Caseggiati scalcinati e imputriditi che punteggiano come fantasmi il territorio; pozzanghere che riflettono il cielo torbido di periferia; una natura selvaggia e degradata che, confondendosi in un contesto urbano desolante e povero, si rivela in tutta la sua primordiale indifferenza. No, queste immagini non sono tratte da un film di Pier Paolo Pasolini, bensì dall’ultimo lavoro di Matteo Garrone, Dogman, il quale è stato acclamato all’ultimo festival di Cannes, dove l’attore protagonista Marcello Fonte ha vinto il Prix d’interprétation masculine.

Garrone sembra guardare indietro, recuperando certe modalità stilistiche e narrative di L’imbalsamatore (2002) e Gomorra (2008), facendo dello sguardo filmico un potente indagatore della società e dell’uomo, esaltandone sia la sua specificità riproduttiva che creativa. Egli si rende fautore di un cinema che accresce la propria forza drammaturgica e immaginifica nella misura in cui esso riesce ad amalgamarsi a quella realtà che vorrebbe scandagliare ed analizzare: è la potenza dell’esistenza umana, carpita nelle sue condizioni materiali ed economiche reali, colta nel suo naturale e schietto fluire, tra i suoni e le visioni della sua quotidianità, a restituire al cinema tutta l’efficacia diegetica e formale che gli appartiene. Un’efficacia che i registi del neorealismo riuscirono bene a svelare, uscendo dai teatri di posa ed inquadrando le macerie del conflitto bellico, sfilacciando sempre di più i confini tra finzione e documentario, aprendo la settima arte a possibilità espressive cui Garrone attinge ai giorni nostri. Dogman dunque pure si immerge in un ambiente umano e paesaggistico dominato da povertà, criminalità e violenza, escludendo ogni tipo di moralismo, ma anzi caricandosi di quelle stesse ambiguità che appartengono alla realtà presa in esame.

Marcello (Marcello Fonte) è un uomo piccolo, magro e pallido, che riflette la sua fragile conformazione fisica anche al carattere: egli è docile, accondiscendente, velato quasi da una tenera innocenza. La sua bontà d’animo si riversa tutta nei confronti dei cani, di cui si prende cura nel suo negozio di toelettatura, e della piccola figlia Alida, il cui genuino sorriso regala ancora sincere emozioni al padre. Il suo carattere mite si scontra con il clima ostile e decadente della periferia romana in cui abita, e che tutto viene incarnato dalla persona di Simone (Edoardo Pesce), un ex pugile che sfrutta la debolezza di Marcello per procurarsi della droga e per commettere atti illeciti.

Marcello con i suoi cani. Fonte: cinematografo.it

La storia si inspira al cosiddetto delitto del Canaro, un fatto di cronaca nera avvenuto nel 1988 a Roma, traendone atmosfere e personaggi, ma legando questi elementi in un intreccio del tutto originale e personale. Garrone non ricerca alcuna aderenza ai reali avvenimenti dell’accaduto, e tanto meno non si preoccupa di esprimere un giudizio su un evento che i mass media hanno già fagocitato con le loro immagini e il loro sensazionalismo; il suo intento è trasfigurare la notizia per mezzo della lente deformante della fantasia, stendendo una riflessione universale sulla natura dell’uomo, sulle sue contraddizioni e sulle sue aspirazioni.

In un mondo dove sembra regnare la legge del più forte, dove solitudine ed egoismo corrompono ogni rapporto, non esiste rettitudine che non sia incrostata da errori e segreti. E così pure Marcello, che sembra un carattere puro e semplice, non può che sporcarsi le mani nel fango dei vizi, rivelando la propria personalità torbida, infiacchita dagli sbagli, dai compromessi e dalle debolezze. Egli è proprio come uno di quei cani di cui si prende cura, così docile da essere alla mercé di Simone, una bestia che ringhia più forte di lui, e che proprio per questo lo tiene in pungo privandolo della sua volontà. Ma il rapporto, pur essendo costruito sulla sopraffazione e la costrizione, rivela le sue ambiguità: Marcello non solo non è in grado di porre resistenza, non solo tollera le angherie rivolte alla sua persona, ma anzi in una scena arriva a difendere Simone da un’aggressione, anteponendo ai suoi vantaggi il bene del suo carnefice. Vi è un fascino morboso e silenzioso che spinge il bene a seguire il male, che porta Marcello a soccombere al volere di Simone, proprio perché avvinto da quell’oscurità dell’animo che anche a lui appartiene.

Simone tiene in pugno Marcello. Fonte: gqitalia.it

Un’oscurità che aleggia in ogni individuo, che confonde i ruoli e tormenta l’esistenza, che ostruisce ogni via di salvezza, di abbandono alla tenerezza e alla felicità. Scappare dai problemi e dalla guerra dei rapporti allora è possibile solo in pochi e circoscritti momenti di fuga illusoria, come quella che Marcello compie con la figlia durante le loro immersioni marine, restituita attraverso scene che rompono il ritmo altamente realistico e frenetico del film, per abbandonarsi a surreali evasioni dallo sfacelo del reale.

La concitata vita degli individui disadattati e l’altalenante ricerca di un’empatia sempre negata sono restituite attraverso una regia che alterna inquadrature fortemente movimentate – e che ricorda lo stile dei fratelli Dardenne – ad immagini più calme e costruite, dove il disagio e il terrore risiedono negli sguardi, nella ferocia degli elementi naturali, nel grigiore del cielo e del mare.

Una tranquilla gita che Marcello compie con la figlia Alida. Se in periferia dominano i colori scuri e cupi, qui invece le luci sono accese e serene. Fonte: it.ign.com

Marcello Fonte, attraverso la sua corporalità, la sua intonazione, la malinconia del suo sguardo, ci regala un’interpretazione di sconvolgente naturalezza, tanto che diviene difficile distinguere la linea di demarcazione che separa l’attore dal personaggio. D’altronde lo stesso interprete deriva da una situazione di estrema povertà, come a ribadire quel filo rosso che lega finzione e verità, cinema e realtà, e che per mezzo della manipolazione creativa si solidifica e dà i suoi frutti.

«Forse, a poco a poco, riusciremmo a ridare a tutti una coscienza, a ritrovare l’antico legame fra gli uomini e la natura: l’amore e l’odio che questi darebbero a quella o a sé stessi, la pace o il terrore che quella darebbe a questi […] Un cinema «corale» dunque, […] sia esso la spietata critica di un mondo grasso e borghese, sia esso un mondo dove la solitudine e le oppressioni deturpano e viziano l’uomo» scriveva Giuseppe De Santis nel lontano 1941, sulla rivista Cinema. Forse Matteo Garrone, oggi, è riuscito a fabbricare proprio questo cinema.

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