“Cosa unisce le persone? Gli eserciti? L’oro? Le bandiere? No, le storie. Non c’è niente di più potente al mondo di una buona storia, niente può fermarla…”

E così è stato. Per ben nove anni Game of Thrones ha appassionato e radunato intorno a sé milioni di persone in tutto il mondo. Nessuna serie ha mai avuto un tale impatto sul pubblico, sull’industria televisiva e sulla cultura del nostro tempo. Forse solo Lost, progenitore della serialità moderna. Nove lunghi anni di intrighi, complotti, battaglie e articolate teorie che hanno fatto correre all’impazzata i neuroni di tutti i fan. Figli e figlie sono stati chiamati come i personaggi della serie, citazioni sono entrate a far parte del nostro vocabolario e corsi di laurea sulla lingua Dothraki sono stati istituiti; Game of Thrones è penetrato nel DNA del nostro tempo, unendo le persone davanti ad uno schermo come solo una partita di calcio durante i mondiali può fare.

Daenerys Targaryen e il suo esercito dopo la vittoria (Courtesy of HBO)

Winter Is Coming, primo episodio della serie, ha reso subito chiaro la natura della storia che saremmo andati a vedere. L’attimo in cui Jaime Lannister ha gettato dalla torre il giovane Brandon Stark è stato il momento in cui, senza peli sulla lingua, David Benioff e D.B. Weiss hanno detto «questo è Game of Thrones».

Ma dopo otto stagioni la serie è arrivata al suo epilogo. La battaglia tra gli Stark e i Lannister, la guerra contro gli Estranei e la corsa di Daenerys Targaryen per ottenere il trono che le spetta per diritto di nascita raggiungono il loro culmine in una stagione tutt’altro che perfetta. Perché è ormai chiaro che sei episodi non bastavano per concludere in modo degno la serie. Il tempo e lo spazio per dare coerenza agli avvenimenti e un peso alle singole storyline dei personaggi, non è stato abbastanza. Quest’ottava e ultima stagione ha abbandonato quel marchio di fabbrica che era la sceneggiatura, oltre che la sorpresa.

Game of Thrones infatti non è mai stato un prodotto basato sulla spettacolarizzazione, ma sulla finezza pungente della scrittura e sulla caratterizzazione dei protagonisti. L’ambiguità di questi, né buoni né cattivi ma umani, si è affievolita, lasciando spazio ad un dualismo che non era proprio della storia. La serie ha tradito la sua natura: più “battaglie dei bastardi” e “The Long Night” e meno articolati e affascinanti dialoghi.

Daenerys muore tra le braccia di Jon (Courtesy of HBO)

Inoltre grossi e piccoli buchi di trama hanno scatenato la furia dei fan, a partire dal cambio repentino di Daenerys che da salvatrice si è trasformata in carnefice. Un percorso forse coerente, ma fin troppo raffazzonato. Come d’altronde è successo nella “buia” quanto spettacolare battaglia di The Long Night, che ha visto il Night King perire sotto la lama di Arya e liquidare, con troppo facilità, gli Estranei. La lista di errori e incongruenze è lunga e i social sono pieni di meme a riguardo: dalla scelta delle cripte come rifugio per gli abitanti di Winterfell al salto olimpionico di Arya, dal GPS incorporato di Euron Greyjoy al ruolo non precisato del Corvo con tre occhi, dal numero effettivo di soldati di entrambe le parti schierate alla capacità dei draghi di schivare gli arpioni.

Tutti questi punti raggiungono il loro apice in The Bells, penultimo episodio che ha visto la morte di Varys e la distruzione di King’s Landing, e dei suoi abitanti da parte della follia omicida della regina dei draghi. Il bilanciamento delle forze non è chiaro, per quanto l’episodio sia ben costruito ed emozionante sul piano tecnico (fotografia, regia e colonna sonora), meno su quello della coerenza narrativa. Il Cleganebowl tanto chiamato ha luogo, come la morte di Jaime e Cercei Lannister. Quest’ultima costretta a guardare dalla finestra, come se fosse Giulietta in attesa del suo Romeo (o dei suoi elefanti?) per cinque episodi e il cui apporto in termini di taglienti dialoghi si è ridotto a zero. Forse la sua, come quella del fratello/amante, è stata la conclusione meno degna della stagione.

