Classe 1992. Gabriel Montesi è una giovane promessa del nostro cinema. Dopo il successo de Il primo Re, film di Matteo Rovere con Alessandro Borghi e Alessio Lapice, il giovane attore di Aprilia torna sul grande schermo con Favolacce, il secondo lungometraggio dei fratelli gemelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, premiato alla 70esima Berlinale con l’Orso d’Argento per la Migliore Sceneggiatura.

Gabriel Montesi - fonte: Fabio Zazzaretta

Gabriel Montesi – Foto: Fabio Zazzaretta

Ti sei diplomato lo scorso anno presso la Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté di Roma. Com’è nata la tua passione per la recitazione? Quando hai deciso che quella dell’attore era la tua vera aspirazione?

Ho cominciato con un laboratorio di recitazione teatrale di tipo residenziale ad Aprilia, la mia città. Prima di allora non avevo fatto nulla, se non qualcosina da piccolo a scuola. Tutti mi dicevano “lo sai che sei portato”. Da lì è nato qualcosa. Volevo iniziare a capire com’era il lavoro da un punto di vista più individuale. Ho fatto vari corsi a Roma, per poi arrivare a conoscere l’entità dell’Istituzione Volonté. Per me quella è stata una grande opportunità.  Penso di aver fatto un viaggio di tre anni umanamente parlando bellissimo. Ho avuto la possibilità di conoscere grandi professionisti del settore, in particolare cinematografico. Una delle cose più belle della scuola è stata che noi studenti avevano la possibilità di fare sia lezioni disciplinari che interdisciplinari. Oltre quello di recitazione che è il reparto per il quale sono stato preso, anche sceneggiatura, regia, fotografia, storia del cinema con Massimo Galimberti. Questo ha contribuito nel darmi una direzione, uno sguardo focalizzato più sul cinema.

Gabriel Montesi

Fabio D’Innocenzo e Gabriel Montesi © laberlinale

Oggigiorno sempre nuovi attori vengono investiti di parti importanti e le produzioni appaiono sempre più giovani e specializzate. Cosa pensi di questo cambio generazionale che si sta attuando da un po’ di anni nel nostro cinema?

Penso che si tratti di un passaggio necessario che lo stesso cinema italiano richiedeva, in qualche modo. Trovare qualcosa di diverso, di sconosciuto. I fratelli D’Innocenzo hanno contribuito nel portare avanti quest’idea. Ho avuto modo di vederlo anche per i reparti più tecnici. Microfonisti, sceneggiatori sono sempre più giovani. Alla Groenlandia con cui ho avuto modo di fare due film, credo che almeno l’80% siano giovani.

Prossimamente ti rivedremo sul grande schermo con Favolacce, il secondo lungometraggio dei gemelli Fabio e Damiano D’Innocenzo. Com’è stato lavorare con loro?

Lavorare con i gemelli è stata un’esperienza viscerale, fantastica, bellissima alla quale penso che aspiri qualunque attore. Un incontro forte, che mi ha segnato molto. Loro sono autentici, puri. Delle belle persone da conoscere e incontrare. Sono due registi che amano gli attori e tutti i reparti che contribuiscono nel fare del cinema un’esperienza collettiva. Pensa che io avevo la voglia di poter lavorare con due fratelli, perché in qualche modo anche io come loro, seguo molto il cinema francese dei fratelli Dardenne, quello italiano e non solo. Ho sempre visto con uno sguardo attento, il lavoro di due fratelli. Forse, perché anche io sono cresciuto con un fratello. Questo è stato necessario per poter fare un film del genere. È stato favoloso. Loro sono registi che non cercano mai la messa in scena.

Una delle cose che ricordo con più piacere sono i provini. Io andai da Damiano e gli dissi: “Io questa scena non la so fare”. Lui mi guarda e mi fa: “Non la so fare nemmeno io eppure l’ho scritta. Troviamo gli strumenti insieme”. Era tutto molto in divenire, questo credo che sia la caratteristica di due grandi artisti che stimo tanto. Infondono molta speranza in noi giovani attori, con la capacità di creare qualcosa che vada al di là di cliché e convenzioni. Ti pongono davanti un mistero, un quesito che devi scoprire e questo è molto affascinante.

