Si presenta molto difficile parlare di un prodotto come Homemade, l’insieme di cortometraggi girati durante la quarantena da grandi registi e registe internazionali. Non per la sua natura antologica, tutt’altro, bensì per la quasi totale piattezza uniformante della gran parte dei corti.

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Scena tratta dal corto “Last Calls” di Pablo Larrain (@Netflix)

Ma veniamo alla radice. Il mondo si è fermato per due mesi, il Covid-19 ha rinchiuso la popolazione dentro la propria abitazione tra disperazione e noia. Coloro che non sono stati colpiti dal virus, hanno avuto la grande fortuna del Tempo, quello con la T maiuscola. Perché ciò che il lockdown ci ha fatto riscoprire è la lentezza delle giornate, lontane anni luce dalla frenesia animalesca del nostro tempo.

Il tempo libero è stato speso nella riscoperta di noi stessi, nella coltivazione di hobby e sì, anche un momento per dar spazio alla propria creatività. A tal punto, ciò che stupisce, è proprio la mancanza di fantasia di gran parte dei registi coinvolti in Homemade. Grandi personalità del cinema d’autore, con alle spalle diversi capolavori, si sono fermati all’essenziale. A quei ritratti familiari che rendono lenta e svogliata la visione di alcuni gli episodi.

Netflix è il Binge Watching. Rappresenta la scorpacciata famelica di intrattenimento No stop; è il ristorante All You Can Eat del cinema e delle serie. Eppure, con Homemade questo tipo di visione non sembra funzionare, a differenza del riuscitissimo Love, Death & Robots, anch’essa serie antologica, ma di stampo sci-fi animato. Il paragone, ovviamente, va preso con tutte le differenze del caso: da una parte si parla di corti amatoriali e dall’altra di una produzione vera e propria.

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Scena tratta dal corto di Paolo Sorrentino “Voayage Au Bout de La Nuit” (@netflix)

Inoltre, tutto ciò, è riferito alla totalità del prodotto, e non alle sue singole parti. Perché in Homemade vivono dei corti davvero interessanti. Primo fra tutti il Voayage Au Bout de La Nuit di Paolo Sorrentino. Il cortometraggio del regista italiano (e non perché siamo di parte) è forse il più riuscito, e soprattutto divertente. Con il semplice utilizzo di due statuette, del Papa e della Regina Elisabetta, Sorrentino mette in scena un piccolo racconto dissacrante. Quei sette minuti volano tra immagini fresche e dialoghi irriverenti.

Al secondo posto, fingiamo che sia un contest con tanto di podio, troviamo l’eccezionale cineasta Ana Lily Amirpour, regista dell’intrigante A Girls Walks Home Alone at Night e di The Bad Batch. La regista di origini iraniane ci regala Pedala e passerà, in cui si percepisce una vera intenzione cinematografica. Amirpour riveste 10 minuti (aiutata dalla voce fuori campo di Cate Blachett) con tutto il suo cinema, tra strade post-apocalittiche, figure misteriose e grosse contestazioni politiche. Il tutto con una bicicletta, un drone e una GoPro.

Proseguendo sulla linea della gara, arriva al terzo posto Pablo Larraín con Last Call. Larraín (e qui siamo di parte) è un talentuoso regista che ci ha regalato capolavori come Post Mortem, No – I giorni dell’arcobaleno e Il Club. Ritornando al suo cortometraggio, il regista cileno dirige forse l’episodio con la migliore recitazione. Uno split screen, un uomo e una donna durante una video call e un finale davvero singolare, amaro e spiritoso. Nella perfezione del tutto, Larraín si prende poco sul serio, e facendolo non risulta banale e scontato.

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Scena tratta dal corto di Ana Lily Amirpour Pedala e passerà (@Netflix)

I posti sul podio sono finiti, ma sulla scia dei precedenti registi si muove anche Ladj Ly che, con il suo corto, realizza un vero e proprio spin-off del suo film I Miserabili; convincendoci appieno. Rungano Nyoni, Sebastian Schipper, Johnny Ma e Sebastian Leio non raggiungono il livello dei primi cineasti, ma gli va almeno il merito di aver provato qualcosa che uscisse dallo standard, soprattutto Johnny Ma e il suo La ricetta dei ravioli di mamma.

Il resto delle storie sembra fuoriuscire da un insieme di TikTok familiari, altri , invece, cercano una via pretenziosa che delude, e soprattutto annoia (forse erano meglio le immagini di gatti). Vanità e svogliatezza arrivano a noi come un’onda anestetizzante. Al di là di qualche episodio, Homemade non raggiunge il suo scopo: coniugare arte e realtà, cinema e discorso sociale. La gran parte dei cortometraggi mostra una certa mancanza, laddove invece si potevano aprire ad infinite possibilità narrative e registiche per raccontare un evento così importante e catastrofico come è stato quello della pandemia.

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