di Riccardo Careddu, Emma Dinuzzi, Fabio Tandelli, Lorenzo Sangermano, Lucia Nunzi, Leonardo Pasquali, Jacopo Abballe, Giorgia Sdei

Un altro decennio sta per concludersi e non potevamo resistere dallo stilare la nostra personale lista dei migliori film usciti al cinema tra il 2010 e il 2019. Non ce la sentiamo, però, di fare una vera e propria classifica!

Molti sono quelli rimasti fuori e che meriterebbero una menzione speciale, ma dopo una sudata riflessione e un acceso confronto, ecco quali sono i film scelti dalla redazione di Artwave:

Parasite (Bong Joon-ho, 2019)

Parasite è il ritratto feroce di una disperata lotta di classe, un discorso nazionale che assume da subito valore universale. La società genera parassiti: i più poveri sono costretti a vivere come scarafaggi che si nutrono delle briciole cadute alla borghesia, ma pronti a scappare vigliaccamente per nascondersi ai loro occhi. E anche quando il proletariato crede di servirsi dei borghesi, in realtà è sempre la borghesia che si sta servendo dei proletari. Bong ce lo illustra grazie ad una narrazione perfetta, una struttura a matrioska che rivela sempre qualcosa di nuovo e sconvolgente. Quando la trama sembra appropriarsi di una forma, ecco che Bong stravolge tutto, rendendo di fatto impossibile prevedere le sorti dei protagonisti. I colpi di scena si susseguono in un racconto energico che dosa alla perfezione le sue inclinazioni.

Holy Motors (Leos Carax, 2012)

Con il suo ultimo film, uno dei registi di punta dei Cahiers du Cinéma si diverte a giocare con i generi cinematografici per costruire una riflessione sul futuro dell’immagine. L’attore feticcio di Carax, Denis Lavant, ci conduce in un vortice di situazioni tra le più disparate e surreali, fino all’ironico finale. L’intellettualismo dell’autore è criptico e di alte pretese, ma che si colga o meno il senso delle immagini, Holy Motors assicura una delle esperienze cinematografiche più estranianti e sublimi che lo schermo possa ricordare. Uno dei migliori film sul cinema è anche l’unico film a posizionarsi dopo il cinema. Da vedere assolutamente.

Shutter Island (Martin Scorsese, 2010)

È un thriller psicologico tra i migliori del decennio Shutter Island, diretto da Martin Scorsese con Leonardo DiCaprio e Mark Ruffalo. Il film è ambientato nel 1954 nella sperduta Shutter Island, dove due agenti FBI Edward Daniels e Chuck Aule vengono mandati ad indagare sulla fuga/scomparsa di una paziente di un istituto psichiatrico dell’isola, specializzato nella cura di criminali con problemi mentali.

Da “semplice” thriller con misteri e indagini, Shutter Island si rivela un vortice intricato dalla trama enigmatica e sorprendente, che trascina lo spettatore nel labirinto della mente di Daniels, lasciandolo, infine, con un’unica consapevolezza: il dubbio.

Birdman (Alejandro González Iñárritu, 2014)

Il sottotitolo di Birdman dice molto del suo scopo: L’inaspettata virtù dell’ignoranza. Con poche parole il regista premio Oscar ha coinvolto nell’opera sia lo spettatore che lo stesso protagonista, Michael Keaton.
La sua ingenuità e i suoi superpoteri lo trasformano in qualcosa di nuovo, mentre noi nel frattempo non possiamo fare altro che chiederci se quello che stiamo vedendo sia vero.
In questo squarcio di realtà fotografato dal tre volte premio Oscar Lubezki, Iñárritu vuole farci prendere coscienza di ciò che spesso difficilmente capiamo. All’interno di Birdman, non importa se ciò che vediamo o sentiamo sia la realtà, ma come reagiamo a questa.

Dallas Buyers Club (Jean-Marc Vallée, 2013)

Trasformazione: questo il termine che contraddistingue un film come Dallas Buyers Club. Una trasformazione fisica, quella di Matthew McConaughey e Jared Leto per interpretare i protagonisti, e soprattutto sociale. Poiché l’AIDS è sempre stato un tabù nella nostra società, un dispositivo per instillare vergogna nella comunità gay. Il regista, Jean-Marc Vallée, infrange tale proibizione e porta il dibattitto su un piano umano e non più accusatorio. Rompe le barriere dello stereotipo e dell’avversione, e McConaughey scolpisce nel marmo una delle migliori interpretazioni degli ultimi anni.

