Le donne a Raqqa indossano l’abaya e il niquab, e così ci vengono mostrate nel primo frame della serie, mentre assistono a un’esecuzione in piazza. Le distinguiamo dagli occhi che fanno luce a fatica nella polvere delle strade. Califfato racconta la radicalizzazione e il terrorismo islamico attraverso il dramma vissuto dalle donne coinvolte nella strategia dell’Isis, dalla Siria all’Europa.

È la storia della pianificazione di un attentato in Svezia che unisce le vite di Fatima e Pervin, costretta a Raqqa dove si è trasferita quando suo marito ha deciso di arruolarsi come combattente. Vuole tornare a casa e si affida all’agente di polizia svedese Fatima, rivelandole in cambio informazioni sul piano terroristico. La trama si sviluppa tra la geografia fisica degli spostamenti e gli spazi costruiti da un capo all’altro del telefono per elaborare la libertà di Pervin. La fotografia della serie è imperfetta e si perde nella velocità della narrazione. Califfato apre a un pezzo di mondo nei confronti del quale siamo noi stessi violenti quando scegliamo di ignorarlo.

Califfato

Abbiamo intervistato Aliette Opheim, che interpreta l’agente Fatima, per conoscere il suo approccio alle tensioni di questa serie. È stata anche un’occasione per confrontarsi sulla disparità di genere, che si esaspera nell’irrazionalità del fondamentalismo, e sul ruolo di Netflix nella discussione dei temi sociali raccontati nei suoi prodotti. Infine abbiamo dato un’occhiata al futuro artistico di Aliette, perché in questo tempo sospeso è importante la certezza che qualcosa di nuovo accadrà.

Quali sono state le sensazioni che hai provato quando hai letto il copione di “Califfato” per la prima volta?

Sono stata coinvolta immediatamente dalla storia, era una trama interessante. Ho sentito una sorta di brivido, a essere sincera, nell’essere parte di un progetto con questo potenziale. Ma che poteva rivelarsi al tempo stesso un disastro. Mi sono detta: d’accordo, qui c’è da essere preparati sotto ogni punto di vista. Se dobbiamo farlo, dobbiamo scommetterci tutto. Ciò che siamo e ciò che abbiamo. E non soltanto gli attori, chiunque fosse impegnato sul set.

Come hai intercettato il progetto? Ne eri già a conoscenza?

Il regista Goran Kapetanovic mi ha cercato, voleva che dessi un’occhiata al copione. All’inizio non ero interessata perché pensavo ci fossero troppe scene girate al telefono e che Fatima fosse solo funzionale a portare avanti la trama, piuttosto che un personaggio interessante da interpretare. Ne abbiamo parlato e, dopo essermi innamorata della storia e di come si sviluppava con i destini dei personaggi che si intrecciavano, ho ricordato a me stessa perché faccio questo lavoro. La mia parte non è importante in sé, lo diventa nell’insieme. E sono felice di aver messo a tacere il mio ego e di essermi messa al servizio della storia. Puoi trasmettere sempre qualcosa, in ogni ruolo. Piccolo o grande che sia. Scene al telefono o no.

Hai imparato a fare qualcosa per la prima volta per interpretare il tuo ruolo?

Sì, ho imparato molto su come lavora la Polizia svedese. Anche se la nostra storia era una fiction, dovevamo farla sembrare autentica. Ho imparato alcuni termini che usano gli agenti, a maneggiare una pistola e cose del genere. Ho anche appreso molto sulle dinamiche che stanno dietro al fenomeno della radicalizzazione. Ho capito che ci sono gli stessi meccanismi in ogni organizzazione fanatica che sia religiosa o meno.

La serie ha un marcato punto di vista femminile? Questo l’ha influenzata secondo te?

Non ci ho pensato leggendo il copione all’inizio. E non posso dire che sia stata una cosa che mi ha influenzato mentre giravamo, o qualcosa su cui ci siamo confrontati sul set. Ma dopo, riguardando la serie, pensandoci, sì. Penso sia stata una mossa brillante degli sceneggiatori. La prospettiva femminile, in questo caso, è un modo interessante per entrare in un mondo chiuso e dominato dagli uomini. Se la storia fosse stata raccontata dal punto di vista maschile, non avrebbe fatto lo stesso effetto. Poi mi piace il modo in cui questi personaggi si riflettono. Sulle sta facendo lo stesso viaggio che Pervin aveva fatto due anni prima, verso una realtà da cui adesso vuole scappare. E Fatima sarebbe potuta finire ovunque se non fosse stato per l’assistente sociale Dolores che l’ha ripresa al momento giusto. Gli anni dell’adolescenza sono delicati, possono portarti ovunque. Dov’è Sulle ora.

