«Annunciazione! Annunciazione! Tu, Marì Marì, fai il figlio di Salvatore. Gabriele t’ha dato la buona notizia»

Si dice che ogni napoletano si ricordi perfettamente cosa stava facendo quel 4 giugno 1994, quando la notizia della morte di Massimo Troisi colpì il paese come un uragano.

Che sia leggenda o verità poco importa. Alcune notizie hanno il potere di bloccare il tempo e non è, quindi, incredibile pensare che San Giorgio a Cremano – paese natale dell’attore – e Napoli tutta si siano fermate, congelate dal dramma.

L’antieroe per eccellenza, Troisi. Un  “pulcinella senza maschera” che in punta di piedi è riuscito a scalfire i cuori degli italiani piazzandosi con prepotenza in quel limbo che sta tra la napoletaneità verace e il respiro internazionale dell’attore a tutto tondo, occupando di diritto il terzo posto della triade attoriale partenopea per eccellenza, subito dopo Eduardo De Filippo e Totò.

«Pensavo che bisognasse essere napoletano, ma senza maschera, mantenere la forza di Pulcinella: l’imbarazzo, la timidezza e le sue frasi candide»

“Troisi poeta Massimo” © Cinecittà

Dai tempi della Smorfia, con gli amici Lello Arena e Enzo De Caro, fino a tutti i suoi film di regista, Troisi si immerge a piene mani nella quotidianità della Napoli degli anni ‘70/’80 da cui parte per parlare dei tanti problemi che la affliggono, senza scadere mai nel becero melodramma. La farsa tradizionale, il repertorio popolare da cui attinge sono veicolati da un’espressività linguistica che è sia verbale che mimica. Il gesto, in Troisi, è linguaggio. Frasi borbottate, troncate, improvvise accelerazioni… un gesto–parola che è una lingua confidenziale, non artefatta ma vera.

A una giovanissima Isabella Rossellini che gli chiede come mai parli solo napoletano, nonostante sia stato in giro per l’Italia tanti anni, Troisi risponde con quella che è una rivendicazione delle radici nuda e cruda ma lo fa nel suo modo lapidario e malizioso: «Io penso in napoletano, sogno in napoletano…mi riesce proprio facilissimo! […] All’inizio ci stava sempre sta prevenzione, quel non capimm’, ma che invece è mancanza di disponibilità…per cui ho detto no, dovete capire il napoletano! Io capisco uno che parla romano, milanese…»

Troisi è Napoli. E la città ricambia l’amore per questo poeta scanzonato, un po’ imbranato e timido. Un esempio? Alla storica vittoria dello scudetto del Napoli nel 1987 grazie al “pibe de oro” di Maradona, lungo una via della città comparve uno striscione con su scritto Scusate il ritardo, proprio dall’omonimo film del regista di qualche anno prima.

Troisi in “Scusate il ritardo” © Youtube.com

Ed è questo che ha reso Massimo Troisi così apprezzato; il “comico dei sentimenti” amato a dismisura dal pubblico italiano. La sua non è una macchietta, non è una maschera. È sì napoletano ma il suo essere dimesso, sempre un po’ scostato rispetto alla società e alla cultura, gli ha permesso di avere quel distacco critico perfetto per una revisione satirica e ironica dell’Italia.

Esponente di spicco della nuova comicità napoletana, amico fraterno di Pino Daniele e di Roberto Benigni, indimenticabili sono anche le sue partecipazioni televisive da Gianni Minà e Renzo Arbore, nelle quali emerge spontaneamente la sua simpatia naturale e la vena teatrale innata. Non disdegna di parlare di politica, della società, del degrado culturale di cui è infettato il paese, ma lo fa rimanendo sempre sul filo di quell’ironia sorniona che non dà adito a polemiche e lo rende, anzi, sempre più vicino al pubblico.

Basterebbe leggere i titoli dei suoi film e qualche frase divenuta ormai cult, per farsi un’idea del personaggio.

Ricomincio da Tre (1981) – «cioè, tre cose me so’ riuscite dint’ ‘a vita, pecché aggia perdere pure chelle?» -, Scusate il ritardo (1983) – «meglio un giorno da leone che cento giorni da pecora!» «Tonì, che ne saccio io d’ ‘a pècura o d’ ‘o lione? Fa’ cinquanta juórne da orsacchiotto!» –, Non ci resta che piangere (1984) in coppia con l’amico Roberto Benigni – «Ricordati che devi morire!» «Sì, sì…mo’ me lo segno…» -, Le vie del signore sono finite (1987)  – «Per far arrivare i treni in orario, se vogliamo, mica c’era bisogno di nominarlo capo del governo [Mussolini], bastava farlo capostazione» –  e Pensavo fosse amore e invece era un calesse (1991) – «E allora io non mi uccido per amore, mi uccido per impazienza.»

Fino a quel capolavoro del cinema che è anche il suo testamento poetico: Il Postino (1994).

Philippe Noiret e Massimo Troisi sul set de “Il Postino” © Wikipedia

Il film è la summa dell’umanità e della comicità leggera e dolce di Troisi che nei panni di Mario,il postino di una piccola isola del mediterraneo nella quale vive esiliato il poeta Pablo Neruda, è divenuto il simbolo dell’amore puro, tenero, sincero.

È un film imprescindibile. Non solo per i temi trattati e per lo sviluppo di una storia d’amore e di un’amicizia discreta e profonda, ma soprattutto per i retroscena che lo avvolgono: Troisi, già malato e sofferente, resisterà fino all’ultimo spirando il giorno dopo della fine delle riprese, per colpa di quel cuore malandato. Una forza di volontà di ferro e il desiderio fortissimo di voler raccontare a tutti i costi una storia così vicina al suo modo di concepire la vita e l’amore lo hanno spinto a lottare, ma non gli hanno permesso di vedere il meraviglioso risultato di quegli sforzi.

Il film, come la poesia, «quando la spieghi diventa banale; meglio di ogni spiegazione è l’esperienza diretta delle emozioni» ed è impossibile non commuoversi di nuovo e per sempre per questo addio.

A venticinque anni dalla sua scomparsa Istituto Luce-Cinecittàcon 30 Miles Film, in collaborazione con Archivio Enrico Appetito, Rai Teche, Cinecittà si Mostra, hanno  promosso un’esposizione fotografica e multimediale al Teatro dei Dioscuri al Quirinale di Roma, ad ingresso gratuito, che sarà fruibile fino al 30 giugno 2019.

 

Immagini di copertina: © Archivio Luce, Wikipedia.
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