Per definizione, la Fantascienza è un genere letterario sviluppatosi all’inizio del 1900 e che trova solide fondamenta nel romanzo scientifico dei secoli precedenti. Se è vero, però, che la scienza, o la rivelazione di essa, parte dall’uomo, è pur vero che la stessa ha un’influenza o un effetto sulla vita di questi.
Gli esiti di questo rapporto uomo-società, spesso conflittuale, sull’individuo e sulla realtà da esso vissuta, in un tempo passato, presente e/o futuro è Fantascienza.

Inevitabile è, da sempre, il desiderio dell’uomo di tendere verso l’infinito, di spiegarsi i misteri della Natura, alla ricerca continua di risposte ai quesiti insoluti e, quando tutto (o quasi) è stato scoperto, irresistibile è l’impulso dell’uomo di crearne di nuovi.
Non stupisce, quindi, che i temi fantascientifici ruotino attorno ai viaggi nello spazio, viaggi nel tempo (H.G. Wells, The time machine), creazione dell’uomo e il raggiungimento dello status divino (Mary Shelley, Frankenstein), clonazione umana, l’illusione dell’utopia che, inevitabilmente, si disillude trasformandosi in distopia, tutti inevitabilmente usati come pretesto per sondare le profondità dell’animo umano, le sue inclinazioni, impulsi, desideri, complicazioni.

La fantascienza è, dunque, molto più di una navicella spaziale che “taglia” lo spazio nebuloso, è molto più di un loop temporale, è una rappresentazione della condizione umana e, se come genere letterario ha sempre mostrato di avere una certa fortuna, le sue trasposizioni cinematografiche e televisive non sono da meno.
Era, infatti, il 1902, agli albori della cinematografia, quando il francese George Milies, inventore dei primi effetti speciali, creò l’iconico Viaggio nella Luna, proiettando l’uomo in un futuro probabile, possibile, in cui l’uomo avrebbe potuto raggiungere l’irraggiungibile, l’inarrivabile e non più solo con la fantasia.
Con l’avanzare delle tecnologie, il cinema ha saputo fare della fantascienza lo strumento ideale per le sue rappresentazioni, raccontando storie indimenticabili e, ad oggi, conosciute da tutti, o quasi.

Metropolis (Fritz Lang, 1927), l’iconico Frankenstein (James Whale, 1931) ancora oggi nell’immaginario collettivo, Star Wars (George Lucas, 1977), Alien (Ridley Scott, 1979), La cosa (John Carpenter, 1982), E.T. (Steven Spielberg, 1982), Gattaca (Andrew Niccol, 1997), Moon (Duncan Jones, 2009), fino ad arrivare a Gravity (Alfonso Cuaròn, 2013), Interstellar (Christopher Nolan, 2014), Predestination (Micheal e Peter Spierg, 2014), Ex-Machina (Alex Garland, 2015), Arrival (Denise Villeneuve, 2016), Ad Astra (James Gray, 2019), sono solo alcuni dei titoli più famosi e/o conosciuti nella storia del cinema di fantascienza.

Ecco, dunque, che vi presentiamo 5 pellicole fantascientifiche che è sempre bene rivedere o vedere, se non le si è già viste:

2001. Odissea nello spazio

(Stanley Kubrick, 1968)

È impossibile stilare una lista di film di fantascienza senza inserirci quello che, secondo alcuni, è tra i migliori 100 film statunitensi di tutti i tempi. 2001 Odissea nello spazio è, come suggerisce il titolo stesso, un viaggio, o meglio, IL viaggio.
Il viaggio dell’uomo dalla propria origine, da quando, ominide, si scopre curioso, capace di creare armi e, quel che peggio, utilizzarle, fino alla conquista dello spazio e, al contempo, della parte più profonda di sé, fino al conflitto con l’intelligenza artificiale, passando per Nietzsche e il suo Zarathustra, al suo superuomo capace di vivere dopo il crollo di tutti i suoi valori, alla sua tragedia che, nelle immagini degli ominidi, capiamo essere la perdita del dionisiaco e il subentrare dell’apollineo.
Un film, dunque, impregnato di filosofia mai spicciola, che va ben oltre il suo essere fantascienza e che pone quesiti esistenziali a cui, ad oggi, come allora, non riusciamo a trovare una risposta certa.

