di Giorgia Sdei e Riccardo Careddu

Si chiama Carlo Andriani, ed è un giovane volto della critica cinematografica. Sorridente e divertente, con il suo blog “Piece of me” ha portato freschezza e colore nel mondo dell’analisi filmica.

Classe ’88, Carlo Andriani nasce a Roma, e dopo una laurea in Scienze Politiche prende la via del giornalismo. Divenuto giornalista pubblicista, inizia a scrivere recensione e articoli di approfondimento per varie testate giornalistiche. Cannes, Berlino, Venezia, Torino, Roma e Giffoni; Andriani partecipa dal 2011 a tutti i più grandi festival italiani e internazionali di cinema. La sua professionalità lo ha portato ad intervistare celebrità come Emma Stone, Robert Downey Jr., Tim Burton, Russel Crowe, Ryan Gosling e Hugh Laurie.

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Il giornalista romano descrive la propria vita come “segnata da un amore incondizionato per la settima arte, e cresciuto a pane e cinema”. Sul proprio profilo Instagram, dove porta avanti la rubrica #LiveConCarlo, conta 16k followers. Carlo Andriani è riuscito a coniugare diverse figure del momento, dall’influencer allo Youtuber fino critico/giornalista. Noi abbiamo avuto il piacere di intervistarlo, e di fargli qualche domanda sul proprio lavoro e il mondo del cinema.

Intervista a Carlo Andriani: Quando parli di un film, parti da uno schema di analisi (ad esempio fotografia, regia, recitazione…) o dici spontaneamente quello che ti viene in mente?

Tendo a tracciare uno schema parziale degli aspetti fondamentali di un film. Ma non amo le recensioni didascaliche impostate più per “fare scena” tra colleghi che per raccontare la bellezza di un’opera.
Credo che un articolo o una video-recensione debbano parlare a tutti.
Un pizzico di spontaneità e di simpatia è il segreto per rendere ogni contenuto più godibile e interessante.

Come critico, pensi che manchi qualcosa al cinema attuale – nazionale e internazionale? Una verve che in passato caratterizzava i film…

Credo che al cinema attuale manchino due qualità indispensabili per realizzare dei grandi film: il rischio e la fantasia.
Negli anni Ottanta i registi erano liberi di raccontare storie ai confini della realtà e di fondere generi diversi come l’horror e la commedia o il dramma e la fantascienza. Oggi ci limitiamo a celebrare il passato senza costruire un futuro cinematografico con la stessa libertà e passione.

Se pensi al cinema italiano degli ultimi anni e lo paragoni alla produzione internazionale (americana e inglese, ad esempio), secondo te ci sono delle differenze abissali di contenuti, forma e regia? O esiste una netta distinzione estetica, quindi non una mancanza del nostro cinema ma una differenza stilistica?

Sicuramente l’entertainment internazionale è più improntato sulla spettacolarità. Del resto in Italia non abbiamo i budget mastodontici dei blockbuster americani. Ma le due forme di arte restano diverse.
Il cinema americano è sinonimo di divertimento e azione mentre il cinema italiano di realismo e dramma.
Entrambe le tipologie di entertainment hanno dei pro e dei contro perché se gli action americani risultano spesso poveri di contenuti, i film italiani si prendono troppo sul serio oppure scivolano nel trash. Negli ultimi anni però registi come Paolo Sorrentino, Matteo Garrone e Stefano Sollima hanno realizzato grandi opere con budget stellari in Italia e oltreoceano.

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Qual è stato il film o i film che ti hanno aperto al mondo del cinema, alla passione per le immagini in movimento e alla critica?

Ho sempre amato il cinema. Una passione che mi ha trasmesso la mia famiglia instillandomi l’abitudine di vedere un film diverso ogni sera.
Da piccolo sfogliavo giornali di cinema, scrivevo commenti sui forum e costringevo amici e parenti ad accompagnarmi a vedere gli ultimi film usciti.
Una passione viscerale che conservo ancora oggi perché non esiste per me serata migliore di un bel film sul divano con le persone care.
La prima opera che mi ha regalato la cosiddetta “pelle d’oca” è Edward mani di forbice di Tim Burton. Sono rimasto folgorato dalla malinconica sequenza in cui Winona Ryder balla sotto la neve sulle note di Danny Elfman.

Come pensi abbia influito il lockdown sul mondo del cinema, in particolare delle produzioni e delle storie da raccontare?

Il coronavirus ha influito su tutti noi togliendoci la libertà di vivere serenamente. È una delle più grandi tragedie del secolo e probabilmente dovremo convivere con le sue difficili conseguenze per ancora molto tempo.
La pandemia ha inoltre causato enormi danni economici nel settore cinematografico. Innumerevoli registi, autori e produttori hanno investito passione e risorse per realizzare film che non vedremo mai in sala. Fortunatamente esistono le piattaforme di streaming legale ma l’emozione del cinema non ha eguali. Non appena le produzioni avranno modo di ripartire, il coronavirus sarà uno degli argomenti caldi dell’entertanment internazionale per tutta la prossima decade.

Credi che in Italia si possa osare di più?

Credo si debba osare di più in generale. Il cinema mondiale è ossessionato dalle logiche del box office. Una preoccupazione che trascende nella fastidiosa riproposizione di tutti quei cliché che funzionano al botteghino.
Ma fortunatamente nell’ultima decade siamo passati dai cine-panettoni ai cult indie capaci di raccontare con intelligenza la nostra quotidianità.
Non siamo ancora tornati ai gloriosi tempi di Federico Fellini, Roberto Rossellini e Vittorio De Sica ma siamo sulla giusta strada…

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Infine, quali sono secondo te i 10 film che ogni persona dovrebbe assolutamente vedere?

Dieci film sono decisamente troppo pochi. Ma senza citare i soliti cult proposti dai critici, queste opere sono molto importanti per me:

Edward mani di forbice: un trionfo di poesia, fantasia e malinconia;
Moulin Rouge: il musical dei sogni con una Nicole Kidman da Oscar;
Scream: il thriller-horror ricco di citazioni cinefile e ironia;
La La Land: l’ultimo film che ho amato alla follia;
Inside Out: un film di animazione che ci insegna l’importanza di tutte le emozioni, inclusa la tristezza;
Spider-Man (di Sam Raimi): il cinecomics perfetto (a differenza degli inutili reboot);
Titanic: un kolossal che ha scritto la storia del cinema;
Schindler’s List: una tragica pagina di storia raccontata dal più grande dei registi, Steven Spielberg;
Mulholland Drive: un capolavoro onirico realizzato da David Lynch, uno dei miei registi preferiti;
Forrest Gump: più che un film, un’epopea dolce e imprevedibile come una scatola di cioccolatini.

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