronti dei propri compagni. Devono crearsi una sintonia e chimica tali affinché si possa formare un legame familiare, da rendere l’attività sempre più entusiasmante.

Spostando l’attenzione su temi importanti relativi alle vicissitudini dei protagonisti, Cheer contribuisce a sfatare gli stereotipi e i pregiudizi legati al mondo del cheerleading, fatti di muscoli e “bionditudine”.

Cheer

È questa parte intima, lontana dagli allenamenti che rende il racconto insolito, evidenziando la contrapposizione tra la perfezione da mostrare in campo e le loro traversie personali. Si snodano così, dinanzi alle telecamere, storie di bullismo, di mancanza di autostima, di difficoltà nella gestione della popolarità nel rapporto con i social network e tanto altro.

Il regista riesce a sviluppare un approccio empatico e sincero verso le vicende narrate. Il team Navarro viene descritto nel suo insieme, prestando particolare attenzione ai retroscena di alcuni dei componenti: Morgan Simianer, Jerry Harris, La’Darius Marshall, Lexi Brumback e la talentuosa Gabi Butler.

Se la serie si fosse concentrata soltanto sul tenere traccia dell’allenamento e della dedizione necessari per creare una squadra di campionato, forse avrebbe perso dei punti a suo favore rendendo il tutto più sterile e sintetico. A far la differenza, invece, è proprio la volontà dei protagonisti di voler condividere il loro privato, seppur questo sia molto doloroso.

Attraverso la sua esplorazione, Greg Whiteley espande il genere del documentario sportivo mettendo in evidenza un intrecciarsi di fattori, che portano una disciplina sportiva, a salvare o distruggere le persone che ne fanno parte.

Mostrando l’aspetto competitivo e personale dei protagonisti, non solo gli spettatori risultano investiti nello sport ma manifestano al contempo, un interesse particolare verso coloro che sono coinvolti e che si affidano al cheerleading come stile di vita, elevando così lo spettacolo agonistico a qualcosa di più universale.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

Immagini: © Netflix
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