Con i cioccolatini nel calendario dell’Avvento ormai in esaurimento, anche il Natale di quest’anno è ormai giunto, e, pur se ognuno col suo spirito, tutti o quasi si preparano ai festeggiamenti di rito indossando, ognuno a modo suo, la tipica maschera di magnanimità e buoni sentimenti da qualcuno fatta impolverare fin troppo nella soffitta del duemiladiciassette oramai agli sgoccioli. In una celebrazione sempre più scollegata dalle sue origini religiose che pertanto si alimenta con una imprescindibile autoreferenzialità, a rendere così tanto natalizia l’atmosfera di quello che altrimenti sarebbe un 25 dicembre qualsiasi sono dunque quei simboli attorno a cui ci si stringe per ricordarsi a vicenda che c’è ancora qualcosa per cui valga la pena riunirsi e stare assieme, fosse anche solo per scaldarsi contro il freddo pungente.

Al di là delle banalità che il Natale è facile calamitarsi addosso, e al netto di analisi sociologiche sui come e i perché le persone di ogni rango non possano fare a meno di farsi coinvolgere dalle feste comandate (di cui il Natale è indiscussa regina), è interessante fermarsi un attimo a considerare il ruolo che un medium come il cinema ha nei confronti del Natale. I film natalizi sono in genere commedie disimpegnate, in cui ad avere la meglio dopo una moltitudine di avventure sempre diverse sono, più che i singoli personaggi, i buoni sentimenti, valori di amicizia e rispetto spesso presentati in un modo così semplice da risultare ingenuo e bidimensionale, facendo storcere il naso a chi si preoccupa di giudicare un’opera solo per il suo contenuto (attività comunque fondamentale, sia chiaro), ignorandone però il contesto intorno a cui nasce ed il messaggio che, pur in modo tutt’altro che sofisticato, esso vuole veicolare. In effetti, si potrebbe sintetizzare che una storia semplice permette infatti il propagarsi di sentimenti semplici, magari all’apparenza così caricaturali da risultare irreali, tanta è la fatica nel ritrovarli nella vita reale, ma che veicolano altresì in toto quel background di emozioni bambinesche che hanno formato negli anni dell’infanzia una larga fetta di pubblico, in primis quelle stesse persone ora pronte, ironia della sorte, a sparare a zero su di essi.

Dan Aykroyd e Eddie Murphy in “Una poltrona per due”

Per quanto nessun film natalizio possa probabilmente fregiarsi della definizione di capolavoro, non è un caso ad esempio che, ormai da una vita, la programmazione di Italia 1 della vigilia di Natale abbia previsto, per la prima serata, la proiezione dell’iconico Una Poltrona per Due, ed è ancor meno un caso che tale scelta di palinsesto frutti regolarmente al canale televisivo di proprietà Mediaset ascolti superiori al doppio della media di rete, in quello che per tanti è diventato un vero e proprio rito impensabile da sospendere anche solo per un anno. Ad esso fanno poi eco tanti altri casi simili, come Miracolo nella 34ª strada o Mamma ho Perso l’Aereo, titoli forieri di successo di successo di pubblico assicurato per ogni canale tv che decida di trasmetterli durante questo periodo, e volutamente citati con il loro titolo italiano per raccontarne al meglio l’impatto culturale incontrollato che questi hanno avuto nel nostro paese.

Il Natale negli anni duemila, come fosse un contenitore vuoto in cerca del suo perché più profondo, offre terreno fertile per il fiorire storie che, oltre a reinterpretarne lo spirito, arrivano a volte scriverlo ex-novo, ad attribuirne dunque un senso tale che ci permetta di immergercisi dentro, potendolo quindi festeggiare senza porci troppe domande sul perché questo vada fatto, quasi come ci trovassimo all’interno di una meccanismo incontrollabile troppo più grande di noi dotato della capacità di renderci impotenti, costretti a dover sorridere di buon grado mentre le tredicesime mensilità dello stipendio vengono dilapidate in regali non necessari per persone con cui a malapena ci si scambia il saluto durante qualsiasi altro giorno dell’anno. Un terreno fertile che è dunque anche, molto poco romanticamente, propulsore poderoso per il fiorire dell’economia e del commercio, motore di un autobus su cui tanti provano a salire in modo più o meno riuscito, per poterne furbescamente sfruttare l’onda del comunque non scontato ritorno economico. A volte fino alla degenerazione dell’intento originario: si vedano i cinepanettoni nostrani (che quasi meriterebbero un approfondimento a parte, per ciò che hanno offerto alla cultura pop italiana), che ormai di natalizio conservano solo il nome che li caratterizza e la data di uscita al cinema dicembrina, con i riferimenti alle festività natalizie che all’interno delle loro trame si fanno anno dopo anno sempre più labili, di pari passo con il loro successo al botteghino, a picco negli ultimi anni (coincidenza?). Cercare un cinema disimpegnato non significa che il pubblico debba accontentarsi di qualsiasi cosa, no?

Megan Gale, Enzo Salvi, Massimo Boldi, Nino D’Angelo e Christian De Sica

Quel che è certo è che mentre si avvicina l’ora di apparecchiare la tavola e di ritrovarsi faccia a faccia con i propri spettri-da-festività-comandata, anche quest’anno ricercare il senso del Natale nei film natalizi sarà un’attività da cui in tanti non sapranno esimersi, per staccare la spina immergendosi, con consapevolezza, in un vortice di sentimenti che forse non esistono, ma a cui vogliamo credere. E un buon Natale a tutti, qualsiasi sia il significato che vorrete dargli.

Immagine in evidenza: il compianto Sir Richard Attenborough nei panni del Babbo Natale di Miracolo nella 34a strada

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