Che cos’è Dark? È un’esplosione neurale che percuote la nostra mente ed elettrizza il nostro corpo. È un’articolata e ipnotica tela di ragno che ci cattura come un piccolo e ignaro insetto.

L’inizio del racconto ci trova impreparati, sprovveduti; ci mancano i mezzi per comprendere quello che di lì a poco andremo a vedere.

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Jonas Khanwald 2019 (Louis Hofmann) in una scena dell’ultima stagione (copyright © Netflix)

Quindi che cosa è Dark? È la serie che non ti aspetti, un prodotto che da sconosciuto, di nicchia, è diventato un fenomeno virale. Al pari di Black Mirror è entrato far parte del discorso odierno, per riferirsi o meno a qualcosa di suadente e così complicato da farci esplodere le meningi. Tutto questo era chiaro fin dalla prima stagione, uscita tre anni fa, ma la seconda (la migliore, a nostro avviso) ha confermato quello che tutti, ormai, sapevano: Dark è una delle migliori serie del nostro tempo. E non perché sia contorta, ma per la straordinaria messa in scena del racconto.

Inizialmente paragonata a Stranger Things per il giovane cast, l’ambientazione sci-fi e l’incontro con gli anni ’80, la serie di Baran bo Odar e Jantie Friese è riuscita ad emanciparsi da tale confronto. La storia di Winden non ha niente da che spartire con quella di Hawkins per diversi fattori: l’estetica, il sottotesto, il messaggio, la regia e la fotografia, ma soprattutto la collocazione nazionale. Dark è una serie tedesca, ben distante, quindi, dal tipo di impronta americana. 

L’esser stata premiata dagli utenti (su RottenTomatoes) come la miglior serie Netflix è un vanto tutto europeo. Ma veniamo alla terza e, purtroppo, ultima stagione di Dark. La seconda stagione si chiudeva con l’imminente apocalisse e Jonas chino sul corpo inerme di Martha, appena uccisa da Adam. Quando tutto sembra perduto, compare una Martha ben diversa pronta ad aiutare uno sbigottito Jonas che le chiede da quale epoca venga. La risposta ci lasciò tutti perplessi: “la domanda non è da quale epoca, ma da quale mondo.”

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Uno dei personaggi misteriosi della terza stagione (copyright © Netflix)

A tale risposta ci rendiamo conto che i viaggi nel tempo non sono più il solo motore della storia, si aggiungono i multiversi a incrementare la complessità di un racconto già di per sé spiazzante. Ed è proprio da quel momento, da quell’incontro, che si dipanerà la marcia conclusiva di Dark. Non è mai stato semplice portare a compimento una serie televisiva, ce lo dimostrano Lost e How I met your mother. Ma non tutte possono avere la magnifica conclusione di Breaking Bad. Eppure, la serie tedesca di Netflix ci è riuscita, ed anche a pieni voti. Non tutto è perfetto, molto è stato trattato con frettolosità e presunzione, ciò nonostante il finale riscatta tutte queste imperfezioni.

“L’inizio è la fine, tutti noi facciamo parte del tutto”, tale è il mantra che caratterizza Dark, stimolandoci a comprendere ciò che riteniamo impossibile. Il viaggio nel tempo non è il motore che muove la storia. È la storia. Esso è il fulcro, l’origine, il tutto. Il tempo è una divinità capricciosa che gioca con le proprie marionette. I personaggi sono soltanto pedine in una scacchiera rossa come il sangue, imprigionati in un gioco senza fine; in un loop eterno. Dark coniuga filosofia e scienza, fantascienza e serialità come poche serie sono riuscite a fare negli ultimi anni.

A tal punto si può affermare che il gemello di Dark non è Stranger things, ma il Twin Peaks di David Lynch: nella sua struttura atipica (o meglio non conforme alla serialità mainstream americana) e nella messa in scena tutta personale. Quest’ultima è sì suggestiva, ma anche angosciante ed eterea, sfuggente da qualsiasi collocazione, come lo è appunto Winden, un non luogo dove si intrecciano spazio e tempo senza soluzione di continuità. Non esistono passato, presente e futuro, perché tutti e tre convivono insieme.

