Un sacco bello è l’opera prima di Carlo Verdone, uscita nelle sale italiane nel 1980 ed è entrata di diritto nella storia del cinema italiano e in particolare della commedia.
E’ un affresco di una Roma ormai scomparsa. Una città deserta, afosa e silenziosa che concede spazio solo alle anime più solitarie.
Non solo, visto che l’origine delle maschere del film è radicata in una comicità lontana, figlia dei piccoli circoli teatrali degli anni ‘70. Fu solo il primo mattoncino in una carriera costellata di successi per Verdone, che con le sue opere si posiziona nel pantheon dei grandi attori romani, e italiani, alla stregua di quell’Alberto Sordi che ha sempre omaggiato.

Mario Brega e Carlo Verdone. Photo credit: Rolling Stone


Carlo Verdone era già noto al pubblico per i suoi splendidi monologhi che andavano in onda nella trasmissione Non Stop, e proprio lì fu adocchiato da un maestro assoluto, nonché suo idolo, Sergio Leone. Lo chiamò e lo invitò a casa sua, all’EUR, per parlare della possibilità di fare un film.
L’incontro fu cruciale per l’inizio della carriera del giovane regista, Leone rappresentò il faro che illuminò i suoi primi passi nel mondo cinematografico. La sua mano invisibile accompagna gentilmente la pellicola ma la missione era riuscire soprattutto a gestire i sentimenti e le emozioni di un giovane esordiente come Verdone, oltre a fornirgli consigli preziosissimi. L’attore romano, infatti, non aveva neanche intenzione di mettersi dietro la macchina da presa ma per alcune vicissitudini venne convinto proprio da Leone.
Inoltre, da produttore del film, decise di far collaborare due grandi sceneggiatori come Leonardo Benvenuti e Piero De Bernardi e, soprattutto Ennio Morricone. La forte coesione del copione e l’intreccio delle trame dei vari personaggi è ad opera dei primi mentre le musiche, vera ciliegina sulla torta, ad opera del secondo. Per non parlare della partecipazione di Mario Brega, che già aveva recitato piccole parti nella Trilogia del Dollaro.

Photo credit: CG Entertainment


Verdone in Un sacco bello ci ha regalato dei personaggi unici e immortali, che rimarranno impressi nella memoria collettiva. I tratti caratteristici di Leo, di Ruggero e di Enzo, oltre che di tutti gli altri, erano, e sono, riconducibili in un modo nell’altro a persone che tutti abbiamo incontrato nelle nostre vite.
Fu, forse proprio questo il segreto del successo del film, non solo la carica comica che portava con sé ma anche il fatto di essere specchio di una società.
Personaggi nati sulla scrivania di quella ‘casa sopra i portici’, nel rione Regola, che sono riusciti ad arrivare a un pubblico vastissimo. Modelli precisamente riconoscibili nell’immensa giungla sociale. Leo è il mammone, che incontra Marisol, giovane ragazza spagnola che vive la vita giorno per giorno. Ruggero il fricchettone, con la compagna Fiorenza e la comunità dei ‘Figli dell’Amore Eterno’, che il padre – Mario Brega – cerca di riportare sulla retta via. Enzo, il ‘bullo’, che convince Sergio, uomo sposato e a modo, a intraprendere un viaggio in macchina direzione Cracovia, in cerca del bricido.
Tutti nascondono, chi più chi meno, una solitudine profonda. Una volontà di allargare i propri orizzonti e al contempo un magnetismo astrale che li tiene legati alle proprie radici.
Il primo dopo la scottante delusione d’amore con Marisol, che incontra proprio in casa di Leo il suo fidanzato, se ne ritorna al mare, a Ladispoli dalla madre. Il secondo, dopo il goffo tentativo del padre di riallacciare i rapporti, torna alla propria vita, con un legame familiare complicatosi ulteriormente. Infine, il bullo che in una scena profondamente malinconica sfoglia la sua agendina, praticamente vuota, alla ricerca di un nuovo compagno, dopo il forfait di Sergio, ricoverato in ospedale per un calcolo biliare.
Quella di Verdone fu una prestazione tecnicamente mostruosa, che gli valse un David di Donatello e un Nastro d’argento nel 1980. Portò infatti in scena sei personaggi funzionali e divertenti in egual misura.

Photo credit: CG Entertainment


Il regista-attore ha immortalato la tenerezza, la sincerità e la vicinanza che si respirava a Roma in quel periodo. Una Capitale che a quarant’anni di distanza è radicalmente cambiata. Un film legato a filo doppio con la Città eterna. I luoghi vivono e respirano con i personaggi, fornendo una coesione totale. Le terrazze e i vicoli di Trastevere, le zone più periferiche e, al tempo, vere e proprie lande desolate come il quartiere Vigne Nuove – che fa da sfondo alla scena del ‘Palo della Morte’ – ma anche il Bioparco e Porta San Paolo.
Negli anni è anche cambiato il modo di rappresentarla. La genuinità che ritroviamo in Un sacco bello non è stata mai più trasmessa altrettanto fedelmente attraverso il cinema. Ne rimane solamente un ricordo sfocato.
 

Immagini di copertina: © CG Entertainment, © Wikipedia.

© riproduzione riservata