Tyrion Lannister, Primo Cavaliere e il concilio del re (Courtesy of HBO)

La morte nel Trono di spade è diventata un percorso obbligatorio, non più un espediente narrativo atto al ribaltamento e allo spiazzamento. Aspetto che insieme al fanservice ha caratterizzato le ultime due stagioni. Quindi è tutto da buttare? No, alcune storyline si sono concluse con una loro logica (e con qualche lacrima per Theon, Jorah e Beric Dondarion). Il problema risiede nel come ci si è arrivati, e la risposta è: troppo in fretta. Frettolosità che eclissa la spettacolarizzazione dello show, che ha raggiunto livelli tecnici altissimi e degni di nota. Lo sforzo dietro è encomiabile e non si può far altro che applaudire.

Ma veniamo all’atto conclusivo, The Iron Throne. Un episodio che farà discutere da qui alla fine dei tempi. Cenere (e non neve) piove dolente sulle rovine della capitale, ora assediata dagli Immacolati e dai Dothraki della regina dei draghi; come nella visione alla Casa degli Eterni di Dany. Lei che fu un simbolo di speranza, libertà e cambiamento, ora troneggia su macerie cariche di dolore e morte. Qui Peter Dinklage mostra ancora una volta tutta la sua bravura in un commovente pianto sopra i corpi senza vita del fratello e della sorella, abbracciati nel loro ultimo atto d’amore.

Alla fine Daenerys Targaryen arriva in tutta la sua spaventosa nuova natura in una bellissima scena che la vede avanzare con alle spalle le ali di Drogon, che le conferiscono un’aura da inesorabile angelo della morte. La conquistatrice fa un discorso ai suoi uomini in cui mostra tutto il suo delirio, promettendo fuoco e sangue. Tyrion, incarcerato per il suo tradimento, incoraggerà Jon a compiere un ultimo disperato atto: uccidere la sua regina. Dovere o amore. Questa la battaglia interiore di Jon, che alla fine ucciderà la sua regina nella sala del trono ponendo fine alla sua tirannia sul nascere.

Sansa Stark viene nominata Regina del nord (Courtesy of HBO)

In una scena non troppo chiara, Drogon invece di bruciare l’assassino della sua amata madre, scioglierà una volta per tutte il trono di spade e volerà via. Non si spiega la scelta del drago, così come la sua intelligenza, anche se sarà proprio lui a distruggere quel tanto ambito trono su cui alla fine nessuno si siederà. Salto temporale, un concilio formato dai lord superstiti nomina Brandon “lo spezzato” nuovo Re dei sei regni, in quanto Sansa reclama e ottiene l’indipendenza del nord (gli altri lord non possono?). Inoltre verrà spezzata la discendenza per sangue e i Re, o le regine, verranno eletti dai signori del Westeros – purtoppo non dal popolo come suggerito dal deriso Sam. Il destino di Jon invece, affinché non si scateni una guerra con gli Immacolati, lo vedrà ancora una volta nelle fila dei Guardiani della Notte.

Un bellissimo montaggio mostrerà gli Stark superstiti avviarsi verso il loro nuovo futuro: Sansa nuova regina del nord e Arya Stark viaggia ad ovest verso terre inesplorate. Nella capitale, Tyrion fatto nuovamente Primo cavaliere attende il suo nuovo consiglio composto da Sam in veste di gran maestro, Bronn ora signore di Alto Giardino, Ser Davos e Ser Brienne comandante della guardia reale. Fanservice? Forse un po’.

Infine tutto si chiude laddove era iniziato: oltre la Barriera. Jon Snow lascia il Castello Nero (non è ben chiaro il suo presunto esilio visto che Verme Grigio naviga verso Nath senza poterlo sorvegliare, ma tant’è) e marcia insieme ai Bruti e a Ghost lontano dai dolori di una vita passata a combattere per l’onore. Un degno finale per un uomo che ha dato tutto “non sapendo niente” e che trova finalmente quella tanto agognata libertà che gli era stata proibita.

Jon Snow lascia i Sette Regni nella scena finale (Courtesy of HBO)

Non è la conclusione che tutti si aspettavano e gli sceneggiatori (sprovvisti della base solida dei libri) hanno dimostrato una certa negligenza nel curare la propria creatura. Ma è così che ci lascia Game of Thrones, negli innevati territori dei Bruti ora liberi dal giogo del Night King e con l’iconica sigla, rivisitata per l’episodio. Nel bene e nel male la serie rimarrà per sempre nel cuore di tutti coloro che in un ciclo eterno torneranno nel Westeros per vivere ancora le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco.

And now our watch has ended!

 

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