per chi viaggia in direzione ostinata e contraria

col suo marchio speciale di speciale disperazione

e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi

per consegnare alla morte una goccia di splendore

di umanità, di verità…

(versi tratti da Smisurata preghiera, canzone dell’album Anime salve del 1996)

Fabrizio De André. Fonte: LaScimmiaPensa.com

Perché ascoltare nel 2018 Fabrizio De André? Il paese, dal 1966, data di uscita del primo album del cantautore, sembra esser cambiato nelle sue abitudini sociali e politiche, e quel mercato musicale ora sempre più globalizzato e mercificato ha contribuito ad una trasformazione radicale dei gusti estetici del popolo. È inutile nasconderlo: l’Italia è un paese che non scende più in piazza per protestare, che assiste impotente allo sfacelo economico e politico che lo attraversa, reso fiacco da lunghi anni di lobotomia televisiva e mediatica, impoverito da un sistema culturale dove tradizione, sperimentazione, e diversificazione sembrano ormai parole vuote scavalcate da invasive logiche di profitto. Eppure non è tutto morto come spesso ci si vuol far credere: tanti sono i giovani che lottano quotidianamente contro la desertificazione di idee ed ideali, dando il proprio contributo attraverso gli svariati mezzi di comunicazione oggi disponibili, e facendo incanalare le proprie voci verso quella “macchina universale” – usando le parole del critico cinematografico Gene Youngblood – che è il computer. Da una parte, quella “mutazione antropologica” di cui parlava Pasolini, favorita dal consumismo vorace ed annichilente del neocapitalismo, appare oggi ancor più evidente di allora; dall’altra una Resistenza non più di piazza, ma parcellizzata nelle sue multiple declinazioni di lotta ed intenti da quel cyberspazio che tutte le tecnologie elettroniche ingloba, si scaglia contro un presente asfittico. Compito del presente, sembra essere quello di aprire la strada ad un uso più consapevole ed istruito dei digital media – compresi i social network – in vista di un loro utilizzo rivoluzionario, contro-informativo, didattico, culturale e libertario.

Dunque, ritornando alla domanda iniziale, perché ascoltare oggi De André? La risposta è tutt’altro che complicata: perché De André era e rimane un poeta, e le sue canzoni poesia. Perché in un presente dove i lettori diminuiscono sempre più, e la poesia poggia stanca ed impolverata sugli scaffali delle librerie, ci ritornano in mente le parole di Walt Whitman: “La libertà ottiene l’adesione degli eroi ovunque esistano uomini e donne…ma non ottiene mai adesione o benvenuto maggiori che dai poeti”. Perché è la poesia a “rivelarci il vero nome delle cose”, come disse Gianni Toti, e perché prima di tutto essa è parola che sfibra il visibile, scorge l’invisibile nel visibile, restituisce libertà ad un mondo incatenato da visioni di abitudine e noia, conferendo ad esso rinnovate bellezze. Perché la poesia appartiene agli uomini, ed attraverso la sua musica essi riconoscono l’armonica o discorde tonalità dell’eterno fluire delle cose, il giusto timbro che appartiene alla libertà dei loro sentimenti e dei loro movimenti, l’esatto volume a cui la loro dignità partecipa per il semplice fatto di essere, appunto, uomini.

Fonte: bisceglie24.it

Di libertà e dignità le canzoni di De André hanno sempre parlato. Di dichiarato pensiero anarchico – “Se posso permettermi il lusso del termine, da un punto di vista ideologico sono sicuramente anarchico. Sono uno che pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio” – il cantautore ha sempre cantato degli ultimi, degli afflitti, degli sfruttati, dei torbidi paesaggi dell’animo umano, dando a questi quel valore che la società perbenista borghese schiacciava e nascondeva dall’alto della sua ideologia egotistica ed edonistica. Le sue simpatie per il proletariato e per il sottoproletariato lo portarono ad avere curiosità e stima per figure che apparentemente nulla avevano a che fare con il suo credo politico, una tra le quali quella di Gesù Cristo, da lui considerato il primo anarchico della storia e a cui dedicò l’album La buona novella del 1970. Fu attento ed abile indagatore della società del suo tempo, raccontandone i sogni e le utopie, e svelandone le contraddizioni: il concept album Storia di un impiegato del 1973 narra proprio di un impiegato che decide di farsi rivoluzione adottando i metodi del terrorismo armato, per poi in ultima analisi scoprire di aver perpetuato quella violenza che tanto voleva sradicare. Fu studioso di culture che videro le proprie tradizioni ed il proprio futuro cancellati dalla forza omologante del potere: nell’album L’indiano del 1981, dedicò le sue canzoni agli indiani d’America, il cui popolo fu schiacciato dai colonizzatori europei, e la cui condizione assimilava a quella dei contadini sardi che lo avevano sequestrato, insieme alla moglie Dori Ghezzi, durante il suo soggiorno in Sardegna; fu proprio per la loro astrazione sociale umile che il cantautore perdonerà i sequestratori ma non i mandanti, i quali invece erano persone agiate. La cattiva strada di De André fu prima di tutto In direzione ostinata e contraria, cieca alle mode ed ai profitti, refrattaria ad ogni regola, legge, imposizione che potesse minare la libera autodeterminazione di ogni individuo, sbarrata ad ogni borghese che anteponesse il calcolo economico al libero scambio dei sentimenti, attraversata da quell’amore che solo un essere libero può nutrire nei confronti del genere umano.