Gabriel in “Favolacce”, dei fratelli D’Innocenzo © pepitoproduzioni

Il film presenta un cast d’eccezione. Com’è stato lavorare accanto ad attori come Elio Germano e Barbara Chichiarelli?

Io ed Elio non abbiamo mai lavorato insieme, però l’ho incontrato sul set e i gemelli mi parlavano sempre molto bene di lui. Sono stato un suo fan e lo sono tuttora. Aver avuto la possibilità di conoscerlo per me è stata una grande fortuna. La cosa bella è che speravo di trovare una grande umanità ed è quello che ho trovato. Ti dirò questo, noi ci incontravamo quando lui finiva di girare le sue scene ed io arrivavo al campo base. Lui aveva sempre uno sguardo paterno nei miei confronti. Io lo vedo al di sopra della definizione dell’attore. Questa cosa poi la ritroviamo anche nei nostri ruoli, perché lui come me interpreta un padre nel film.  È stato più un conoscersi, anche con Barbara che ho visto un po’ meno al campo base. Ho avuto modo di conoscerla a Berlino, e in lei ho trovato una grande personalità ed umanità. Sono molto contento di aver lavorato per un progetto in cui credo molto e soprattutto accanto a questi nomi.

Ti abbiamo visto anche ne Il primo Re di Matteo Rovere. Cosa ricordi di quell’esperienza?

Quella de Il primo Re è stata tra le mie prime esperienze cinematografiche più importanti. Conoscere Matteo Rovere è stata per me una grande opportunità di crescita. Ho incontrato una grande persona. Con lui dovevamo creare un immaginario che riportava alla leggenda della nascita di Roma e non c’era qualcosa di scritto che poteva riportarci a quelle civiltà.

Abbiamo fatto un lavoro molto importante sulla lingua. Un latino inventato che faceva riferimento a delle regole ma non era sempre lo stesso, bensì si adattava ai cambiamenti. Le tantissime prove che abbiamo fatto con Matteo sono state necessarie per poter superare l’ostacolo della lingua. Tutto il lavoro che lui fa prima, di preparazione con il gruppo, è stato fondamentale. La cosa che più ricordo è stato proprio il lavoro collettivo, insieme a tutti gli attori. Sono cresciuto con gli altri. Ho trovato il mio personaggio stando dentro. A me piace molto suggerire, non raccontare ma cogliere le sfumature.

Rovere è una persona che coglie molto le sfumature. Anche lui come i fratelli D’Innocenzo è molto attento agli attori che propone, e questa cosa è bellissima. Dà un senso di libertà che ti fa vivere la creazione restituendoti credibilità.

Gabriel Montesi

Gabriel Montesi (a destra) in “Romulus”, la nuova serie tv Sky. Fonte: Sky

Sappiamo che Favolacce dovrebbe uscire nelle sale, il prossimo 16 aprile. Rispetto alla complessa situazione che stiamo vivendo, il cinema può dare un contributo importante come antidoto alla paura? Cosa pensi a riguardo?

Io so che esce il 16 aprile. Dobbiamo capire come andrà in base al corso degli eventi, se il Presidente del Consiglio Conte farà altri decreti. Il cinema come diceva Elio Germano a Berlino è l’antidoto alla paura. Penso che essere uniti elimini la paura individuale. Speriamo solo che l’unione del cinema e il suo essere un processo collettivo, di gruppo possa contribuire nel far sì che i singoli esplodano dando il meglio. L’unione fa la forza.

Dopo questo successo hai progetti in cantiere? Cosa ti aspetti dal futuro?

Sarò in autunno su Sky con Romulus, la serie di cui Matteo Rovere ha firmato i primi due episodi, ispirata al film Il primo Re. Ci sono altri progetti in ballo ma data la situazione bisogna capire se resteranno gli stessi, o subiranno modificazioni. Per adesso pensare al presente ci fa bene.

Immagini: © laberlinale, Fabio Zazzaretta, pepitoproduzioni
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