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I doppelganger dei protagonisti nel mondo parallelo (copyright © Netflix)

Nelle prime due stagioni veniamo a conoscenza del loop temporale custodito e protetto da Adam e dagli accoliti del “Sic Mundus”. Adam era la nemesi, colui da contrastare per spezzare il nodo, e così evitare l’apocalisse. La terza stagione aggiunge invece Eva, la controparte di Adam nel mondo parallelo, costituendo infine quell’apporto biblico già presente nelle stagioni scorse. Inferno e paradiso, qui non sono plasmati da un dio, ma dal tempo/Dio, e sono una mera illusione, perché il mondo di Winden vive in un eterno purgatorio.

Gli ideatori hanno riportato la fantascienza e il viaggio nel tempo alle atmosfere letterarie degli anni ’50, ’60 e ’70, a quel noir fantascientifico che ha caratterizzato autori come Isaac Asimov, Ray Bradbury e Phlip K. Dick. Non solo, Dark è nipote delle opere di inizio novecento di H. G. Wells e dell’inquietudine gotica di Edgar Allan Poe. Questo è il più grande vanto della serie, la sua bellezza intrinseca ed estrinseca. Ossia, la fantascienza non più motore di fatiscenza, di meraviglia superficiale fatta di computer grafica, ma puro spazio d’indagine, di passione per l’ignoto e sì anche per ciò che non capiamo e magari non capiremo mai.

Dark ci (re)insegna la bellezza dell’ignoranza, perché una sola pagina di Wikipedia non ci basta per comprendere le varie teorie di fisica quantistica che si celano dietro la trama. In questa sede siamo anche molto lontani dal dare tali spiegazioni, anche perché non basterebbe un altra visione per carpire i vari segreti di Winden (molti non sono stati risolti e vorremmo evitare spoiler). Ciò che possiamo fare, a caldo, è dare un giudizio estetico e qualitativo di Dark.

La Martha Nielsen 2019 (Lisa Vicari) in una scena tratta dall’ultima stagione (copyright © Netflix)

La serie è riuscita a rimanere fedele a sé stessa dall’inizio alla fine, dimostrando una coerenza narrativa davvero eccezionale. Ogni tassello, ogni briciola di pane è stata gettata con cognizione di causa nel puzzle infinito. La colonna sonora si è fatta cornice del racconto, e finemente ricamata nel racconto. È essa stessa Dark, è l’emozione che si fa musica e rumore, è la risata beffarda del tempo che si prende gioco di noi. Ottimo il lavoro sui personaggi, nessuno lasciato al caso e plasmato ai fini della storia. Ma ciò che ci sorprende è l’eccezionale impegno rivolto al casting, le versioni future e passate dei protagonisti non ci rendono mai difficile il compito di riconoscerle nelle varie epoche.

Ma veniamo al finale di stagione, all’ottavo episodio intitolato Paradiso. Si chiude il cerchio, l’amore impossibile tra Jonas e Martha diventa il deus ex machina degli eventi. I due lottano fino all’estremo per impedire l’apocalisse e non solo. Perché la terza stagione apre e chiude un nuovo interrogativo, la verità dietro tutto quanto: il mondo di origine, il big bang del loop dei due mondi. Scopriamo la condanna dell’uomo, mosso dall’istinto di preservare ciò che ama.

Andreas Pietschmann nei panni del Jonas più anziano (copyright © Netflix)

Il viaggio si chiude, ci commuoviamo a vedere la coppia insieme sotto la pioggia mentre pronunciano un’ultima volta quelle parole dette così tante volte, ma che solo il finale riesce a dare pienezza: “siamo fatti per stare insieme, non credere mai che non sia così”. I due si domandano che cosa ne sarà di loro, se saranno solo un sogno, un déjà vu. Infine tutto trova la sua compiutezza, una sua risoluzione del mondo che sarebbe dovuto essere, e la domanda dei due ragazzi avrà una risposta.

Ci sarà spazio per i chiarimenti, per le analisi arzigogolate e contorte di Dark, ora non possiamo far altro che dare il nostro commiato ad una serie sublime come poche. Ottimo lavoro Baran bo Odar e Jantie Friese, complimenti e grazie di tutto.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

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