A volte i numeri sanno essere impietosi. Al di fuori da ogni annacquata retorica, riescono a porre con fermezza l’attenzione su evidenze che altrimenti, specie tra gli addetti ai lavori, si avrebbe troppo spesso la tentazione di ignorare o minimizzare, seguendo alla lettera l’antico adagio di fare buon viso a cattivo gioco.

Adagio che diventa davvero difficile da perseguire quando i numeri, incontestabili per natura, raccontano di un vero e proprio crollo di un’industria, quella dell’Italia cinematografica, già da molto tempo definita un po’ovunque come “in crisi”. Sparare sulla Croce Rossa, insomma.

Ma cosa dicono i numeri? È presto detto: rispetto all’anno precedente, nel 2017 si è evidenziato un calo di presenze in sala per i film italiani pari al 46,35% del totale, con un incasso che, sempre rispetto al 2016, ha registrato un ammanco di ben 89 milioni di euro. Numeri che parlano di un vero e proprio tracollo, e che si inseriscono all’interno di una congiuntura che, a onor del vero, racconta di un malanno più generale del cinema in Italia, che, integrando anche i risultati raggiunti dai film di produzione straniera, va a mostrare un calo globale di presenze in sala pari al -12,38% rispetto all’anno precedente.

“L’ora legale”, con la sua satira leggera e d’intrattenimento, è stato il film italiano più visto l’anno scorso. Fonte: popcorntv

Nonostante il calo generale degli incassi anche per i film di produzione estera, non si può però ignorare la netta discrepanza di risultati tra i film stranieri e quelli italiani, che parla di un divario di ricavi non riscontrabile in nessun altro paese europeo. Per fare qualche esempio che possa permettere di inquadrare meglio la questione, in Italia solo il 18% delle presenze totali in sala è stato da attribuire alla visione di film italiani, una percentuale di affezione al cinema patriottico che in Germania sale al 25% e in Francia arriva fino al 37%. Insomma, oltre che ad un generico rifiuto della sala cinematografica, siamo alle prese con l’ennesima dimostrazione che gli italiani stanno attraversando una fase di sistematica disaffezione soprattutto per il vituperato cinema di produzione nazionale.

Una negatività persistente in qualsiasi modo si provi a leggere i dati, gli stessi dati che però è anche giusto contestualizzare nel periodo a cui si riferiscono: il 2016, infatti, è passato in cavalleria come uno degli anni di maggior successo per il cinema italiano da molto tempo a questa parte, grazie, in particolare, ai successi straripanti di “Quo Vado” del Re Mida degli italici botteghini Checco Zalone, e di “Perfetti Sconosciuti” di Paolo Genovese, che insieme hanno contribuito per poco meno della metà delle presenze totali per i film italiani in sala due anni fa. Uno scenario difficilmente ripetibile ogni anno, e che ha inciso nel far risaltare con ancora meno clemenza i numeri del 2017 appena trascorso, che ha visto nei soli “L’ora legale” di Ficarra e Picone e “Mister Felicità” di Alessandro Siani gli unici due film italiani capace di sfondare (seppur di poco) il muro dei dieci milioni di euro di incasso. Ma, pur ampliando il raggio statistico, l’anno appena trascorso continua comunque a sfigurare, risultando di poco migliore solo rispetto al terribile 2014, che continua a conservare, chissà ancora per quanto, il poco invidiabile primato di anno peggiore per il cinema italiano.

“Quo Vado” di Checco Zalone ha rappresentato l’ultimo vero exploit del cinema italiano. Fonte: leggo.it

Dunque, sembra pacifico ammettere l’esistenza di un problema. Ma da cosa deriva questa disaffezione degli italiani verso il cinema, e più nello specifico quello del belpaese? La risposta è ovviamente lontana dall’essere riassumibile in poche e chiare motivazioni, essendo il frutto di una serie di contingenze su cui sarebbe possibile discutere a lungo senza la certezza di trovare un univoco punto di vista. Di certo, le giustificazioni fornite dall’ANICA (l’associazione che rappresenta l’industria dell’audiovisivo in Italia), nella persona del suo presidente nonché ex sindaco di Roma Francesco Rutelli, possono aiutare a capire quale sia il punto di vista di chi muove i fili del mercato, avendo dunque la possibilità concreta di invertire una rotta che pare segnata. Rutelli, intervenuto nella conferenza stampa di presentazione dei dati annuali, ha attribuito un peso decisivo di questo calo alle nuove piattaforme e più generalmente all’internet tutto, reo, a suo dire, di offrire al pubblico troppe alternative ben più comode di una serata in un luogo angusto come una sala cinematografica (enfatizzazione del ragionamento gentilmente offerta da noi, per caricaturizzare un ragionamento che pare fin troppo assolutorio). Infine, immancabile, Rutelli ha prestato in fianco nel menzionare la necessità di una non meglio specificata lotta alla pirateria, in una battaglia che evidentemente pare (toh, chi lo avrebbe mai detto) davvero, davvero dura a vincersi.

