«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione… e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.»

Ci sono ruoli che rimangono impressi nella mente, nel cuore, nella memoria dello spettatore, che riescono a innalzare e allo stesso tempo imprigionare un attore, costringendolo a essere identificato solo con quel personaggio.

Se pensiamo a Humphrey Bogart lo immaginiamo avvolto nella nebbia mentre saluta per l’ultima volta Ingrid Bergman in Casablanca. Sean Connery sarà per sempre James Bond così come Samuel L. Jackson ci farà ricordare ogni volta il monologo “Ezechiele 25:17” di Jules in Pulp Fiction. Per non parlare di Sylvester Stallone, eternamente Rocky.

Rutger Hauer è il replicante Roy Batty in “Blade Runner”. © Warner Bros

È così anche – e soprattutto – per Rutger Hauer. Guardando quegli occhi di ghiaccio è impossibile non pensare a uno dei monologhi più belli e famosi del cinema, quasi completamente improvvisato dall’attore sotto una pioggia martellante a conclusione di una storia superlativa. Parliamo ovviamente di Blade Runner (Ridley Scott, 1982). Rutger Hauer è Roy Batty, replicante modello Nexus 6 creato dalla Tyrell Corporation: spietato, glaciale, terribile. La sua colpa? Voler vivere. Progettati e costruiti per essere “più umani degli umani”, questi modelli di replicanti possono sviluppare emozioni e per questo hanno una vita limitata  a quattro anni.

Il film è un amalgama perfetto di azione e filosofia, che gioca sul filo di una sottile e costante tensione narrativa nella quale interagiscono le due facce di una stessa medaglia, Roy Batty e Rick Deckard (Harrison Ford). Hauer – che lo stesso Philip K. Dick, autore del libro Il cacciatore di androidi da cui prende ispirazione il film, descrisse come “il perfetto Roy Batty: freddo, ariano e senza difetti” – riesce a restituire totalmente l’ambiguità del replicante, la sua forza, il senso di fine che lo pervade.

Lo stesso sguardo impietoso si trasforma in quello pieno di dolcezza di Etienne Navarre e nell’amore sconfinato che egli prova per Isabeau (Michelle Pfeiffer) in Ladyhawke, uno dei film romantico-fantastici della nostra infanzia.

«Sempre insieme, eternamente divisi»

© wired.it

Un amore condannato da una terribile maledizione che trasforma Navarre in un lupo, di notte, e la bellissima Isabeau in un falco, di giorno. Stretti da un legame profondo, i due sono costretti a non incontrarsi mai come umani finché non arriverà “un giorno senza notte e una notte senza giorno”. Navarre farà di tutto per uccidere il Vescovo di Anguillon, responsabile della loro sorte ma un’eclissi solare arriverà a sciogliere la maledizione, in una romanticissima scena ambientata nella chiesa di San Pietro a Tuscania – ricostruita per l’occasione a Cinecittà – in cui finalmente i due possono vedersi come umani.

Non è sicuramente giusto intrappolare Rutger Hauer solamente in questi due film – lo ricordiamo anche in The Hitcher, in Furia Cieca e soprattutto in La leggenda del santo bevitore di Ermanno Olmi –  ma è pur vero che entrambi gli hanno permesso di diventare un’icona nell’immaginario di un’intera generazione. Uno stile unico, inconfondibile, duro e dolce allo stesso tempo, con un tocco di romanticismo appena accennato che lo rende perfetto sia come protagonista che nei ruoli secondari, quelli che lo hanno accompagnato negli ultimi anni della sua carriera (Batman Begins, Valerian e la città dei mille pianeti, I fratelli Sisters).

Cosa sarebbero stati gli anni ’80 senza di lui?

Immagini di copertina: © Nancy Schiff, Terry O’ Neill / Getty Images
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