Blade Runner

(Ridley Scott, 1972)

Tutti, ma proprio tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo detto “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi” e, magari, neppure sappiamo dove abbiamo potuto sentire una cosa simile. Bene, la risposta è Blade Runner, uno dei migliori film di fantascienza di sempre. Tratto da un romanzo di Philip K. Dick, in un futuro distopico (2019), Los Angeles è una delle città in cui si fabbricano degli esseri artificiali dalle sembianze umane, detti replicanti, utilizzati come schiavi nelle colonie extra-terresti. Coloro che provano a fuggire o a ribellarsi, vengono eliminati. Tuttavia, un gruppo di replicanti riesce ad evadere. Da qui, l’azione prende il via. Originariamente non acclamato dalla critica, dati i suoi ritmi lenti per una trama piuttosto semplice, con il passare del tempo, si è cominciato ad apprezzarne la filosofia. Nel peggiore dei mondi possibili, il pianeta terra è sovrappopolato e l’uomo ha esaurito le sue risorse, non avendo altra scelta che colonizzare altri pianeti e creare nuovi tipi di schiavi

Matrix

(Lana e Lily Wachowski, 1999)

Come reagireste se il mondo che conoscete si rivelasse una menzogna? Se tutto ciò che conoscete fosse, in realtà, una creazione virtuale? Matrix, infatti, non è che la rappresentazione fittizia di una vita che vorremmo avere e che non abbiamo, è il frutto di un programma, una matrice, appunto.
In un futuro non precisato, le macchine, di cui gli uomini si servivano, si ribellano, prendendo il controllo. L’uomo, da sfruttatore, diviene vittima, usato dalle macchine che ne sfruttano l’energia. Per soggiogare gli esseri umani al proprio volere, le macchine li incatenano in una realtà virtuale, dando loro l’illusione di una vita normale.
Il dramma dell’uomo è, dunque, quello di dover decidere se continuare a voler vivere in un’ illusione o vedere oltre le ombre, uscire dalla caverna (platonicamente parlando), anche se la “verità” non è quella che ci si aspetterebbe, anche se potrebbe far male.
“Pillola azzurra, fine della storia. Domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie e vedrai quanto è profonda la tana del bianconiglio.”

Paprika

(Satoshi Kon, 2006)

Ricordate Inception di Christopher Nolan, del 2009? Quel film in cui si usa uno strano aggeggio per entrare nei sogni di qualcuno per risolverne (quando possibile) i problemi, o modificarne la percezione della realtà? Ebbene, quel film trova il suo predecessore nel film di animazione giapponese Paprika, di Satoshi Kon.
In un futuro imprecisato, un gruppo di ricercatori-psicoanalisti, crea il prototipo una macchina, la DC mini, con cui entrare nei sogni dei propri pazienti e intervenire nello “strato” più profondo del sè: il subconscio. Pur non avendo ancora reso ufficiale questa invenzione, la dottoressa Atsuko Chiba decide di aiutare i suoi pazienti, creandosi l’ “alter-ego onirico” di Paprika.
Quando qualcuno “ruba” i segreti della DC mini, gli eventi precipitano e il confine tra realtà e dimensione onirica si assottiglia sempre più, fino a non distinguere più ciò che è sognato da ciò che è vissuto, e viceversa.
Riuscite a immaginare come potrebbe essere la vostra vita se foste bloccati con i vostri incubi?

The Lobster

(Yorgos Lanthimos, 2015)

Come tutti i film di fantascienza, anche The Lobster è ambientato in un futuro distopico, sebbene non rispecchi l’idea che molti hanno del fantascientifico. Non ci sono navicelle spaziali, scontri a colpi di arti marziali, spade laser o viaggi nel tempo. Nella realtà di The Lobster (L’aragosta), gli uomini sono costretti a riprodursi, o meglio, ad “accoppiarsi” con i propri simili, con coloro che possiedono caratteristiche comuni. A coloro che non sono stati in grado di “accoppiarsi” vengono concessi quarantacinque giorni, da spendere in strutture dedicate all’accoppiamento, per trovare la propria metà. In caso contrario, i soggetti vengono trasformati in un animale di loro gradimento (l’aragosta, difatti, è l’animale scelto dal protagonista).
Questo film, dunque, vuole essere una riflessione su quanto il significato del verbo “amare” sia mutato nel corso del tempo, fino a perdere spessore, diventando mero accoppiamento, di cui gli animali che, per definizione aristotelica, sono privi di razionalità e, dunque, della consapevolezza dei propri sentimenti, sono l’emblema.
Lanthimos sembra, dunque, chiederci: al di là del tempo, sapremo ancora amare?

Immagine di copertina: wikipedia.org
Secondary Image: flickr.com
Immagini allegate: flickr.com – wikipedia.org
© riproduzione riservata