C’era un rituale quotidiano che facevi prima di andare sul set a interpretare Fatima?

È divertente tu me l’abbia chiesto. Io penso siano importanti i rituali. Non voglio essere specifica riguardo ai miei, perché penso non sia il caso [ride, ndr]. Abbiamo rituali che sono diventati routine di ogni giorno, e che non consideri più rituali in sé. Ma alcuni sono più sacri. E recitando credo siano diversi ogni volta. Alcuni ruoli richiedono ispirazioni, altri ti calzano a pennello. Forse la riuscita di un personaggio passa attraverso una cintura stretta, un cappotto, o la sensazione di stare bene nei jeans? O magari succede quando mi stiro i capelli? Allora il rituale diventa questo, vestirmi o truccarmi.

Credi di aver “sparso” un po’ di Aliette in Fatima?

Ci sono molte versioni di Aliette [ride, ndr]. Quindi sì, probabilmente alcune di loro.

Come avete accolto il successo di “Califfato” su Netflix?

È stato pazzesco, senza dubbio, aver raggiunto e toccato tante persone nel mondo.  In Svezia è stato un successo, così speravo raggiungesse lo stesso pubblico altrove. Ma non ci aspettavamo questo. Siamo stati sopraffatti dall’affetto su Instagram e sui social. E questo mi fa sorridere il cuore.

Califfato è anche un’occasione per riflettere sulla condizione femminile. Che tipo di messaggi speri di aver diffuso col tuo personaggio?

La “condizione femminile” è un concetto molto ampio. Ma sì, i nostri corpi, le nostre storie, la nostra mente sono state mutilate, letteralmente o metaforicamente parlando, per centinaia di anni. Molte donne, soprattutto nel moderno mondo orientale, non sono consapevoli di quale sia il loro vero potenziale e di cosa significhi vivere per davvero come una donna libera. Inclusa me, io sto facendo il mio viaggio e sto imparando a esserlo. Vorrei dire che la “condizione femminile” oggi sia un’inondazione di fuoco, desiderio di spazio e la creazione di nuovi muri. Molte donne coraggiose stanno lottando per noi nella storia, e io sarò per sempre grata a loro. Però io non interpreto un ruolo, sperando di dare un messaggio.

Gli spettatori potrebbero essere influenzati dai personaggi, ma io non ci ho mai pensato quando lo interpreto. O a posteriori. Anche perché, come potrei saperlo? Dipende da chi guarda Fatima. Da quale prospettiva lo fa. Dipende tutto dallo spettatore. Io faccio quello che mi chiede il copione, la maggior parte delle volte. Altre invece non è buono abbastanza e lo cambio per renderlo migliore, oppure mando tutto al diavolo. Da attrice, non voglio ulteriori responsabilità rispetto a quelle che ho col mio lavoro. Questa è la mia libertà ed è ciò che do in cambio alle donne che lottano anche per me. Personalmente, credo che Fatima sia un po’ fastidiosa.

Quando ho visto te e Pervin sul set ho percepito una sorta di ambiente protetto fra voi, nonostante la tensione della storia. Ti sei sentita al sicuro lavorando con Gizem Erdogan?

È una bellissima domanda, grazie. Mi sono sentita al sicuro lavorando con lei. Ci siamo prese cura l’una dell’altra e della storia.  È accaduto sin dal primo giorno in cui abbiamo girato insieme, come se avessimo stretto un tacito accordo fra noi senza che nessuno lo forzasse, o ce l’avesse chiesto. Emergeva in ogni occasione fossimo insieme. Ci conoscevamo già da tempo, ma dopo questa esperienza lavorativa, Gizem è diventata un’amica vicina. Una di quelle con cui vuoi crescere e con cui speri di lavorare ancora insieme. So per certo che abbiamo imparato molto l’una dall’altra.

E per quanto riguarda le luci, gli odori e gli altri dettagli sul set? Qual è stata la sensazione migliore che hai provato girato in due parti del mondo diverse, sia in senso geografico che culturale?

Ogni cosa ha un impatto su di noi. So che per Gizem Erdogan e Amed Bozen (che interpreta suo marito nella serie) è stato d’ispirazione lavorare in Giordania. Nel Medio Oriente. Penso fosse cruciale per le loro performance stare in quell’ambiente, per percepire tutti gli odori e le sensazioni che sarebbe stato impossibile riprodurre su un set in Svezia. Era fondamentale per ricreare il mondo vero della serie. Anche per me è stato incredibile andarci, non ero mai stata in Medio Oriente prima di allora ed è stata una bellissima esperienza. La gente è stata molto accogliente. Il cibo era straordinario, forse era già questo il meglio? Sì, l’hummus a tarda notte e l’hookahs, tra le risate e le storie da raccontare, lo sono. Sono ricordi pazzeschi.

