È dalla fine della prima guerra mondiale che il Medio Oriente è divenuto luogo di scontri religiosi, economici, sociali e politici tra arabi ed israeliani. Concluso il conflitto bellico del ’14-’18, tra le macerie ancora fumanti dei campi di battaglia, i vincitori si preparavano, con i dovuti calcoli e i costosi righelli, alla spartizione dei territori medio-orientali. Questi erano un prelibato bottino di guerra per quelle nazioni che facevano del colonialismo imperante la loro migliore arma per ottenere prestigio. Ma tali paesi, vittime del proprio egoismo imperialista, non fecero caso, durante il loro affettamento territoriale, ai conflitti geopolitici e religiosi già presenti da tempo nell’ex impero ottomano, non ottenendo altro che inasprimento di violenze. Fu comunque con la Dichiarazione Belfour del 1917 operata dalla Gran Bretagna che ebbe origine una “Patria nazionale” ebraica in territorio palestinese, sancendo da quel momento l’inizio dei futuri scontri arabo-israeliani.

Se nel 1947 l’ONU si occupò di dividere la Palestina in due differenti stati che ospitassero, con le dovute distanze geografiche, i due popoli, gli scontri, ormai radicati nella coscienza collettiva del popolo, non ebbero di certo fine. Nel 1967 la guerra dei sei giorni, mossa dalle rivendicazioni del presidente egiziano Nassar ai danni di Israele, portò all’ingente perdita di territori da parte araba. La resistenza palestinese si fece dunque più acida; l’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina) si staccò dalla tutela dei regimi ufficiali e si stanziò prima in Giordania, poi in Libano, accaparrandosi gli odi degli stessi leader arabi. Nel 1973 la guerra del Kippur, pur non apportando sostanziali differenze territoriali, non fece altro che acuire gli scontri e le divisioni. Scontri e divisioni che si perpetuarono anche in seguito al riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina da parte dell’ONU, e agli accordi di Oslo del 1993, trattati di pace con cui i due stati riconoscevano le reciproche autonomie e libertà.

I confini geografici tra Israele e Palestina (1948 – 2012). Fonte: treccani.it

Il film L’insulto, diretto da Ziad Doueiri, vincitore della Coppa Volpi alla migliore interpretazione maschile (Kamel El Basha) al Festival di Venezia 2017 e selezionato a rappresentare il Libano ai prossimi Oscar 2018, parla proprio di conflitti resi insanabili da una mancata revisione storica, da una coscienza dilaniata fin dall’infanzia dal deflagrare di bombe la cui esplosione reca da sola la motivazione per la futura ed agognata vendetta al nemico, senza apportare ad essa alcuna riflessione che non sia figlia del dolore.

Il MacGuffin da cui prende avvio il dipanarsi della storia è un tubo di scolo. Yasser è un rifugiato palestinese che lavora per un cantiere edile il cui lavoro è ristrutturare architettonicamente i quartieri libanesi; un giorno insulta Tony, un libanese cristiano estremista, perché questo impedisce agli operai di aggiustare la grondaia presente nel suo balcone. Da questo avvenimento in poi la situazione peggiora: Tony esige delle scuse da Yesser, ma dopo aver gettato parole velenose e razziste sugli arabi questo gli sferra un pugno, provocandogli la rottura di qualche costola. Si apre così il caso giudiziario: Tony vuole delle scuse ufficiali da un palestinese, in quanto egli è convinto che il popolo arabo viva in una condizione di agio rispetto a quello israeliano. Le parti si avvalgono di due avvocati, un padre ed una figlia che riversano le loro frizioni di ideali nella sentenza. Il processo, partito da un cavillo legale tra due individui, diventa il simbolo dell’odio di un intero paese, ed attraverso un’ampia copertura mediatica esso dà linfa a nuova ondate di scontri e proteste.