Ciò che Rutelli non ha fatto, durante la conferenza, è stato concentrarsi sulla materia prima, su ciò che effettivamente spinge uno spettatore ad andare al cinema, a pagare un biglietto: strano a dirsi, ma mai, nella conferenza, si è parlato di film. Della loro qualità, della loro struttura, dei loro interpreti. Troppo facile fare i conti senza l’oste, dare la colpa dei propri fallimenti a fattori esterni e realisticamente fuori dal proprio controllo, per continuare a crogiolarsi dietro a falsi successi: “Il primo giorno dell’anno del 2018 ben 32 milioni di italiani hanno visto un film in televisione”, dice Rutelli pavoneggiandosi. Ma chissà quanti di quei 32 milioni saprebbero anche solo raccontare una scena del film che hanno “visto”, tra un panettone e una partita a tombola. Come se il tenere il televisore acceso in un giorno di festa fosse paragonabile all’esperienza del cinema. Tutto inserito in uno stesso pericolosissimo calderone, gravemente imbastito da chi dovrebbe essere il primo a fare tutte le dovute distinzioni del caso, per contribuire scientemente e in maniera attiva al miglioramento della situazione.

Non avendone parlato Rutelli, proviamo un momento noi a parlare dei film italiani. Lungi da noi voler lasciarci andare dietro a stroncature collettive e in fin dai conti ingenerose, che pur verrebbero facili a farsi, discepoli quali siamo della dottrina del troppo italiano di Boris, che, tra il serio e il faceto, consiglieremmo a Rutelli di guardare per farsi un’idea più precisa dei problemi dell’industria cinematografica italiana. Boutade a parte, non si può pensare che affrontare sempre gli stessi temi, affidarsi sempre agli stessi volti rassicuranti (?) e alle stesse strutture narrative non possa non avere un riscontro nei dati finali ai botteghini. In un mercato in cui perfino gli iconici cinepanettoni hanno avuto la necessità di doversi reinventare per continuare a poter stare sul mercato (ma non ditelo a Massimo Boldi, lui ancora non se n’è accorto), le commedie buone “per tutto l’anno” sono ancora lì, a rincorrersi pigre dietro i soliti ciclici argomenti, dall’amore ai tempi dei social fino alle sempreverdi strane coppie per poi passare alle immancabili commedie degli equivoci. Un cinema rapido e rassicurante per i mitologici produttori dell’audiovisivo, ma che spinge, guarda un po’, sempre meno persone a spendere tempo e denaro per guardarlo in sala, come in teoria si converrebbe per ogni film ben fatto. Inutile a dirsi che in un panorama di generica desolazione le eccezioni non mancano di certo, grazie ad una nuova leva di autori e registi che, tra mille difficoltà, sta provando a farsi spazio con discreti risultati, ma che per ora non riesce ancora ad impattare in modo decisivo su una palude ancora troppo più grande di loro.

Ventate di aria fresca come la trilogia di “Smetto quando voglio” restano ancora l’eccezione alla regola. Fonte: ilpost

Insomma, una crisi nella crisi che non può di certo essere spiegata con le solite accuse verso quelle entità liquide e inafferrabili verso cui viene troppo spesso facile sparare a zero, ma che va inserita in un’ottica complessa in cui coesistono attivamente almeno tre diversi livelli di responsabilità, che si intrecciano inevitabilmente l’uno con l’altro in modo continuo:

