Lo avevamo lasciato sornione e soddisfatto, dopo aver regalato a sua moglie Veronica uno speciale momento di nostalgica contemplazione. Il non-finale di Loro 1, riuscito tanto quanto irrisoluto, prestava il suo fianco ad uno strappo narrativo utile per poter dare vita ad una seconda parte dell’opera di Sorrentino che potesse risultare sganciata da quanto presentato in Loro 1, creando la possibilità di costruire una storia dotata della propria indipendenza narrativa ma che al contempo potesse contare su personaggi sfaccettati e dotati di uno spessore proprio, attraverso puntuali rimandi a quel lungo prequel che Loro 1 dimostra, nei fatti, di essere.

Loro 2 è il film su Berlusconi che il pubblico poteva aspettarsi fin dal principio. Dopo il trabocchetto della parte uno, che del Presidente si limitava più che altro a farne percepire l’aura, lavorando sull’immaginario del Silvio percepito più che sul Silvio reale (come, poi, se le due cose potessero separarsi in modo così netto), Loro 2 sfodera tutte le armi a sua disposizione per tentare di risolvere il mistero del suo protagonista partendo, nella sua risoluzione, dalla persona che meglio di tutte può farlo: lui stesso.

La declinazione della lettura sorrentiniana dell’ex Premier entra qui nel vivo, e sceglie di farlo tramite strategie di racconto più tradizionali rispetto a quelle che avevano composto la prima parte del suo lavoro. Sorrentino decide di asciugare la componente grottesca della sua narrazione convergendola verso Silvio, l’unico soggetto in grado di poterla sostenere dall’inizio alla fine in modo credibile, grazie all’utilizzo della sua maschera che lo separa dal resto del mondo, e che, a sentire Veronica Lario, renderebbe altresì la sua vita un’intera messinscena, da cui lei stessa ha deciso di tirarsi fuori.

Il racconto si fa dunque più asciutto, ma senza rinunciare mai, come tipico del cinema di Sorrentino, a delle trovate spiazzanti e mai come stavolta funzionali per l’obiettivo della narrazione: dallo sdoppiamento di Toni Servillo nella prima scena, all’intera costruzione del personaggio di Paolo Spagnolo, surreale ed enigmatico guardia anti-sociale e necessario contrappeso dell’estroversione del protagonista, fino allo spazio di puro cafonal contingentato nella parentesi dedicata al mondo televisivo, qui descritto come viatico più semplice per il raggiungimento di quel compromesso tra le necessità imprenditoriali di Berlusconi ed il realizzarsi delle sue velleità personali, qui assimilabili ancora una volta sotto il segno della figura femminile. Tutto si dimostra necessario puntello nella ricerca del vero Lui, l’ennesimo tentativo di scrutare sotto la sua maschera di bronzo, e che offre come risultato lo svelamento di una personalità spietata ed accentratrice, capace di volgere ogni suo atto verso un fine personalistico. “L’altruismo è il miglior modo di essere egoisti”, dice Silvio in quella che è una delle citazioni più memorabili del film. E tutto il resto della pellicola sembra voler interpretare questa frase sotto le più svariate interpretazioni.

Un groviglio di egogentrismo che, del resto, non può neppure prescindere dal rapporto tra il protagonista e la figura femminile. Vissuta più nella sua componente idealistica-estetizzante che mostrata sotto quella carnale, la relazione tra Silvio e le donne viene qui classificata sotto l’etichetta di una vera e propria ossessione, che trova nei dialoghi tra Berlusconi e Veronica, sua metà sempre più lontana, la reale dimensione di ciliegina su una torta ben più grande fatta di incomprensioni e di insostenibilità, con cui Veronica sceglie di non volersi più avvelenare. Le donne si mostrano così non più solamente tramite la voluttuosità dei loro corpi, ma si rivelano anche la più funzionale cartina di tornasole per rimarcare e dare un nome alla distanza, sempre più netta e dolorosa, che intercorre fra Lui e i Loro. Non è solo Veronica infatti, ma anche Stella, l’anomalia tra le ragazze scosciate, la studentessa di lettere che si trova lì per caso, a etichettare senza pietà il personaggio e le situazioni che lo caratterizzano. Tutto è patetico, secondo Stella. Soprattutto perché Berlusconi proverà pure a fare il giovane, ma resta il fatto che il suo alito continuerà ad avere lo stesso odore di quello del nonno della ragazza: né troppo profumato, né troppo maleodorante. Semplicemente “un alito da vecchio”.

Veronica e Stella fanno in effetti parte di quella ristrettissima cerchia di personaggi che riescono a non farsi fagocitare dalla spietata essenza di Berlusconi, la stessa spietata essenza che invece assorbe e rende innocue le ambizioni di scalata del vinto Sergio Morra come di Kira. Marionette ricollocate in un solo istante alla loro reale dimensione, masticate e dissolte ironicamente da quello stesso potere che i Loro, in vent’anni di berlusconismo, hanno contribuito a creare e spandere attraverso quella bolla di potere instabile che vede Berlusconi, al contempo, principale carnefice e vittima. Del resto, il rapporto tra Berlusconi e tutti gli altri resta sempre un doppio binario: per quanto la vita di Lui sia una costante messinscena, lo stesso può dirsi per il modo con cui gli altri si rivolgono a lui. A spezzare questa stanca routine sono, nei fatti, proprio quegli stessi personaggi cui il protagonista rivolge le maggiori attenzioni, disabituato com’è all’arte dell’opposizione dialettica da coloro che si circondano intorno a lui.

Nella rappresentazione della farsesca vita del protagonista, in Loro 2 le trovate di Sorrentino si concentrano soprattutto nei dialoghi, vero motore pulsante della narrazione di questo secondo capitolo. Le parole si moltiplicano e scorrono impetuose, fino a delineare il percorso della storia in modo più incalzante (ma forse stavolta meno impattante) di quanto facciano le sempre ottime soluzioni visive di Sorrentino, che mostrano comunque tutta la loro potenza immaginifica stavolta tramite, ad esempio, una L’Aquila disperata e distrutta dal terremoto del 2009. Un’apocalisse che tramite il finale intende dotare di una veste più dignitosa tutti i “Loro” che compongono l’Italia, mentre qualcuno, altrove, attiva un patetico (anche questo) vulcano artificiale, non più utile a celare l’ovattata e sempre più crescente solitudine del proprietario, e della sua irritante, irremovibile maschera.

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