È possibile realizzare un film che piaccia a tutti, ma proprio a tutti? Probabilmente no, ma non facciamolo sapere a Greta Gerwig. Con il suo esordio alla regia “Lady Bird”, infatti, la trentaquattrenne statunitense, già nota al pubblico cinefilo per la sua carriera da attrice e sceneggiatrice in piccoli capolavori come “Frances Ha” e “Mistress America”, è riuscita a far breccia nel cuore di pubblico e critica, ottenendo consensi trasversali e menzioni a non finire, in un vortice di acclamazione concretizzatosi in due Golden Globes e ben cinque nominations ai prossimi premi Oscar, tra cui quella come miglior film dell’anno. Un successo difficilmente preventivabile anche tra gli addetti ai lavori, al punto da costringere la Universal al cambio in corsa della data d’uscita in Italia, inizialmente prevista per la fine di aprile, anticipandola al 1 marzo in modo da poter cavalcare con ancora più impeto l’onda fornita dalla notte più attesa di Hollywood.

Fonte: comingsoon.it

“Lady Bird” è la storia di Christine (una Saoirse Ronan probabilmente arrivata qui alla sua definitiva consacrazione), auto-rinominatasi Lady Bird come totem del suo anticonformismo puramente adolescenziale e forse un po’patetico, e della sua crescita personale al netto dei tanti e inevitabili inciampi offerti dalla vita, all’inseguimento del cliché tutto americano del “sogno dell’ammissione al college”, qui affrontato in chiave piccolo-borghese grazie ad uno zoom abbastanza realistico sulle problematiche economiche (a volte tanto rimarcate da sfiorare il pietismo) di una famiglia monoreddito della west-coast statunitense. Problematiche economiche che fanno da terreno fertile per il manifestarsi di tutti gli spigoli della personalità della protagonista, che provoca, litiga e sbaglia tanto, tanto in famiglia quanto nelle sue relazioni sociali, ma che ha la fortuna di poter contare sempre su qualcuno pronto a comprenderla e a smussare tutti quei tratti in cui risiede il confine tra Lady Bird e la vera Christine. In questa ottica, il desiderio di spostare il proprio sguardo verso l’altrove, lontano da una Sacramento ormai troppo stretta e diventata simbolo di tutte le limitazioni e privazioni a cui Lady Bird ha dovuto sottostare per tutta la vita, costituisce il leit-motiv del racconto, fino ad associare, con didascalica precisione, la destinazione del proprio viaggio alla tanto agognata crescita personale, e, con essa, la presa in carico di quel pacchetto di consapevolezze e responsabilità che restituisce, seppur con ritardo, la giusta dignità al punto di partenza.

Il rapporto fra Lady Bird e la sua migliore amica Julie (Beanie Feldstein) aiuterà la protagonista a crescere Fonte: playbill.com

Col suo film, la Gerwig ricalca in pieno struttura e toni tipici di quel filone coming-to-age che ha visto in “Noi siamo infinito” probabilmente l’esempio più illustre di cinema del diventare grandi, ma lo fa asciugando al minimo indispensabile i sentimentalismi caricaturali, prediligendo invece la ricerca ostinata di una credibilità di fondo dei personaggi e delle loro azioni che sembra molto spesso contemporaneamente pregio e difetto di un film che, specchiato nella sua decantata “sincerità”, pare a volte non riuscire a spiccare del tutto il volo, lasciando la sensazione di un potenziale inespresso che comunque non preclude la concessione ad un finale ben riuscito e che porta a compimento nel modo migliore quanto di positivo la regista è stata capace di costruire durante l’arco narrativo: dribblando ogni rischio di spoiler, ci limitiamo a sottolineare la presenza costante di un filo di malinconia che permea l’intera narrazione, senza mai prevaricarla, aggiungendo piuttosto ad essa quello spessore non sempre ottimamente fornito dai personaggi, in particolar modo quelli secondari, spesso forse un po’troppo caricaturali e “sfruttati” ad uso e consumo del mostrare la crescita della protagonista. Al contrario, la singolare ambientazione al passato prossimo (le vicende si svolgono infatti tra il 2002 e il 2003) permette alla Gerwig di affrontare la storia maneggiandola con originale consapevolezza fino al punto di renderla, in alcuni tratti, quasi una semi-autobiografia, dato che i primi anni del nuovo millennio corrispondono anche a quelli in cui la regista, proprio come la protagonista, varcava la soglia della maggiore età, in un contesto sociale in apparenza simile a quello presente, ma in cui poteva essere ancora normale non avere un telefono cellulare a diciotto anni e in cui le domande di ammissione per le Università più di prestigio della east-coast avevano subito una forte flessione a causa degli strascichi di paura post-11 settembre.

Abbiamo già avuto modo di citare l’interpretazione di Saoirse Ronan, ma non ci stancheremmo mai di farlo: la “bambina di Amabili Resti” ha dimostrato di sapersi caricare senza alcun problema un’intera pellicola sulle proprie spalle, risultando convincente e a suo agio nella parte dall’inizio alla fine. Stessa cosa, d’altronde, si può dire per gli altri interpreti, tra cui spiccano in particolar modo Laurie Metcalf, commovente e perfetta nei panni della mamma della protagonista, e Tracy Letts, che interpreta con inaspettata tenerezza un padre che, nonostante le tante difficoltà (o forse proprio grazie ad esse), si rivela essere la figura maggiormente capace di comprendere e di affiancare Lady Bird nel suo sogno di crescita personale.

Fonte: screenanarchy.com

A conti fatti “Lady Bird” è forse una storia che non vede nell’originalità il suo punto di forza, quanto piuttosto nel tatto con cui la storia stessa ci viene raccontata, grazie al buon lavoro di Greta Gerwig, capace di porre con attenzione ogni personaggio al posto giusto, rendendo ognuno di essi parte fondamentale di un sistema di ingranaggi discretamente oliato capace di apparire migliore di ciò che è probabilmente anche grazie al contesto attuale in cui arriva sugli schermi: a seguito di tutte le polemiche e degli scandali che hanno sporcato la discussione e il piacere del fare e del guardare cinema, un film come “Lady Bird” restituisce al cinema il potere di raccontare storie semplici e positive attraverso l’occhio “puro” di un’esordiente dietro la macchina da presa, che, attraverso il suo sguardo femminile (dettaglio, questo, assolutamente da non sottovalutare per dare una motivazione ulteriore al successo della pellicola in questo preciso momento storico) è riuscita, senza l’abuso di stratagemmi tipici del genere a cui si è accodata, a dotare di potenza espressiva una storia semplice creata a partire da fondamenta appartenenti alla sua stessa, personale, crescita. Un capolavoro? Quasi certamente no. Ma piuttosto l’uso del cinema come riscatto, come viatico, come mezzo. Per raccontare una storia, certo. Ma anche per mostrare a tutti il talento di una trentaquattrenne di Sacramento di cui sicuramente, statuette o non statuette, sentiremo ancora parlare a lungo.