Qual è il ruolo sociale di un prodotto di Netflix oggi, secondo te? E su cosa dovrebbe porre l’attenzione  lo spettatore dopo aver guardato Califfato?

Netflix è una piattaforma di streaming e gioca un ruolo importante nel mercato dei contenuti. Il contenuto è una cosa importante di questi tempi. Apprezzo Netflix, io stessa guardo vecchi film, serie tv, c’è davvero tanto lì sopra. Sono felice la gente abbia scelto Califfato in quel suo “rumore”. Sarei un predicatore se dicessi cosa mi aspetto la gente percepisca dalla serie, non spetta a me dirlo. Però se lo chiedessi alla mia famiglia, ti direbbe che sono proprio così [ride, ndr]. Tornando serie, io penso che qualsiasi cosa facciamo sia da rielaborarla in autonomia. Perché le nostre realtà sono diverse.

Io spero che Califfato vi abbia toccato in un modo o nell’altro, vi abbia dato nuove prospettive. Mi auguro vi abbia emozionato e ispirato. Spero vi abbia reso tristi, o magari arrabbiati. Voglio pensare che Califfato vi abbia reso più buoni di prima. Ho sentito da qualche parte che se diventi migliore di prima, una persona entra nella tua vita e tu capirai di essere stato amato. Ho pensato fosse bello farlo valere anche per l’arte e per i film.

Quali sono i tuoi piani per il futuro?

Al momento sto girando in Islanda. Mi sento privilegiata a essere qui a lavorare in questo momento, è una benedizione. Tutto è così incerto nel nostro settore, ora più che mai. Non so quindi cosa succederà. Ho alcuni progetti in cantiere a cui vorrei tanto dedicarmi, ma è come se fosse un po’ tutto perso per ora. Ma arriverà il momento, in un modo o nell’altro. A luglio finisco il mio lavoro in Islanda e anche se amo questa isola dal profondo del mio cuore, desidero quella magica estate svedese.


ENGLISH VERSION:

What were the feelings that first came to you when you read the script? 

I was immediately engaged in the story, it was a great plot. I felt a certain thrill, to be honest, in getting involved in something that had such great potential but could also end up like a disaster. I was like, OK, this needs to be well crafted in every department. IF we are going to do this, we need to put it all in there. All that we are and all that we’ve got. Not just the actors, everyone.

How did the script come to you? Was it something that was out there that you knew about, that you fought for? 

The director Goran Kapetanovic reached out to me and wanted me to take a look at it. At first I wasn’t that interested because I thought that it was too much telephone scenes and Fatima was more of a function pushing the plot forward than an interesting character to dive into, at first. But then, we discussed it, and since I fell in love with the story and how it all was going to play out and how the destiny of these people was going to intertwine, I reminded myself about why I do what I do. My part is not important by itself. It is the whole. And I’m very glad I shut up my ego and served the story. And you can ALWAYS do something with ANY role. Big or small. Telephone scenes or not.

Did you learn something for the role for the first time? 

Yes I learned a lot about the Swedish Security Police and how they work. Even though our story is fictional we needed it to feel authentic. I learned certain terms that they use and how to handle a gun and stuff like that. I also learned a lot about the mechanism behind the processes of radicalization. I realized that it is the same course of actions as in any type of cult-like organizations whether it is religious or not.

One thing I really want to talk about is that the series has a strong female point of view. Did that impact the series for you? 

I didn’t think about it reading the scripts at first. And I can’t say that it was something that effected me shooting it or that we were even talking about it on set. But afterwards, watching it, reflecting on it –  yes. I think it is a smart move from the creators. The female perspective, in this case, is an interesting entrance to this very closed and male dominated world. To tell this story from the male point of view wouldn’t have been as effective. I also like how these characters mirror each other. Sulle is doing the same journey as Pervin did a couple of years ago, toward a reality that Pervin now wants to escape. And Fatima could’ve ended up wherever if it weren’t for the social worker Dolores picking her up at the right time; those very sensitive and delicate teenage years where it can take off in any direction. Where Sulle is now.

Was there any daily ritual that you did before you got on set to play Fatima? 

Funny that you ask. I think it is important with rituals. I dont want to be specific about mine because I think it is best not to talk about certain things. But generally speaking, we have been doing rituals since the beginning of time. We also have rituals that have become more like daily routines that you dont even regard as rituals anymore. But some rituals are more sacred. And with acting I think it is different every time. Some roles might require almost an invocation and some might come to you through costume. Maybe the character comes through the tight belt, the presence of a coat, the sensation of her jeans? Maybe it is when the blow dryer straightening my hair? Then the ritual becomes that – getting dressed or going into makeup.