Fonte: wikitesti.com

Fabrizio De André – Principe Libero, diretto da Luca Facchini, prodotto da Rai fiction e Bibi film, è stato distribuito dalla Nexo Digital nelle giornate del 23 e del 24 gennaio, e andrà in onda su Rai 1 il 18 febbraio.

Il film narra dei principali avvenimenti della vita di De André, tentando da questi di estrapolare l’afflato “umano” dell’artista, e concentrandosi dunque sui suoi rapporti con la famiglia, gli amici e le due mogli, e tralasciando consapevolmente di mostrare il processo creativo dei suoi album, i profondi pensieri che muovevano la sua penna così come la sua ideologia; alle ispirazioni della sua poetica, nonché alle sue idee politiche, viene data un’origine che appartiene all’intimità dei suoi rapporti: l’odio nei confronti della società borghese rappresentata dal padre, le vitalistiche passioni amorose nei confronti delle prostitute, il profondo amore che nutre per gli umili e la natura, e che viene tutto inglobato in quello per le due mogli, specialmente Dori Ghezzi.

Viste le intenzioni degli sceneggiatori Francesca Serafini e Giordano Meacci di raccontare l’uomo-artista De André attraverso le sue personali vicende, di vitale importanza diviene nel film la macchina attoriale, e come questa si muove per dare vita ad azioni realmente compiute da persone esistite, o tutt’ora esistenti, e come a loro volta queste vengano trasfigurate dalle singole interpretazioni attoriali. C’è subito da dire che Luca Marinelli si cala con bravura nei panni del cantautore: la sua recitazione non è forzata, non appesantita dalla ricerca pedante di un’immedesimazione puntigliosa col personaggio, ma lascia che questo si adagi e trovi sintonia con le personali inclinazioni dell’attore: “Se rappresento qualcosa rappresento un pensiero, un mio pensiero, una mia idea di Fabrizio De André, una mia interpretazione di quello che ho capito di lui” afferma lo stesso Marinelli. Il personaggio di Dori Ghezzi pure trova una sua forza drammaturgia credibile e per niente forzata grazie alla recitazione di Valentina Bellè, e stessa cosa potremmo dire per la recitazione di Ennio Fantastichini, che interpreta Giuseppe, il padre del cantautore, e di Gianluca Gobbi, calato nella parte di Paolo Villaggio.

De André (Luca Marinelli) e Dori Ghezzi (Valentina Billè) durante il loro soggiorno in Sardegna. Fonte: spettacoliculturaeventi.it

Il limite del film risiede proprio nei suoi intenti: quello di rappresentare la vita personale ed intima di uno dei più importanti cantautori italiani, facendone il resoconto quasi didascalico delle vicissitudini più famose, e non riuscendo ad esprimere nulla di nuovo o indicativo sulla sua figura, sulla forza della sua musica e sul suo valore sociale, politico e poetico.

Ciò che manca al film è la tenacia eversiva della poetica di De André, la voglia, o il coraggio, di raccontare le contraddizioni di un paese a cui il cantautore prestava attenzione acuta ed empatica, il respiro poetico che possa davvero cercare di restituire, al livello visivo, il valore di una musica che nell’umanità cercava di scavare. Appoggiandosi agli stilemi stilistici e narrativi tipici della fiction televisiva italiana, la regia si sofferma sugli attori, scandendo la narrazione per mezzo dei loro movimenti, evitando però di effettuare un campo lungo sul contesto sociale e politico su cui essi si muovono, e che tanto avrebbe spiegato sulle vere inclinazioni della poetica di De André. Manca inoltre uno sguardo che inquadri quei diseredati a cui il cantautore dedicò le proprie canzoni, il proprio amore ubriaco e solitario, il quale costituisce il principio vitale della sua anarchia.

Ciò che resta è un encomio alla figura umana di De André, resa solo attraverso la sua vita personale, ma restituita, e questo non lo si può negare, con affetto e rispetto. Ciò che resta, è un’opportunità in più per conoscere la sua personalità e sondarne successivamente l’effettivo e vasto valore. Per gli adulti invece, e per chi già era a conoscenza della sua musica, il film può essere un ulteriore motivo per compiangerne i meriti artistici ed umani; ma per questo, in fondo, c’erano già le sue canzoni.

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