• Gli esercenti e le sale, inclini troppo spesso al piangersi addosso senza studiare contromosse promozionali in linea con la situazione economica e sociale con cui devono interfacciarsi, potrebbero forse comprendere meglio che per un giovane senza un proprio reddito dover spendere otto o nove euro per guardare un film molto spesso costituiscono un freno decisivo a qualsiasi iniziativa. Solo ultimamente qualcosa si sta muovendo in tal senso, grazie ad alcune promozioni ad hoc che accorrono in favore di quella categoria di pubblico che affronta con più difficoltà l’andare al cinema, ma che allo stesso tempo può contribuire nel modo più sferzante a sancire il successo o l’insuccesso di una pellicola, grazie alla naturale tendenza al passaparola e alla costruzione di un hype che è una potenziale miniera d’oro per ogni creatore di contenuti artistici, e che i social contribuiscono ulteriormente a incanalare verso potenzialità ancora non del tutto esplorate;

La materia prima, i film. Limitando il discorso al cinema italiano, una variegazione dell’offerta parrebbe necessaria, per evitare la produzione di film che, complice anche il voler fare affidamento quasi sempre alle stesse facce, paiono, ad occhi poco attenti, l’uno il remake dell’altro, e che quasi mai offrono soluzioni narrative che possano essere considerate anche solo lontanamente originali. Il risultato di questa sfortunata alchimia sono film che vengono dimenticati in fretta una volta usciti dalla sala, che non stimolano il dibattito, e che iniziano ad essere piazzati con difficoltà anche in quella televisione che una volta li accoglieva con più facilità ma che ora ha a disposizione alternative estere molto spesso migliori sotto ogni aspetto;

• Il pubblico. Inutile dare sempre la colpa a qualcos’altro. Non sta a noi dire se sia vero che ogni pubblico ha il cinema che si merita, ma la pigrizia che affligge il nostro paese è tangibile sotto diversi aspetti, e si proietta alle questioni cinematografiche con la constatazione che sempre meno italiani abbiano voglia di inserire nelle loro agende uno spazio dedicato all’arricchimento (parola fin troppo generica, come generica è una riflessione del genere) personale, in un contesto in cui la riflessione lascia troppo spesso spazio alla ricerca di quel puro intrattenimento senza pretese rintracciabile gratuitamente in qualsiasi antro del web. Quasi a dare ragione alle digressioni, tremendamente parziali ma comunque a loro modo portatrici di una buona fetta di verità, di Rutelli.

La difficoltà degli italiani di centellinare e dare valore all’intrattenimento di cui chiunque ha bisogno crea quel distacco dal cinema a cui si sta assistendo in questi anni, e allo stesso tempo spiega bene il solo apparente paradosso della crescita del settore degli “eventi cinematografici”. Parliamo di quei film, documentari o spettacoli che restano nelle sale per pochissimi giorni, solitamente due o tre, e che offrono allo spettatore la sensazione di vivere un evento esclusivo che vada al di là del prodotto in sé. I 96 eventi portati nelle sale lo scorso anno hanno registrato più di un milione e mezzo di presenze, unico dato in forte ascesa rispetto all’anno precedente, e che racconta probabilmente meglio di qualunque altra cosa il cambiamento dell’approccio degli italiani verso la sala, vista sempre di più come attività extra-ordinaria e pertanto meritevole di essere frequentata solo in caso di qualcosa di davvero diverso ed esclusivo, al riparo da quell’aurea mediocritas da cui sempre più persone scelgono di allontanarsi.

La restaurazione di grandi classici, fino ad eventi artistici e concerti dal vivo, offre la possibilità di vivere il cinema in un modo nuovo rispetto al passato. Fonte: film.it

Uno scenario di stagnazione che potrebbe essere a breve quantomeno scosso da una riforma ad ampio raggio voluta dal ministro dei beni e delle attività culturali Dario Franceschini, che, nel tentativo di dare nuova linfa al cinema in Italia, ha approntato una nuova e specifica legge di settore, attesa da molti anni nell’ambiente, che, oltre al vincolo di trasmissione di una percentuale obbligata di opere italiane attraverso i network televisivi italiani che molto ha fatto discutere nei mesi scorsi, prevede l’istituzione di un Fondo Cinema che aumenta i finanziamenti complessivi del settore del 60%, con un occhio di riguardo verso i nuovi autori e verso l’importanza dell’entità-cinema nei tessuti sociali italiani, in un sistema di finanziamenti, incentivi e detrazioni fiscali che si pone l’obiettivo di rinvigorire un settore in difficoltà agendo, almeno nelle premesse, attraverso ogni componente di esso. Vedremo se sarà l’occasione per porre o meno le basi per un’auspicata rinascita, pigrizia generalizzata permettendo.

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