Dopo il successo di Hereditary-le radici del male, Ari Aster condivide con il pubblico la sua seconda pellicola, opera di una folle prospettiva esistenziale. Lasciandosi alle spalle lo sgretolamento di un nucleo familiare, il regista riduce il suo sguardo a una giovane coppia, vittima di una relazione malsana e morbosa, tanto che l’incapacità di lasciarsi mette in ombra i disagi e i silenzi logoranti.

In una Svezia bucolica un gruppo di amici organizza una vacanza in un piccolo villaggio in occasione di una festa folkloristica. Ma nonostante la sola presenza maschile, Christian si sente obbligato a portare con sé Dani, non tanto per l’amore ormai svanito, quanto per la pietà che gli suscita.

Arrivati a destinazione, l’apparenza di un luogo paradisiaco viene presto sostituita da riti macabri e visioni terrificanti. Con grande audacia Aster sfida i dettami del genere horror e pone quasi la totalità della storia alla luce del sole, muovendo il suo occhio digitale per cogliere l’estrema cura dei dettagli e mai senza uno scopo, creando una linea narrativa efficace. La stessa fotografia sembra creata per illuminare l’apparenza eterea del luogo e degli abitanti, illudendo lo spettatore, combattuto tra l’angoscia e l’evidenza.

Fin dal primo secondo siamo immersi in una visione del mondo che sfida ogni convinzione e convenzione sociale, dalla morte all’amore. Le scene sono ricolme di un realismo e un cinismo tale da sembrarci quasi grottesco e a che a lungo andare rischia di perdere efficacia, cadendo in una tiepida ironia. Se pur la pellicola sia encomiabile per l’audacia e la bravura del regista, l’interpretazione della protagonista Florence Pugh gioca un ruolo chiave nel sorreggere la narrazione.

Midsommar: il villaggio dei dannati non è un horror classico in cui la paura viene racchiusa in breve scene o istanti di jumpscare o creature da incubo. Ari Aster diluisce il nostro terrore, lo relega all’attesa del colpo di scena che ci fa riprendere fiato per qualche secondo e che mai arriverà.

 

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊,5/10

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