di Carolina Arena

Chi sta leggendo questo articolo è probabilmente tra quelli che, come noi, hanno divorato all’istante la seconda parte della sesta ed ultima stagione di Bojack Horseman. Amara e brillante fino all’ultima scena, che lascia con i piedi per terra e gli occhi puntati verso il cielo.

La scrittura di questa serie è magica, capace di connotare di grandissima umanità tanti personaggi che letteralmente umani non sono. Anche per chi non è abituato o non si è mai lasciato andare di fronte ad un racconto animato. Lo spirito libero di Diane, l’attenzione agli altri di Mr. Peanut Butter, lo stacanovismo e l’esigenza di controllo di Princess Carolyn, l’ingenuità (quasi fastidiosa) di Mrs. Pickles. E il Todd, il lato infantile che c’è in ognuno di noi.

Tutti rappresentano i coloratissimi simboli della natura interiore di ognuno. Non sono mai banali nel dare voce a temi di grande rilievo. Si parla di alcolismo, depressione, aborto, relazioni tossiche e molto di più. Al centro di Bojack Horseman non c’è solo il lato oscuro della psiche umana o quello che non racconteremmo mai di noi stessi. Al contrario: la serie è una summa di ciò che tutti noi, di noi stessi, dovremmo urlare a gran voce.

Bojack_Horseman

Chi può negarlo andando avanti tra le scene, osservando l’evoluzione dei personaggi, immaginando che effetti avrebbero quelle stesse trasformazioni sul proprio corpo? Bojack Horseman apre le porte al mistero della vita. E’ come quando, a luci appena spente, è ancora difficile riconoscere le sagome degli oggetti nella propria stanza. Ci soffermiamo a guardare nel buio anche se non vediamo nulla. Poi, piano piano, le cose cominciano a prendere forma intorno a noi, le mettiamo a fuoco. Ma resta comunque buio. E in quel momento possiamo decidere se accendere la luce o aspettare che la notte finisca: dipende solo dalla nostra volontà. È a quella strana sensazione di controllo e debolezza, di forza e di impotenza, a quei momenti di fuga e allo stesso tempo connessione profonda con l’universo, che la storia di Bojack può essere associata.

Tutto il percorso avviene in un clima che tende alla chiarezza suo malgrado: è sempre nell’oscurità che inciampa. E anche se ci si ferma per piangersi un po’ addosso, arriva sempre il momento della rivelazione: senza inciampare, senza notte, senza buio non sapremmo dire perché viviamo.

Bojack Horseman

In questo modo si sviluppa l’arco delle stagioni di BoJack Horseman. Le prime due, tra satira sul mondo dello spettacolo e alcolismo, ci introducono ad un mondo a primo impatto portato all’assurdo, in cui non è subito facile farsi prendere dal racconto. Poi si inizia a fare sul serio: dalla terza stagione in poi, tutto si carica di significati altri e la visione cambia. Capita di chiudere gli occhi per qualche secondo tra una puntata e l’altra, per ripensare alle domande che Bojack si pone e ci pone. Non facciamo in tempo a sentirne risuonare le prime sillabe, sussurrate, che stiamo già con gli occhi alla puntata successiva.

Certo, lo stile comedy resta, ma la tensione che pian piano si accumula è tale da spingerci insieme a Bojack sul fondo dell’oceano. Letteralmente, come nel quarto episodio della terza stagione Fish Out of Water, che ha in sé l’essenza della scrittura della serie.

Dopo una quarta stagione senza precedenti per cupezza, la quinta ci aveva lasciato in trepidante attesa di nuovi episodi – come dimenticare la puntata del discorso di Bojack al funerale…sbagliato, uno dei punti più alti della comicità amara del nostro amico cavallo? La sesta e ultima stagione, invece, è un po’ un ritorno alle origini. È come quando ripensiamo alle cose che ci sono successe da bambini, cerchiamo di rivivere delle situazioni, torniamo negli stessi posti. Ma siamo inevitabilmente cresciuti e più esperti, nel bene o nel male, che lo accettiamo o no. Perché, come Bojack ci insegna, è inutile aspettare il cambiamento se non siamo noi per primi a cambiare.

Bojack Horseman

L’ultima stagione è fondata sul ricordo. Il ricovero di Bojack in rehab è un’ottima occasione per riportare alla memoria tutte le storie delle persone che ha deluso e delle volte in cui ha fallito. Tra queste, la notte al planetario con Sarah Lynn è il fulcro di tutti i suoi drammi esistenziali, quello più irrecuperabile.

Ma in questo ritorno al passato c’è qualcosa di diverso rispetto al solito: Bojack ci sta provando, quasi a testare se la redenzione è concessa proprio a tutti. Anche se gli capita ancora di commettere terribili errori, riprende la situazione in mano e sembra non voler più fuggire da ciò che ha causato. Almeno per un po’. In una corsa incalzante e che provoca quasi l’affanno tutti i fantasmi del suo passato tornano a fargli visita.

Sono le storie e le persone che lo hanno segnato, e che sono state segnate da lui (di solito in modo negativo). Qui la connotazione del ricordo cambia. Il pensiero delle cose brutte che Bojack ha fatto si confonde, virando verso il nero (vi dice niente la puntata The View from Halfway Down?) e sembra non ci sia più un modo per uscirne. Ma è allora che la vera lezione di Bojack Horseman può essere compresa.

Bojack Horseman

In chi la guarda, la serie smonta delle sovrastrutture ed abbatte dei muri, lasciando spazio a pensieri che possono fare paura. La morte fa paura, la solitudine fa paura, la ricerca di senso ed il cambiamento fanno sempre paura. Ma è giusto: come Diane cercava di scrivere nel suo libro, sono questi pensieri a renderci quelli che siamo ed è questa consapevolezza a portarci ad ogni step successivo. L’unica via per uscire dalla paura è passarle attraverso. E anche nell’attesa di compiere il primo passo bisogna godersi il tragitto.

“Poi è più facile. Ogni giorno diventa più facile. Ma devi farlo tutti i giorni. Questo è difficile. Poi diventa più facile”.

Con i piedi saldi a terra e gli occhi puntati verso il cielo.

Immagini: © Netflix
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