di Adriano Losacco

L’estate, come suggerito dalle derivazioni latina e greca (aestus/aìthos), è la stagione del caldo, della temperatura bruciante e dirompente di menti e corpi che fibrillano di riflessioni, pulsioni e desideri nascosti che trovano sfogo nell’incontro erotico-esistenziale dell’altro, nella fusione panica agevolata dalla splendente e invigorente luce del sole, nel viaggio di esplorazione identitaria alla ricerca di nuove mete in nome dei ricordi di un passato che guarda in faccia all’ineluttabilità del futuro. Tutto nel segno dell’esperienza.

Ecco quindi cinque frammenti cronologici di un’estate cinematografica raccontata con uno sguardo inesorabilmente poetico tra sogno e realtà.

Monica e il desiderio (Ingmar Bergman, 1953)

Fonte: ingmarbergman.se

Harry e Monica, coppia di giovani amanti proletari, insoddisfatti delle loro vite e incapaci di rispettare i ritmi definiti di una città svedese portuale, partono a bordo di un motoscafo alla volta dell’arcipelago di Stoccolma in cerca di uno spazio-tempo di magica libertà. Ma la magia dell’estate è fugace tanto quanto l’adolescenza e il desiderio e sogno illusori di evadere da quei modelli gerarchici di classe e responsabilità civili con i quali “gli amanti della foresta” torneranno a misurarsi, nella nuova veste di coniugi, con l’arrivo della precoce e autunnale fase adulta. Lui pragmatico e razionale, lei sognatrice e materialista è protagonista di un primo piano con sguardo in macchina premonitore narrativo e anticipatore di un linguaggio stilistico moderno. Illusione e disillusione, differenza di classe, tempo e memoria, sogno e realtà regnano in questo gioiello, né primo né ultimo, dell’impareggiabile Ingmar Bergman.
IL SORPASSO (1962): Anni 60’. Ferragosto. Il quarantenne Bruno sfreccia alla guida della sua spider in una Roma deserta le cui strade lo conducono casualmente a casa dello studente di legge Roberto come inizio di un vagabondaggio senza meta. Roberto è un piccolo borghese, timido e introverso ancorato al passato e intimorito dal futuro, dedito ai valori tradizionali della famiglia e del sacrificio. Bruno è sfrontato e nullafacente con lo sguardo ancorato a un presente specchio del momento storico sociale di transizione dal sogno del boom economico post bellico all’incubo dell’immorale corruzione individualista contemporanea. Il primo road movie italiano dalla chiara impronta di critica sociale-esistenziale che Dino Risi evoca con intelligente leggerezza attraverso la strada, simbolo di un viaggio antropologico e di evasione da una realtà quotidiana borghese e proletaria apparentemente fondata sulla felicità collettiva e il cui traguardo sarà tagliato da un solo “vincitore”.

Il Sorpasso (Dino Risi, 1962)

Fonte: CG Entertainment

Anni 60’. Ferragosto. Il quarantenne Bruno sfreccia alla guida della sua spider in una Roma deserta le cui strade lo conducono casualmente a casa dello studente di legge Roberto come inizio di un vagabondaggio senza meta. Roberto è un piccolo borghese, timido e introverso ancorato al passato e intimorito dal futuro, dedito ai valori tradizionali della famiglia e del sacrificio. Bruno è sfrontato e nullafacente con lo sguardo ancorato a un presente specchio del momento storico sociale di transizione dal sogno del boom economico post bellico all’incubo dell’immorale corruzione individualista contemporanea. Il primo road movie italiano dalla chiara impronta di critica sociale-esistenziale che Dino Risi evoca con intelligente leggerezza attraverso la strada, simbolo di un viaggio antropologico e di evasione da una realtà quotidiana borghese e proletaria apparentemente fondata sulla felicità collettiva e il cui traguardo sarà tagliato da un solo “vincitore”.

La piscina (Jacques Deray, 1969)

Fonte: CG Entertainment

Il film di Jacques Deray si apre a bordo piscina con l’esaltazione erotica dei corpi seminudi di due amanti, Jean Paul, un pubblicitario e Marianne, giornalista, in vacanza nella villa di un loro amico nelle vicinanze di Saint Tropez. L’equilibrio della coppia sarà messo alla prova dal sopraggiungere di Harry, amico di lui ed ex amante di lei, e la lolita Penelope, sua figlia. Da qui prenderà il via un turbinio di situazioni di gelosia, ripicche, narcisismo, segreti, insoddisfazioni, sopraffazione sociale e sessuale, ma anche di pensieri latenti veicolati esclusivamente dal potere enigmatico degli sguardi dei quattro protagonisti i cui occhi clorosi nascondono e rimandano all’inestricabile rapporto di eros e thanatos di cui la piscina sembra essere la metafora. A metà tra il dramma erotico e il noir, il film pone i personaggi e lo spettatore dinanzi al medesimo quesito: sarebbe meglio aggirare l’ostacolo, estrinseco o intrinseco che sia, o sbatterci contro? Come?

Il ginocchio di Claire (Éric Rohmer, 1970)

Fonte: Le films du Losange

Una voce narrante scandisce il tempo trascorso dal protagonista Jerome nell’idilliaca Annecy, Savoia. Jerome è in procinto di sposarsi, tuttavia, spinto dalla ritrovata amica nonché scrittrice Aurora, decide di assecondare l’interesse dell’adolescente Laura, bruna e razionale, pura e candida, con l’intento di ispirare l’amica come soggetto del suo prossimo romanzo. Un inaspettato punto di svolta culminerà con l’arrivo della sorellastra più grande di Laura, la perturbante Claire, suo doppio, bionda ed emotiva, più bella e seducente. Claire diventa per Jerome l’oggetto del suo desiderio, il cui feticistico polo magnetico risiede nel suo ginocchio. Un racconto improntato sulla discrepanza tra parole e azioni, tra fisicità e idealizzazione dell’amore, tra persona e personaggio, tra ciò che è morale e immorale, reale o fittizio all’insegna dell’ipocrisia, il tutto magistralmente scritto e diretto da Éric Rohmer con sguardo poeticamente impressionistico.

Io ballo da sola (Bernardo Bertolucci, 1996)

Fonte: CG Entertainment

La diciannovenne americana Lucy giunge sulle colline toscane nei pressi di Siena dove la sua possente e verginale bellezza fulminerà le menti e i corpi di una comunità di artisti e intellettuali anticonformisti, dediti ai piaceri dell’arte, della carne, del cibo mentre vivono isolati dalla “società dei monologhi” dove regna l’incomunicabilità e divampa la diffusione dei primi trasmettitori televisivi. Incuriosita e impaurita allo stesso tempo, Lucy intraprende un percorso alla ricerca di un “guastatore” sentimentale come l’inconsueta figura paterna dello scultore che le chiede di posare per lui o dello scrittore malato di cancro che la considera la sua “flebo personale rivitalizzante” o ancora quella erotica di colui in grado di soddisfare l’idealizzazione della sua prima volta e di trasformare il suo ballo solitario in un ballo di coppia.
Un racconto di formazione, bucolico, impregnato di una malinconia agrodolce esaltata dalla raffinatezza, sensualità e poesia registica del Maestro Bernardo Bertolucci in balìa di una prova d’amore verso l’arte tutta in quanto “non c’è amore, ma solo prove d’amore”.

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