Il suo volto è associato da molti al giovane criminale Lele Marchilli di Suburra, la serie italiana che ha coinvolto e appassionato il pubblico internazionale portando sullo schermo le efferate vicende della Roma malavitosa: stiamo parlando dell’attore italo-francese Eduardo Valdarnini.

Ha iniziato per curiosità. Ha recitato in vari film, cortometraggi, e nella serie tv Roles. Nel 2015 si è diplomato presso la Scuola d’arte cinematografica Gian Maria Volontè, continuando a lavorare nel mondo del cinema e a partecipare ad alcuni cortometraggi. Poi, il vero e proprio debutto. Dal momento in cui è stato scelto per essere uno dei tre protagonisti di Suburra il suo talento non ha tardato a conquistare il pubblico: Eduardo è già stimato come una grande promessa del cinema italiano.

Ciao Eduardo. Negli ultimi anni hai ottenuto un grande successo interpretando il giovane criminale Lele in Suburra, la serie. Quali aspetti del tuo carattere ti hanno permesso di identificarti più facilmente con Lele, e per quali altri aspetti, invece, hai trovato più faticoso entrare nelle vesti di questo personaggio?

L’ambizione probabilmente è la caratteristica che più mi accomuna al personaggio di Lele. Al contrario, non mi ritrovo affatto nella sua ambiguità, sofisticata ed affascinante ma alla fine dei conti distruttiva.

Nel corso delle due stagioni di Suburra la figura di Lele è indissolubilmente legata a quella di suo padre. È proprio il padre a determinare molte delle sue scelte e a forgiare la sua persona, anche in absentia. Tu cosa ne pensi del rapporto tra padri e figli nella società di oggi, dove sembra che per i giovani si siano dissolti molti punti di riferimento?

Le figure genitoriali in genere ricoprono un ruolo delicatissimo perché devono conciliare, rappresentare e trasmettere valori spesso in conflitto tra loro. Riuscire ad essere “teneramente autoritari” o “autorevolmente teneri”, un vero e proprio ossimoro, credo sia la chiave per essere un buon padre o una buona madre. Ma nella società “fluida” in cui ci troviamo, perseguire questo scopo, riuscire nella missione educativa assecondando questo binomio antitetico, appare sempre più complicato tanto per i figli quanto per gli stessi genitori.

In quale momento della tua vita hai capito di voler diventare un attore?

Mi è capitato per caso a diciannove anni aiutando una mia amica in un suo progetto accademico. La cosa mi è piaciuta, mi hanno spronato ad andare avanti. Così ho fatto, ho partecipato a progetti qua e là per diverso tempo, ho frequentato una scuola di cinema e ho continuato a lavorare in questo mondo. Ho avuto quindi la fortuna, piano piano, di poter fare della recitazione il mio mestiere. Almeno fino a oggi. Non saprei dire quando l’ho capito. So solo che il set, nonostante la confusione e lo stress e quant’altro, mi fa sentire davvero a mio agio. 

Quali letture hanno segnato in particolar modo gli anni della tua formazione, e perché?

Al liceo I miserabili di Hugo e Uno, nessuno e centomila di Pirandello. Nel periodo dell’università La luna e i falò di Pavese e il saggio La metropoli e la vita dello spirito di Simmel. Durante la scuola di recitazione Cecità di Saramago.

Sei cresciuto a Roma ma ora vivi in Francia, il tuo paese di origine. In futuro ti vedremo nel cinema francese?

Lo spero! Mi sto attivando anche qui perché sia presto realtà. Ma come tutte le belle cose, ci vuole tanta pazienza, tanta volontà… e un bel po’ di fortuna!

Fotografia di copertina ©Virgile Delahousse

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