6) Do you think you were shedding Aliette, playing Fatima? 

There are a lot versions of Aliette haha, so yes, maybe some of them.

How does it feel that the show has been a success on Netflix? 

It feels amazing, of course. To have reached out and touched people around the world. It was a huge success back home in Sweden so I was hoping that it would find its audience abroad as well but we couldnt have imagined this. We get overwhelmed with love on instagram and other social media platforms and that brings a big smile to my heart.

Caliphate is also a way to wonder about the female condition. What kind of message do you think you spread with your character?

The ”female condition” is a very wide concept. Not sure about what it means. But yes, our bodies, our stories and our psyche has been mutilated, literally and metaphorically speaking, for hundreds of years. Most women, and especially in the modern western world, are not even aware about the true powers of the female psyche and how it feels to really live, like really LIVE, as a free woman. Including myself, I am on my journey, learning and unlearning. I would say that the ”female condition” right now is a flood of fire, craving space and creating new walls. A lot of brave women has fought for us throughout history and for that I am forever grateful. But I dont go into a character or a story and try to send out a message. People might be influenced one way or another by fictional characters but I have not thought about that, ever, when I have played a role. Or afterwards. And also, how would I know? It depends on who is looking at her. From what lense. It is all about who the receiver is. I just do what the script tells me to do. Most of the time… sometimes the script is not good enough and then I change it or fuck it up a bit to make it better. Always be true to what the situation forces my character to do. As an actress, I dont want any other responsibility than that. That is my freedom. That is what I give back to those women who fought for me. And personally, I think Fatima is kind of annoying.

When I see you and Pervin on set I feel a sort of safer environment between you, despite the stress of the story. Did you feel “felling protected” working with Gizem Erdogan? 

It is a beautiful question, thank you. I do feel protected working with her. We cared for one another and one anothers performance and story. It happened on our first day of shooting together, it was like a silent agreement happening between us without us forcing it or even putting words to it. It emerged from the given situation we were in. A silent pact – we are doing this together. We have known each other for some time but through this work she has become a close friend of mine. One I want to continue to grow with and hopefully we will work together again in the future. I know we both learn from each other. 

And what about the lights, the flavours and all the other details of the set? What was the best thing you felt acting in two different part of the world, both in a cultural and physical sense? 

All those things has a huge impact on you. I know that for Gizem Erdogan and Amed Bozan (Pervins husband Husam) it was really inspiring to shoot in Jordan. In the Middle East. I think it was crucial for their performances to be in that environment. To perceive all those smells and other sensations, that could never be created in a studio in Sweden, it really helped the actors to step into the imaginery world and live in the world of the story. For me it was very cool to go there too. I have never been to the Middle East before and it was an amazing experience. The people were very generous and friendly. Extraordinary good food as well, maybe that was the best? Yes, the late night hummus and hookahs, laughing and telling stories. Those are beautiful memories. The filmmaking process is basically the same everywhere in the world. A bit different of course but the same family and same kind of people. Slightly different tempo.. haha.

What was the social role of a Netflix show today, in your opinion? And what do the audience need to understand after watching Caliphate, in particular? 

The social role of a Netflix series, I am not sure I understand what you mean but I will give it a try. Netflix is a wide streaming service and they play a big part in the market of content. That seems to be an important thing these days, content. I love Netflix and I have it myself and I enjoy watching both older movies and new TV-series on Netflix but there is so much on there. Sometimes I browse through the content for twenty, thirty minutes and there is just too much so I end up not watching anything..haha. I am happy that Caliphate pierced through that noise and people actually choose to watch our series. It is amazing. I am not the one to tell the audience what they need to understand. I would’ve become a preacher if I wanted to tell you what you should think. Even though, if you ask my family, they would tell you that that is exactly what I am..haha.. I just have a better judgment not to do it publicly..haha. But seriously, I think everything we see, experience and sense is for you to make it your own. Because our realities are so different. I hope Caliphate has touched you in some way or another. I hope it brought you new perspectives. I hope it knocked you down. I hope it inspired you. I hope it made you sad. Or even angry. I hope Caliphate made you softer than you were before. I heard somewhere, that if you are softer than before a persons entrance in your life, you know you have been loved. I thought that was beautiful. Maybe that goes with movies and art too.

What about your future plans?

Right now I am on Iceland shooting. I feel very happy and priviliged to have work and to be here in these times. It is a huge blessing. Everything is very uncertain in our business as it is and even more now so I don’t know what I will do next. I have some projects that I am discussing and that I really want to do but everyhting is a bit lose for now. But it will work out some way or another. I will be done with this in July and even though I love this island from the depths of my being I long for that magical swedish summer.

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