di Davide Pirocci

Particolare, ricercato e sempre interessante, il documentario è la forma più efficace per ritrarre ed esplorare culture e tradizioni che altrimenti non avremmo la possibilità di conoscere. Da questo concetto di “svelamento” della realtà da un punto di vista più interno nasce Core de sta città, il cortometraggio documentario diretto e ideato da Cecilia Palmieri, che esplora l’animo del tifo romanista nella sua più intima interiorità.

Attraverso una serie di interviste ed eloquenti immagini di repertorio, vengono raccontati gli aspetti che rendono “romanista” un semplice tifoso. Abbiamo dunque chiesto all’ideatrice di questo progetto alcune domande in merito alla sua creazione e ve ne riportiamo alcuni punti salienti.

Cecilia, quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a cimentarti nella regia di documentari e perché proprio un documentario sul tifo giallorosso?

Credo che il documentario, a differenza del cinema di finzione, sia un potente mezzo per ritrarre la realtà e pertanto, dopo la mia prima esperienza di regia di documentari, ho voluto cimentarmi di nuovo in un progetto di questo genere. In precedenza avevo già lavorato ad un progetto intitolato San Callisto, storico bar romano nel quartiere di Trastevere, pertanto ho deciso di continuare per la mia strada provando a raccontare un nuovo aspetto della Roma che ho vissuto, il tifo.

Quali sono state le modalità con le quali sei riuscita a realizzare il documentario? Come hai raccolto materiale?

Per la produzione ho avuto il fondamentale supporto della mia università. Invece per la realizzazione mi hanno aiutato alcuni miei amici e compagni di corso. Per reperire il materiale ho contattato l’amministratore di un famoso gruppo Facebook legato alla Roma, chiedendo se qualcuno avesse voluto rispondere ad alcune domande sul tifo ed in molti si sono mostrati disponibili. La cosa più difficile in assoluto, comunque, è stata riuscire a gestire tutto quanto da sola e selezionare il materiale più adatto.

Quale era, in origine, l’obbiettivo del documentario? A chi si riferisce?

Volevo realizzare qualcosa di più ambizioso rispetto al mio lavoro precedente, perciò ho deciso di mettere insieme le mie competenze di base sociologica e comunicativa per raccontare quello che si cela dietro ad un mondo che, visto da un occhio esterno come il mio, può spingere la gente a pensare che ci sia qualcosa di esagerato nel modo di viverlo. In realtà, invece, c’è molto più di quello che sembra, e ho voluto dimostrarlo e raccontarlo specialmente a chi, come me, non ci si è mai trovato all’interno.

Quali sono state le fonti d’ispirazione per la realizzazione del documentario Core de sta città?

Pur avendolo fatto inconsciamente, credo che per l’argomento mi abbia ispirato una serie recentemente uscita su Netflix intitolata Last chance U, che parla di football americano descrivendo non solo il punto di vista sportivo ma raccontandolo a 360 gradi. Il modello stilistico, invece, sono stati i Doc Nomads, un gruppo di ragazzi che fa documentari coi quali sono anche entrata in contatto. Di base, comunque, mi piaceva l’idea di far parlare il più possibile le immagini e i suoni di ciò che riprendevo.

Progetti futuri e consigli?

Per il futuro non ho un obbiettivo chiaro, sicuramente non escludo altri lavori di questo tipo e sono certa che vorrò esprimermi nel campo della comunicazione. A chi vuole cimentarsi in un progetto come il mio, suggerisco innanzitutto di non limitarsi a parlarne, ma provare a fare e a portare a termine. Solo attraverso l’esperienza sul campo si può migliorare.

Ultima domanda… due titoli da vedere durante la quarantena:

Come documentario suggerisco Il mercante, mentre per il cinema di finzione, credo sia obbligatorio vedere La finestra sul cortile.

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