Poche serie televisive riescono a creare un rapporto così stretto e personale tra pubblico e storia, esplorando quella distanza esistente tra spettatore e personaggio. Ma ciò che contraddistingue la serie britannica Fleabag dal resto del palinsesto televisivo odierno, è la decisione presa a monte di poggiare i propri meccanismi e il proprio pathos sulla distruzione di questa distanza.

Photo: Robert Hanashiro/USA TODAY

Fleabag è un piccolo miracolo televisivo, e la sua creatrice, sceneggiatrice e interprete protagonista Phoebe Waller-Bridge niente meno che l’orchestratrice provetta che ha saputo gestire con maestria assoluta tutti gli elementi di questa serie creando un equilibrio evolutivo perfetto tra personaggi, trama e i vari imprevedibili twist che ne compongono gli episodi. Il tutto coadiuvato ad un modo nuovo e sperimentale di gestire il rapporto con il pubblico, stabilito in certi termini per essere più e più volte disintegrato e ricomposto.

Fleabag non è altro che l’estensione televisiva di un monologo teatrale nato in tutta fretta in una serata di improvvisazioni tra sceneggiatori. La sfida era la seguente: “Come far divertire il pubblico un momento per poi fargli provare qualcosa di completamente e profondamente diverso quello successivo?”. Una semplice sfida che si è trasformata ben presto nelle fondamenta sulla quale basare la struttura di tutta la serie: manipolare lo spettatore per farlo divertire un momento con la commedia, e poi colpirlo allo stomaco con il dramma proprio quando è più vulnerabile, creando piccoli momenti dal sapore caustico.

Ogni personaggio, per quanto esilarante o crudele possa essere, nasconde fragilità che riaffiorano nei momenti più impensabili, sciogliendo qualsiasi tipo di antipatia; e ognuno di essi affronta un arco evolutivo che, nel corso delle due stagioni che compongono la serie, sconfigge ogni supposizione e pregiudizio. E’, insomma, umorismo pirandelliano in pieno petto, impacchettato in una sceneggiatura attenta e calibrata, armonica perché supportata da un ritmo agile e da un editing perfetto.

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Ma il tragicomico qui deriva soprattutto dal rapporto tra pubblico e protagonista.

Già, perché la protagonista di Fleabag è Fleabag (non ha un vero nome perché dargliene uno l’avrebbe resa meno universale) ed è la sua prospettiva a guidare tutta la narrazione, definendone così anche la nostra esperienza. Fleabag sfonda continuamente la quarta parete perché, in un certo senso, facciamo parte del suo mondo, e la maggior parte del tempo la passa a scherzare con noi, ammiccando e commentando quello che le succede attorno facendo continuamente battute tanto irriverenti quanto esilaranti. Ma attenzione: non saremo mai suoi amichetti, tanto meno suoi confidenti. “Non volevo che l’audience fosse la persona con il quale (Fleabag) si confessasse – spiega Waller-Bridge per BUILD – Lei scherza con te tutto il tempo, ma c’è qualcosa che non ti sta dicendo”.

Fleabag è una spilungona esilarante che con poche battute e tanti sguardi riesce a trasformare una qualsiasi situazione in qualcosa di brioso e totalmente inappropriato, ed è per questo impossibile non innamorarsi del personaggio; ma piano piano che si va avanti nella storia, ci rendiamo conto che tutto ciò è l’espediente perfetto di una maschera ben costruita atta a deviare l’attenzione da una verità che sta faticosamente cercando di mantenere nascosta. La vita di Fleabag è in realtà un concentrato di dramma e tristezza, dove il lutto e il dolore gravano amaramente, e un segreto inconfessabile vieta qualsiasi rapporto sincero con noi e gli altri personaggi. Nella prima stagione veniamo a conoscenza della morte della madre e della migliore amica Boo, di una situazione familiare allo sfascio dove nessuno riesce a capirla né tanto meno ad amarla come dovrebbe, e il “Guinea-Pig Caffè” aperto con Boo è destinato a fallire. Tutte situazioni che la nostra spilungona cerca di navigare con umorismo, nascondendosi sotto una facciata sorridente e scherzosa.

Photo by Luke Varley 2016 © Amazon Studios

C’è un meccanismo alla base di tutto questo: “la necessità di essere visti e il terrore di essere visti”. Un meccanismo che ha visto la sua prima applicazione nella prima stagione, e che nella seconda, e ultima, ha raggiunto nuove vette grazie a un twist clamoroso: un personaggio si accorge della rottura della quarta parete. Ora il rapporto con noi spettatori è cambiato perché conosciamo quanto sia vulnerabile, ma nessun personaggio aveva ancora mai avuto questo privilegio che solo il prete (interpretato da c, il Moriarty di Sherlock) è riuscito ad ottenere. Solo lui riesce a riconoscere le vulnerabilità nascoste sotto quella miriade di dirty jokes e compiacimento ostentato – solo lui la “vede” per davvero.

Fleabag è una serie brutalmente onesta che evolve radicalmente di episodio in episodio e su fronti sempre nuovi e inaspettati. Un gioiellino, un piccolo miracolo che con la sua incredibile delicatezza coglie le fragilità profonde non solo dei personaggi e della protagonista, ma anche di noi spettatori “a distanza”.

Tutti tranne la matrigna (interpretata da un’Olivia Colman fresca di Oscar). Lei sì che è psicopatica. Vedere per credere!

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

Immagini di copertina: ©Luke Varley/BBC/Two Brothers, ©2019 Joan Marcus
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