La La Land (Damien Chazelle, 2016)

Un dolcissimo tributo alla magia del cinema, La La Land è stato il film che ha riavvicinato una larga fetta di pubblico al musical. Amalgama perfetto di dramma e leggerezza, in cui la regia e la sceneggiatura creano un mix riuscitissimo portato alla massima espressione da musiche che non riusciremo più a toglierci dalla testa, La La Land racconta il mondo del cinema, quello dei sogni e delle aspirazioni e lo fa attraverso la struggente storia d’amore tra Mia (Emma Stone) e Sebastian (Ryan Gosling), un’aspirante attrice la prima, un pianista il secondo.

Omaggiando inequivocabilmente i maggiori musical di Hollywood, Chazelle riesce a raccontare una storia contemporanea trasportandoci in una dimensione ibrida tra l’onirico e il reale.

Chiamami col tuo nome (Luca Guadagnino, 2017)

In un piccolo paese vicino Crema, Elio (Timothèe Chalamet) e Oliver (Armie Hammer) si conoscono e si innamorano. Per una estate le loro vite si intrecciano, tornando poi alla normalità, ma con impresso nell’anima il riflesso di quanto hanno condiviso.
Questo, infatti, è Chiamami col tuo nome. Una rappresentazione sublime e perfetta dell’amore e dei suoi effetti: improvviso, fulminio ed indelebile. i due ragazzi sono i protagonisti di un idillio moderno, sospeso nel tempo come le statue e la natura che li circonda. Il passato sembra fondersi con il presente, la vita trabocca dallo schermo con tutte le sue passioni ed i suoi dolori. Il tutto racchiuso in un viso, quello di Chalamet che chiude la pellicola in un modo tanto intenso quanto delicato.

Il sacrificio del cervo sacro (Yorgos Lanthimos, 2017)

Rivisitazione della tragedia greca di Ifigenia (come greco è il regista che la mette in scena), Il sacrificio del cervo sacro è un thriller psicologico di tutto rispetto che vede una banale famiglia borghese americana alle prese con una tragedia familiare, che non è in grado di gestire. Stephen Murphy (Colin Farrell) è uno stimato cardiochirurgo che decide di prendere sotto la sua ala il sinistro Martin (un bravissimo e “fastidiosissimo” Barry Kehogan, Chernobyl), con cui intrattiene un rapporto ambiguo e disturbante.

Che c’è qualcosa di sinistro, nonostante la banalità della vita borghese, apparentemente perfetta, della famiglia di Stephen, lo capiamo fin da subito. Lanthimos è bravissimo a creare tensione nel quotidiano, nelle cose banali, mescolando abilmente inquadrature ad hoc, musiche e dialoghi. La tensione è palpabile e, come tutte le tragedie, ci si aspetta l’inevitabile e qualcuno che lo possa presagire.

Lanthimos firma uno dei thriller psicologici migliori di questi anni, delicato, alto nei suoi intenti e altamente disturbante.

The Revenant (Alejandro González Iñárritu, 2015)

Non sarà il miglior film di Iñárritu, ma The Revenant è sicuramente l’opera perfetta per il grande pubblico. Uno pseudo-western che ruota attorno a un tema non originalissimo e che deve tanto a Tarkovsky, al contempo così avvincente da non poter staccare gli occhi dallo schermo nemmeno per un secondo. Il tutto è reso possibile da un lavoro sulla fotografia eccelso (grazie a Emmanuel Lubezki), da un’operazione di regia impeccabile e impreziosito da una colonna sonora di livello. È valso a Di Caprio il tanto agognato Oscar per una prestazione che va oltre le abilità interpretative, come anche quella dell’antagonista di turno Tom Hardy, tornato però a casa a mani vuote. Un film da vedere, rivedere e rivedere ancora. Un classico dei nostri tempi.

Perfetti Sconosciuti (Paolo Genovese, 2016)

È da Guinness dei primati il film di Paolo Genovese, con ben 20 remake in altrettanti Paesi.
La versione originale (2016) riunisce un cast di eccellenze italiane (Edoardo Leo, Alba Rohrwacher, Marco Giallini, Kasia Smutniak, Anna Foglietta, Valerio Mastandrea e Giuseppe Battiston) che riesce a mettere in scena il film nostrano più riuscito del decennio.
Un gruppo di amici, durante una cena, decide di posare i propri cellulari sul tavolo lasciando che ogni messaggio e chiamata siano visionati e ascoltati dagli altri. Intuibili le conseguenze: altarini scoperti, segreti, tradimenti, cose comuni in cui ci si riconosce e che prendono una piega drammatica e destabilizzante ritraendo la nostra società schiava del “temibile” smartphone – ritenuto ormai colpevole di tutte le disgrazie umane; la sua, di disgrazia è solo quella di evidenziare azioni e condotte umane che esistono già.
Questo il mix vincente che porta lo spettatore ad immedesimarsi con i protagonisti e a rendere il film indimenticabile.
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