Non dobbiamo dimenticare che i fatti si svolgono in Libano, terra che dal settembre nero del ’70, periodo in cui l’OLP vi stabilisce le basi, diviene epicentro di sanguinose battaglie. Nel 1984 l’esercito israeliano, con l’obiettivo di liberare il Libano dall’esercito palestinese, si spinge fino alla capitale Beirut; qui, coadiuvato dalle falangi libanesi, nella giornata del 18 settembre, compie, in quello che passerà alla storia come il massacro di Sabra e Shatila, l’eccidio di un numero di civili palestinesi compresi fra i 762 e i 3.500 individui, che verrà poi trattato in chiave cinematografica nel film Valzer con Bashir di Ari Folman del 2008.

Tony Hanna (Adel Karam) in una scena del film. Fonte: mymovies.it

Il Libano dunque è una delle terre dove maggiormente le ferite rischiano ogni giorni di riaprirsi, pulsando di rancori e rivalse. Il processo giudiziario diviene quasi un pretesto per dare libero sfogo alle proprie rabbie represse, ai propri incubi sepolti. In fondo non ha proprio alcuna importanza su chi abbia torto o ragione: se l’insulto razzista di Tony giustifichi l’atto violento di Yesser o se il pungo di Yesser sia sintomo di una violenza inaccettabile e senza giustificazioni; ciò che è davvero importante è l’oceano di sentimenti che si staglia dietro gli scogli delle azioni quotidiane, le maree esistenziali dei due protagonisti tanto quanto quelle di un intero popolo. Il processo è un’immersione rivelatoria nella coscienza, un’autoanalisi del proprio passato e delle ombre che lo pervadono, soprattutto per Tony. Egli rappresenta il fondamentalista israeliano, il feroce accusatore delle barbarie umane e delle ingiustizie sociali che canalizzano tutte nel popolo arabo. È l’emblema di un sistema di pensiero razzista che appartiene a una larga fetta della popolazione medio-orientale: e se i media occidentali rendono difficile una piena consapevolezza della vita quotidiana che si respira in quelle zone del pianeta, basta vedere un documentario come This Is My Land…Hebron (2010) di Giulia Amati e Stephen Natanson per rendersi conto del clima soffocante di violenza che pervade le strade di certe città.

Tony e Yasser (Kamel El Basha) in un’inquadratura che ne amplifica lo scontro e al contempo, la vicinanza. Fonte: cameralook.it

Tony è l’emblema di un’umanità che soffre, e che disperatamente cerca di ricostruire la propria esistenza ponendo dei muri divisori tra sé stesso e le sue paure. In una delle scene più intense del film l’avvocato di Tony proietta delle diapositive di un noto massacro perpetuato dai palestinesi ai danni degli israeliani: un altro evento terribile del passato che viene dissepolto dalla polvere del tempo, così come viene finalmente portata alla luce l’infanzia di Tony. Se è vero che Yasser pronuncia il suo insulto, e sferra il suo pugno, perché emotivamente colpito dalla violenza razzista del suo futuro nemico legale, quest’ultimo è portavoce di un becero fondamentalismo perché vittima di un trauma di guerra che dilunga i suoi effetti insani nelle azioni manifeste di un presente che non è in grado di fare i conti con il passato. “Non esiste il monopolio della sofferenza” dichiara l’avvocato di Tony: è questa la frase che racchiude il significato profondo, e se vogliamo didattico, del film. I massacri non appartengono solo agli israeliani, come certi sistemi di informazione vogliono farci credere, ma anche ai palestinesi: in fondo, tutte le popolazioni del mondo hanno commesso soprusi e subito angherie. Certo, è difficile rimanere impassibili di fronte alle attuali notizie delle violenze israeliane, prive di una reale condanna da parte delle forze occidentali – specialmente statunitensi – le quali appoggiano politicamente ed economicamente il regime, ma ciò che il film propone è lo sfumare delle divisioni manichee tra vittime e carnefici, l’accantonamento di un astio secolare figlio millenario della violenza umana, in vista dell’attuazione di una presa di coscienza collettiva storica e culturale che sappia ammettere le proprie colpe, abbandonare le sterili accuse, e riunire sotto un unico grande progetto di discussione e condivisione arabi, israeliani, e tutti i popoli del mondo. Una presa di coscienza che infine, Tony, per merito di una rivalutazione del proprio passato e della propria vita, attua.

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